Si legge Budapest, si scrive Palermo prima, Roma poi. Dalla sua istituzione nel circuito maggiore nel 2017, l’Hungarian Open, torneo di categoria 250, è stato vinto due volte su tre da un italiano. Italiano che proprio dall’Ungheria avrebbe cominciato a scalare posizioni nel ranking e a essere protagonista di prestazioni monstre negli Slam. È il caso di Marco Cecchinato che al Roland Garros si prenderà il lusso di arrivare fino in semifinale, eliminando, tra gli altri, Djokovic nei quarti di finale. Meglio ancora Matteo Berrettini che da giugno 2019 in poi inanellerà la vittoria nell’ATP 250 di Stoccarda (secondo italiano di sempre a vincere un torneo sull’erba), ottavi di finale a Wimbledon (fermato da un Federer deluxe), semifinale agli US Open (primo italiano a riuscirci sul cemento), semifinale al Master 1000 di Shanghai e partecipazione alle ATP Finals.

La settima tappa del viaggio tra gli amarcord dei tornei di tennis cancellati per Covid-19 ci porta a Budapest, in Ungheria.

ATP 250 Budapest – 2017

La finale: Lucas Pouille b. Aljaz Bedene 6-3, 6-1

Qual modo migliore di vincere l’edizione inaugurale di un torneo per mettersi alle spalle la delusione nel Master 1000 di Montecarlo? A Budapest il top seed Pouille rischia all’esordio lo spauracchio Vesely – al quale annulla due match point. Poi, però, non perde più set né ai quarti contro lo slovacco Klizan, né in semifinale contro l’italiano Lorenzi. Bedene, invece, partito dalle qualificazioni, insegue la sua prima vittoria nel circuito maggiore dopo la sconfitta a Chennai nel 2015 contro Wawrinka. La finale è a senso unico: le combinazioni con il servizio, con il dritto e con le smorzate del transalpino funzionano sempre, mentre lo sloveno naturalizzato britannico non incide mai con la seconda di servizio, efficace soltanto una volta su quattro. Il risultato sarebbe stato addirittura più netto se Pouille non avesse subito un controbreak nell’unica occasione concessa al suo avversario. Bedene continuerà a non trovare il feeling con le finali nel circuito maggiore. Ne giocherà altre due – nell’ATP 250 di Buenos Aires nel 2018 e nell’ATP 250 di Metz nel 2019 – e le perderà entrambe.

Le curiosità:

1) Bedene vs Djere: una semifinale tra qualificati. Avrebbero potuto incrociarsi già nel tabellone cadetto: Bedene era accreditato come testa di serie numero 1, Djere era stato sorteggiato nel lato dello slovacco Gombos e del russo Donskoy, entrambi sconfitti in tre set. Il serbo arriva in semifinale dopo aver avuto la meglio, tra gli altri, sullo spagnolo Verdasco, al quale annulla un match point e recupera un break di svantaggio nel parziale decisivo. Lo sloveno naturalizzato britannico, invece, vince un po’ a sorpresa contro il big server Karlovic, senza concedergli neanche una palla break. Ad aggiudicarsi il posto in finale è Bedene, più riposato e mai realmente in difficoltà, soprattutto nel primo set.

2) Il derby mancato Fognini vs Lorenzi. A BudapestFognini è in entry list da testa di serie numero 3 ed è tra i favoriti per il titolo. Il sorteggio lo colloca nel lato di tabellone del connazionale Lorenzi e il derby sembra inevitabile, ma, a sorpresa, Fabio viene eliminato all’esordio dal russo Kuznetzov, nonostante avesse avuto l’opportunità di servire per il match. Sarà proprio Paolo a presentarsi in semifinale al cospetto del top seed Pouille. La partita è a senso unico, con il romano che non riesce a costruirsi neanche una palla break. Lorenzi, però, avrà il merito di inaugurare una tradizione: in ogni edizione del torneo ungherese ci sarà almeno un italiano tra i primi quattro.

ATP 250 Budapest – 2018

La finale: Marco Cecchinato b. John Millman 7-5, 6-4

Storia di un lucky loser che vince un torneo: Cecchinato, fino a qualche mese prima habitué dei tornei Challenger, entra nel tabellone principale di Budapest dalla porta sul retro. Marco comincia a crederci dopo la vittoria in rimonta nei quarti di finale contro Struff e si aggiudica in semifinale il tirato derby contro Seppi. In finale lo aspetta la sorpresa Millman, che ha estromesso, tra gli altri, il campione uscente Pouille e l’ex finalista Bedene, non prima di aver mancato otto match point. Che la finale sarà combattuta lo si capisce dal primo punto: scambio da più di dieci colpi sulla diagonale di sinistra e vincente dell’australiano di rovescio. Cecchinato capisce di doversi affidare soprattutto al dropshot – con il quale annulla persino un set point – per mandare fuori giri un avversario che preferisce prima palleggiare a fondocampo, poi punire con il rovescio. E anche quando il palermitano vince il primo set 7-5 grazie a un funambolico recupero sulla riga, Millman non esce dalla partita e sale fino al 4-1 e due palle break per andare a servire per il secondo parziale. Marco ne esce con freddezza e aspettando che al suo avversario finiscano le energie. Un piano di gioco che sulla terra rossa – e specialmente a Parigi – si rivelerà particolarmente collaudato.

Le curiosità:

1) La presenza italiana in Ungheria. In ordine di ingresso nel torneo: l’altoatesino e testa di serie numero 8 Seppi, il pugliese Fabbiano e il romano Lorenzi, il torinese Sonego e il romano Berrettini – entrambi provenienti dalle qualificazioni – e il lucky loser palermitano Cecchinato. Sei italiani per trentadue partecipanti. Inevitabili i derby: al primo turno Seppi ha la meglio in rimonta su Fabbiano dopo tre set, due ore e mezza di gioco e ventisei palle break in due. In semifinale, invece, l’altoatesino subisce a sua volta la rimonta da Cecchinato, nonostante il break di vantaggio prima e le due palle break/mini-match point sul 4-3 nel secondo parziale.

2) L’esordio killer delle prime quattro teste di serie. Pronti, via a Budapest: il top seed e difensore del titolo Pouille viene sconfitto dal futuro finalista Millman, la testa di serie numero 2 Dzumhur raccoglie solo quattro giochi con il lucky loser Cecchinato, il francese Gasquet viene estromesso dal qualificato italiano Sonego e la promessa canadese Shapovalov commette sette doppi falli contro il georgiano Basilashvili. L’Italia ringrazia sentitamente.

ATP 250 Budapest – 2019

La finale: Matteo Berrettini b. Filip Krajinovic 4-6, 6-3, 6-1

Nell’unica finale nella storia del torneo terminata al terzo set, a gioire è di nuovo un italiano, quel Berrettini che da Budapest comincerà a scalare posizioni nel ranking. Il romano fatica un po’ contro Bedene, al quale deve annullare due set point nel tiebreak del primo parziale e rischia nei quarti di finale contro Cuevas, con l’uruguaiano che gli rimonta un set di svantaggio. Krajinovic, invece, partendo dalle qualificazioni, ci mette un’ora in più del previsto per avere la meglio su Seppi all’esordio, poi approfitta di un tabellone favorevole e di un Coric appannato nei quarti di finale. Nell’atto conclusivo del torneo, Berrettini subisce il break nel nono gioco del primo set. Prima di allora aveva perso soltanto un punto al servizio. La mazzata non scoraggia il romano: a suon di servizio, dritti e smorzate strappa nel sesto game del secondo parziale, avrebbe già due set point sul 5-2 e chiude il match con un 6-1 in ventotto minuti.

Le curiosità:

1) I primi match di Sinner tra i grandi. Diciassette anni, nove mesi e qualche giorno: l’età del baby prodigio italiano Sinner al suo debutto nel circuito maggiore. Che l’altoatesino prometta bene lo si capisce fin dall’esordio contro la wild card di casa Valkusz: nonostante il bagel nel secondo set e nonostante abbia mancato l’opportunità di servire per il match nel nono gioco del parziale decisivo, si costruisce due match point consecutivi in risposta e sfrutta il secondo con un’impressionante cannonata di dritto. Al secondo turno la testa di serie numero 5 Djere gli lascia solo quattro giochi, ma Jannik non si scoraggia. Riceverà una wild card per il Master 1000 di Roma e darà una lezione di nervi saldi all’americano Johnson.

2) La delusione Cilic. L’uruguaiano Cuevas non è il miglior avversario da affrontare all’esordio di un torneo che si gioca sulla terra rossa. Eppure, un vincitore Slam come Cilic, in tabellone da top seed in Ungheria, dovrebbe avere a sua disposizione le armi per neutralizzare un avversario meno quotato. E, soprattutto, non dovrebbe sprecare cinque match point, spalmati in più set e il primo dei quali con il servizio. Nei mesi successivi le sue prestazioni continueranno a essere altalenanti e i livelli che nel precedente anno e mezzo gli avevano permesso di raggiungere la finale a Wimbledon (nel 2017) e agli Australian Open (nel 2018) resteranno lontani.

Michela Curcio