Finalmente la Barty è profeta in patria. La numero 1 al mondo ha riportato gli Australian Open a casa per la prima volta dopo 44 anni sconfiggendo in finale una Danielle Collins il cui viaggio umano e la lotta contro l’endometriosi sono stati da brividi. Ad Ashleigh adesso mancano soltanto gli US Open per un Career Grand Slam che, chissà, magari potrebbe arrivare già più in là in stagione. Diamo i voti alle protagoniste del torneo.
The last eight:
Ashleigh Barty: 10 e lode
Generazione per niente competitiva, si dirà. Eppure l’albo d’oro non conosce forza o debolezza, conosce soltanto i titoli, titoli che la Barty è bravissima a vincere. Quindicesima gioia nel circuito WTA e terzo Slam in carriera, tutti e tre su superfici diverse, dal Roland Garros nel 2019 a Wimbledon nel 2021 fino a oggi: per comprendere la grandezza di un risultato simile, basti dire che tra le tenniste in attività soltanto Serena Williams è in grado di vantare così tanta versatilità. E ancora: l’australiana è la prima profeta in patria dai tempi di Christine O’Neil nel 1978, nonché la quinta più efficiente a vincere un Major dal 2000, con 30 game persi in tutto il torneo. Game che sarebbero potuti essere di meno se Ash non si fosse distratta in finale contro la Collins. Un quarto d’ora di assestamento, poi la numero 1 al mondo è tornata a dominare con il dritto, con quel back di rovescio illeggibile per tutte e con un servizio perfetto per potenza e piazzamento nonostante sia scagliato da una ragazza alta “soltanto” 1,66 m. Il Career Grand Slam è sempre più vicino.
Danielle Collins: 9
Il suicidio sportivo con cui la Collins ha vanificato un vantaggio di 5-1 con doppio break nel secondo set contro la Barty non cancella un torneo giocato da top ten, traguardo che la statunitense ha meritatamente raggiunto contro l’endometriosi, contro gli sponsor per i quali non era un nome su cui scommettere, contro le raccomandazioni che Danielle non ha mai avuto, tanto da doversi costruire una carriera partendo dall’università e, nel frattempo, laureandosi in Scienze della Comunicazione. Spesso criticata per il proprio “volume” in campo, agli Australian Open la Collins ha mostrato la parte più intima di sé, presentandosi come la ragazza che a 28 anni pensava di non avere più chance e invece potrebbe avere una carriera bis da vivere, come la donna che con coraggio si è aperta sui propri problemi di salute e che ha mascherato le proprie debolezze con grinta e vincenti. Spigolosa, ma terribilmente umana. Il circuito ne ha davvero bisogno.
Iga Swiatek: 7
Questione di prospettive: se a 20 anni raggiungi la seconda semifinale Slam in carriera, ma poi sei annichilita dalla Collins più tecnicamente che nel punteggio, il bilancio complessivo è positivo o negativo? E ancora: se a 20 anni raggiungi la seconda semifinale Slam in carriera, ma giocando malissimo contro Cirstea e Kanepi e salvandoti perché entrambe sono arrivate in debito di ossigeno nel terzo set, il bilancio complessivo è positivo o negativo? Iga Swiatek avrà sempre l’etichetta di bimba prodigio dal giorno in cui, sul Philippe Chatrier, ha dominato Sofia Kenin in finale al Roland Garros diventando la prima polacca a vincere un Major nonché la terza più giovane di sempre a vincere a Parigi dopo Nadal e Seles, concedendo soltanto 28 game nel frattempo. Il voto è relativamente basso perché una semifinale non basta, ma la sconfitta non è una tragedia: dopotutto, siamo di fronte alla più forte per distacco per la generazione 2000.
Madison Keys: 7
Discorso simile, ma diverso per la Keys. Vale di più aver raggiunto la semifinale grazie a una striscia di 11 successi di fila – più vittorie di quante la statunitense ne avesse raccolto nel 2021 – o il voto si abbassa perché Maddie si è ostinata a tirare fortissimo, con il risultato di sbagliare tantissimo, contro una Barty in condizione psico-fisica spaventosa e che ha fondato una carriera sul disinnescare l’esplosività altrui? Se l’ex finalista agli US Open 2017 fosse stata un po’ più giovane, probabilmente si sarebbe optato per essere più permissive. Da chi, però, ha un bilancio di 1-5 nelle partite giocate al penultimo atto di un Major, forse ci si aspettava un po’ più di maturità. Rimangono le vittorie contro Kenin, Badosa e Krejcikova: nomi importanti per ritrovare definitivamente la fiducia che sembrava inesorabilmente persa neanche sei mesi fa.
Barbora Krejcikova: 6,5
Inutile chiedersi come sia possibile che la Krejcikova arrivi così avanti negli Slam con un piano tattico così poco appariscente: se la ceca, senza strafare, raccoglie risultati notevoli, vuol dire che merita il proprio ranking e, forse, anche qualcosa in più. Gli Australian Open erano l’unico Major in cui Barbora non aveva raggiunto la seconda settimana? Ebbene, vittorie flash contro Petkovic, Xiyu Wang e Azarenka, inframezzate dalle fatiche nel terzo turno contro la sempre imprevedibile Ostapenko e il quarto di finale è servito. Vien da pensare che contro la Keys vista a Melbourne, la regina in carica al Roland Garros non avrebbe avuto armi anche senza il colpo di calore che ha accusato a metà primo set. Rimane una domanda? Perché questi toilet break così lunghi?
Jessica Pegula: 6,5
Arrivata agli Australian Open nell’indifferenza generale, inserita tra le teste di serie più a rischio di prematura eliminazione, di nuovo nei quarti di finale, sconfitta da una Barty che però ha lasciato le briciole a tutte: nessuno dica che la Pegula non abbia trovato il proprio ritmo. In un contesto tanto volatile come è il circuito WTA, rimanere ad alti livelli vuol dire anche confermare i risultati raggiunti l’anno prima, nel frattempo raccogliendo qualche vittoria contro le top ten che sembrano meno invincibili – vedasi Sakkari. La storia d’amore tra Jessica e Melbourne prosegue.
Alize Cornet: 7
63 tentativi e un fiume di lacrime più che giustificate dopo, il quarto di finale in uno Slam ha smesso di essere un sogno ed è diventato realtà, paradossalmente nel momento in cui la Cornet ci credeva di meno, in un torneo durante il quale per la prima volta la francese aveva aperto alla possibilità di ritirarsi a breve. E che nessuno dica che Alize non si sia guadagnata il traguardo tanto atteso, perché due pluri-campionesse Slam come Muguruza e Halep non si auto-distruggono da sole. Nessun rimpianto per la sconfitta contro la Collins se non il finale di primo set: messo a segno il controbreak sul 4-5, forse sarebbe stato meglio giocarsela al tiebreak, invece di ricevere una mazzata emotiva difficile da dimenticare. Chissà, magari la fine si trasformerà in inizio.
Kaia Kanepi: 7
Tutti ad aspettare l’exploit Slam di Anett Kontaveit, poi arriva la Kanepi e ci ricorda che in Estonia la regina nei Major rimarrà sempre lei, anche a 36 anni. Già un anno fa Kaia era stata in odore di impresa, avendo sconfitto al secondo turno la campionessa uscente, una Sofia Kenin già in crisi. Dodici mesi dopo, il copione si è ripetuto: prima una Kerber ancora acciaccata dopo aver contratto il coronavirus, poi una Sabalenka affetta dalla sindrome del doppio fallo di timore e infine quasi il tris contro una nervosissima Swiatek, prima che le gambe smettessero di correre da un lato all’altro. Fosse riuscita in un’impresa leggendaria, sarebbe stata la più anziana vincitrice di un Major, anche più di Serena Williams. Vien da pensare, però, che il lieto fine ci sia stato comunque.
Le big:
Aryna Sabalenka: 5,5
Alla fine, il numero più importante è il risultato: la Sabalenka è uscita agli ottavi di finale agli Australian Open – confermando ma non migliorando il risultato di dodici mesi prima – commettendo 56 doppi falli in quattro match, che sommati ai 39 accumulati nelle due partite di warm-up al primo Slam di stagione diventano già 95 nel 2022. Lo spirito combattivo resiste nonostante tutto: soltanto così si spiega come la bielorussa si sia salvata contro Sanders e Xinyu Wang (decisamente più in basso di lei nel ranking) e Vondrousova (il vero test di inizio stagione). Perché, quindi, tanto balbettare con il servizio? E perché non sfruttare, per la prima volta nel torneo, il set di vantaggio contro una Kanepi che potenzialmente poteva essere stanca?
Simona Halep: 6,5
Mezzo voto in meno perché la Halep non ha incontrato chissà quali ostacoli per raggiungere la seconda settimana agli Australian Open. Occhio però che senza fiducia in tasca, anche Frech, Haddad Maia e Kovinic possono diventare protagoniste di una notte da ricordare. Simona viene da un 2021 in cui è stata tormentata dagli infortuni, di cui uno molto serio al polpaccio che ne ha compromesso la partecipazione al Roland Garros e a Wimbledon. Che nonostante la sconfitta la rumena sia stata in grado di battagliare fisicamente per tre ore contro la Cornet è dimostrazione che l’ex regina di Roland Garros e Wimbledon è pronta per riprendersi il proprio posto in top ten.
Paula Badosa: 6
Non per mettere pressione alla Badosa, ma il salto di qualità tanto atteso negli Slam per ora non è arrivato agli Australian Open, anche se la Keys vista a Melbourne sarebbe stata quasi invincibile per chiunque provasse a rivaleggiare con lei in potenza. Alla spagnola, fresca vincitrice nel WTA 1000 di Indian Wells e capace di sfruttare l’inerzia a favore nel WTA 500 di Sydney, rimangono il miglior risultato in carriera a Melbourne finora, in forma di un ottavo di finale, appena il terzo in un Major per Paula, una battaglia che ne certifica gli immensi miglioramenti contro l’amica Kostyuk e una top five le cui porte probabilmente si spalancheranno tra Doha e Dubai.
Maria Sakkari: 6
Sempre lì, ma con troppi “ma” in bacheca. La Sakkari ormai è una certezza ad alti livelli, ma al tempo stesso non dà mai l’impressione di poter essere considerata la favorita nei match con colleghe tra le prime 20-25 in classifica. La prova? Le vittorie da pronostico contro Maria (no, non l’alter-ego, ma la tedesca di nome Tatiana), la novità di inizio stagione Qinwen Zheng e la testa di serie numero 28, Kudermetova, seguite dalla sconfitta poi neanche così a sorpresa contro una Pegula sempre a proprio agio a Melbourne. D’altronde, che il bilancio in semifinale fosse di 1-7, con l’unico successo vanificato da Anett Kontaveit in finale a Ostrava, suggerisce che la greca debba ancora lavorare su se stessa, nonostante possa sembrare impermeabile alla pressione.
Viktoria Azarenka: 6
Sta bene? Sta male? È invincibile? È finita? Domande a cui la Azarenka non dà risposta da un paio d’anni. Se in forma, la bielorussa è ancora una mina vagante sul cemento: prova ne sono la finale agli US Open 2020 e nel WTA 1000 di Indian Wells nel 2021, nonché le sfide ad alto livello, una vinta e una persa, contro Badosa e Swiatek nel WTA 500 di Adelaide, poco prima che iniziassero gli Australian Open. Poi però a Melbourne Vika era acciaccata nell’ottavo di finale contro la Krejcikova e ha raccolto quattro game dopo averne lasciati, lei si intende, nove a Udvardy, Teichmann e Svitolina tutte insieme. E se da Udvardy non ci si aspettava granché e dalla Teichmann qualcosa, ma non tutto, disinnescare l’ucraina, che sarà anche in crisi, ma è sempre una ex numero 3 al mondo, è un segnale che forse alla Azarenka è rimasto un ultimo exploit sulla superficie preferita.
Anastasia Pavlyuchenkova: 6
Definizione di “mai una gioia”: inizia una nuova stagione, per definizione il ranking non potrebbe essere più mobile di così… e invece la Pavlyuchenkova si trova come tassa i quarti di finale raggiunti agli Australian Open nel 2020, viene eliminata al terzo turno dalla Cirstea, in una giornata in cui il servizio è particolarmente capriccioso e perde anche una posizione in classifica, superata… dalla Raducanu, che in pratica ha giocato quattro tornei in croce e che probabilmente a marzo entrerà in top ten. La stessa top ten che Nastia insegue da sempre e che sembra stregata nonostante un anno fa la russa abbia persino raggiunto una finale in uno Slam. Poteva andare peggio? Ebbene sì: aver preso il Covid-19 a due settimane dal debutto in stagione non ha aiutato.
Elina Svitolina: 5
Se pensate che si possa essere soddisfatti per un terzo turno raggiunto dalla Svitolina, la risposta sarà sempre no. Qui si parla di una ex numero 3 nel ranking WTA, vincitrice di 16 finali su 19 giocate – e le tre perse sono arrivate contro Radwanska, Kvitova e Barty – nonché regina in quattro WTA 1000 (Dubai, Roma e Toronto nel 2017 e di nuovo Roma nel 2018) e alle WTA Finals (nel 2018) e medaglia di bronzo alle Olimpiadi di Tokyo 2020. Per cui, che l’ucraina fino a ora nel 2022 abbia vinto due partite su cinque, di cui una per il ritiro di Harmony Tan, che aveva vinto tre game di fila nel momento in cui Elina aveva servito per il match, e che abbia lasciato lo Slam, che poi rimane l’unico torneo che manca in bacheca, con un umiliante 6-0, 6-2 subito dalla Azarenka è semplicemente inquietante. Bisogna ritrovarsi mentalmente prima che fisicamente.
Daria Kasatkina: 6
Segnali di Dasha competitiva anche negli Slam per la prima volta dal 2018: non inganni la sconfitta (forse un po’ prematura) già al terzo turno perché è arrivata contro una Swiatek per distacco superiore per versatilità e continuità in almeno un paio di generazioni. Sporcare il ruolino di marcia per il quale la Kasatkina aveva raggiunto almeno la semifinale in entrambi i tornei giocati nel 2022 è un po’ più digeribile così: il vero obiettivo di stagione in termini di arrivare in fondo in uno Slam si chiama Roland Garros. E poi chissà, attenzione anche alla russa nei WTA 1000.
Jelena Ostapenko: 6
Si pentirà Adidas di non aver rinnovato il contratto alla Ostapenko? A naso la risposta sembrerebbe essere affermativa. Il terzo turno in uno Slam sarebbe anche un risultato deludente se non fosse che la lettone era impegnata contro una Krejcikova ormai a pieno titolo tra le big WTA e che Jelena è stata a un paio di game dal portare a casa la partita in due set, prima di disunirsi più o meno come era successo sul finale di 2021 – anzi, più che di finale sarebbe più giusto parlare di semifinale, nel WTA 1000 di Indian Wells, contro la Azarenka. A proposito di WTA 1000… sarebbe così folle pronosticare che l’ex regina al Roland Garros ne vincerà uno nel 2022?
Marketa Vondrousova: 6
La Vondrousova: la donna che, gira che ti rigira, potrebbe, dovrebbe, vorrebbe e invece rimane sempre indietro di una chance. Finchè sono Sanders e Xinyu Wang a non saper approfittare di una Sabalenka bloccata al servizio, sarebbe anche comprensibile, ma se si va a vedere chi tra Aryna e Marketa ha già raggiunto una finale sia in uno Slam e che alle Olimpiadi, la risposta non è la bielorussa. Nel trovare un equilibrio tra esperienza ed età, la ceca continua a sbilanciarsi pericolosamente verso la giovane età – non ci si dimentichi che è una classe 1999. Non benissimo.
Emma Raducanu: 6
Adesso abbiamo le idee chiare sulla Raducanu? Neanche per sbaglio. In quattro giorni abbiamo visto una Emma che non appena vede le luci di un campo di lusso diventa implacabile e imprevedibile nel trasformare la difesa in attacco. Poi, però, abbiamo anche visto una teenager che ha un servizio non competitivo per il circuito maggiore e che, di conseguenza, non riesce a salvarsi soltanto con l’intelligenza tattica. Infine abbiamo visto una giocatrice determinata a non ritirarsi se tutto va male in uno Slam e che, per questo, deve giocare due set con il dritto in chop, piagata da vesciche così dolorose che non è riuscita neanche a stringere la mano alla Kovinic a fine match. Giudizio rimandato, ma bisognerebbe trovare stimoli anche nei WTA 250 e 500.
Belinda Bencic: 5
Un vecchio detto popolare dice: “Ti manca un soldo per fare una lira”. Tale frase è perfettamente applicabile alla Bencic negli Slam. Vuoi che la svizzera non è esattamente una giocatrice immune da infortuni – questa volta arrivava agli Australian Open dopo aver contratto il coronavirus durante le vacanze di Natale e con un acciacco all’anca – e vuoi che la seconda di servizio è sempre stata capricciosa, anche questa volta la “golden girl” della WTA (riferimento alla medaglia d’oro vinta alle Olimpiadi di Tokyo) ha sprecato una mini-chance di scompaginare il tabellone: avesse sconfitto la Anisimova, contro la quale ha avuto un break di vantaggio in entrambi i set, avrebbe incontrato Osaka e Barty di fila. Esattamente il draw con cui Belinda si esalta. Peccato.
La Next Gen:
Amanda Anisimova: 7
Amanda è tornata. Tra il 2020 e il 2021 ci si è domandati dove fosse finita la Anisimova che metteva a segno decine di vincenti con una facilità esagerata. Alla fine, la statunitense si è tolta la corazza e ha ammesso di essere tornata a giocare troppo presto dopo la morte di papà Konstantin. Ammettere le proprie fragilità è il primo passo per maturare e infatti l’americana ora in campo è glaciale e soprattutto sempre sorridente, anche nei momenti di difficoltà, come i due match point annullati alla Osaka sul 5-4 nel terzo set, prima di andare a vincere un supertiebreak giocato da veterana. Impossibile chiederle di più contro la Barty, ma, lasciando l’Australia con un titolo WTA in più, l’istinto ci dice che al Roland Garros sarà meglio non sottovalutarla.
Marta Kostyuk: 6,5
Esistono sconfitte che sono un po’ più digeribili, specialmente a 19 anni: la battaglia persa dalla Kostyuk contro l’amica Badosa rientra in questa categoria. Tanta grinta per rimontare un break potenzialmente letale nel secondo set, un piano tattico aggressivo ma controllato per agitare la spagnola e per spingerla a forzare la seconda di servizio – tanto che Paula ha chiuso il match con nove doppi falli – e la voglia di non uscire mai dalla partita nonostante un terzo parziale in cui è stata sempre costretta a inseguire: così l’ucraina ha dimostrato di avere un futuro luminoso non appena riuscirà a metabolizzare il concetto di “rischio ragionato”. La prova di maturità, comunque, era stata superata dopo la vittoria contro una Sorribes Tormo agli antipodi per stile di gioco.
Clara Tauson: 6,5
Che rimpianto il set e break di vantaggio contro la Collins nel terzo turno: chissà, se la Tauson avesse mantenuto i nervi saldi, magari si starebbe parlando di un’altra teenager terribile negli Slam. L’impressione comunque è che per la danese sia questione di mesi prima di trovarla davvero in fondo in un Major. Ne sa qualcosa la Kontaveit, una che per virtù di ranking dovrebbe essere sempre tra le ultime otto in uno Slam e che, stranamente, è stata sovrastata in potenza da Clara. Che paradosso che la Danimarca possa sognare ancora nel tennis grazie a una anti-Wozniacki.
Ludmilla Samsonova: 6
Cinica contro la qualificata Bektas, break subito in apertura a parte, immatura contro la Vondrousova: fuori dall’erba, la superficie che è stata per lei naturale fin da subito, la Samsonova deve ancora imparare. Inevitabile che i progressi debbano venire da cosa non ha funzionato proprio contro Marketa: la seconda di servizio – perché 10 doppi falli in due set sono davvero troppi se si vuole andare avanti in uno Slam – e gli errori non forzati, 43, vale a dire un’infinità anche per chi predilige un piano tattico ultra-aggressivo. E poi, attenzione ad andare a rete con troppa fretta: meglio non insistere per spezzare il gioco se non ci si sente sicuri.
Ana Konjuh: 6
A chi ha trascorso anni in panchina, sperando che il polso non fosse compromesso, non importa di aspettare qualche mese in più per raccogliere i risultati che merita negli Slam. Sarebbe sbagliato vedere un passo indietro o, peggio ancora, un fallimento nell’eliminazione della Konjuh al secondo turno agli Australian Open, sia perché Ana ha perso contro la futura finalista Collins, sia perché prima di darsi una chance contro Danielle, la croata aveva sconfitto in rimonta una Rogers che non era tra le teste di serie per un paio di posti e che, nell’ultimo Slam giocato, gli US Open 2021, tra l’altro sempre sul cemento, aveva rimontato un doppio break di svantaggio nel terzo set alla numero 1 al mondo Ashleigh Barty. Unico neo? Il differenziale di zero ace e otto doppi falli proprio contro la Collins. Imparare a tenere sotto controllo il nervosismo sarà il prossimo step.
Xiyu Wang: 6
Superare un turno in uno Slam per poi arrendersi alla numero 4 al mondo vuol dire che la wild card che ti è stata concessa non è stata sprecata: così Xiyu Wang ha sfruttato l’occasione per imparare sconfiggendo la vicina di ranking Kuzmova prima di raccogliere cinque game contro la Krejcikova. I margini di miglioramento già si vedono: il servizio – dodici doppi falli in due match sono un po’ tanti se ci si trova a scendere in campo da sfavorita – e l’aggressività, perché un bilancio di 9-30 tra vincenti ed errori non forzati è sempre insufficiente. L’approccio in risposta invece è molto promettente. Forse allenarsi con Xinyu Wang non sarebbe una cattiva idea.
Xinyu Wang: 6
Da una Wang a un’altra: Xinyu Wang non ha mai avuto paura di cercare il vincente, fin da quando stava dominando contro Maria Sharapova a Shenzhen nel 2019, prima di alzare bandiera bianca per infortunio. Essere aggressivi paga: sa qualcosa la Li, sconfitta all’esordio in una sfida tra millennials, e ha rischiato di saperne qualcosa anche la numero 2 al mondo Aryna Sabalenka, la cui crisi al servizio è stata sfruttata dalla cinese fino al 6-1 nel primo set. Peccato per il break subito in apertura di secondo parziale: un errore dovuto all’inesperienza e al crollo psicofisico che inevitabilmente si rischia dopo aver dominato per mezz’ora. Da lì in poi la partita è cambiata.
Qinwen Zheng: 6
Nell’attesa di Xiyu e Xinyu Wang, la Cina spera anche grazie a Qinwen Zheng, la sorpresa di inizio stagione, che ha confermato la prima semifinale nel circuito maggiore raggiunta nel WTA 250 di Melbourne 1 con un secondo turno agli Australian Open. Il che è un risultato di clamore perché la cinese, all’esordio assoluto in uno Slam, ha sconfitto un osso duro come la Sasnovich, con tanto di quattro match point sprecati sul 6-5 nel terzo set e successivo siparietto nel supertiebreak sul 7-4, perché la teenager di Wuhan era convinta di aver già vinto, e ha provato a dare battaglia nel secondo set alla testa di serie numero 5, Maria Sakkari, annullando tre match point alla greca tra il 5-3 e il 5-4 nel secondo set, prima di subire il break al momento di agganciarla. Bene così.
Maria Camila Osorio Serrano: 6
Sufficienza più che meritata per l’atteggiamento: sotto 0-5 e senza mai aver trovato sicurezza al servizio, la Osorio Serrano ha continuato a giocare con rabbia positiva e con il sorriso contro la Osaka, non per accontentarsi di qualche game strappato qua e là, ma per ricordarsi che se si divide il campo con una quattro volte campionessa Slam bisogna anche divertirsi, incoraggiarsi e crederci dopo ogni vincente. Che sul cemento la colombiana debba ancora crescere un bel po’ non è una novità, che Naomi fosse un ostacolo proibitivo era scontato: la grinta comunque promette bene.
Ann Li: 4
I match tra coetanee sono insidiosi e la Li ha imparato la lezione a proprie spese contro una Xinyu Wang più concreta, balbettii sul 5-4 nel primo set a parte. Se una partita finisce 7-6, 6-3, chi ha perso deve ricercare i motivi per cui non si è imposta nei dettagli: nello specifico qui si parla di una prima di servizio non molto performante, con soltanto il 59% di punti vinti, e di sette doppi falli, che sono tanti se rapportati ai due commessi dalla cinese. La stagione lascia il tempo di riscattarsi.
Anastasia Potapova: 4
Oggetto misterioso: la Potapova versione 2018/2019 non si vede da troppo tempo e incontrare la Giorgi al primo turno agli Australian Open non aiuta a riportarla tra noi. Rimane che lo zero su quattro alla voce palle break salvate è una statistica con la quale non si vince neanche un set, figurarsi un match. Il bagel nel secondo set brucia soprattutto per il vantaggio, poi vanificato, di 40-0 al servizio nel quarto game. Da lì in poi, la russa è totalmente uscita dalla partita.
Clara Burel: 5
Un voto in meno per la titanica quantità di doppi falli, ben 12, in una partita finita 6-3, 6-4 contro la numero 3 al mondo. Con un piano tattico così ballerino la Burel non poteva sognare il ribaltone clamoroso contro una Muguruza a velocità di crociera e che, forse, non era così invincibile. Chissà, magari con una percentuale più alta di prime di servizio, ad eliminare prematuramente la spagnola non sarebbe stata la Cornet, ma un’altra transalpina, di 11 anni più giovane. E chissà, magari si sarebbe assistito a un derby in “blu”.
Kaja Juvan: 3,5
A proposito di oggetti misteriosi, la Juvan è un’altra dalla quale si aspetta il salto di qualità per ora invano: ci si era illusi che il terzo turno agli Australian Open nel 2021 fosse il momento giusto per esplodere, ma poi è arrivata la positività al coronavirus. Idem per la vittoria contro la Bencic a Wimbledon, ma poi i risultati non sono arrivati. Non c’è due senza tre e quindi la slovacca, che arrivava a Melbourne dopo la vittoria contro la Sabalenka nel WTA 250 di Adelaide, ha sprecato l’impossibile contro la Zanevska, da break di vantaggio sul 5-4 a set point spalmati tra finale di parziale e tiebreak, fino a un margine di 5-1 nel secondo set che grida vendetta. Male.
Dayana Yastremska: 3
La Yastremska sarà anche innocente secondo il TAR, ma al rientro nel circuito maggiore l’ucraina non ha mai veramente messo in mostra le qualità con le quali aveva vinto tre titoli WTA tra 2018 e 2019, arrivando fino alla posizione numero 21 nel ranking WTA. Di più: lo stop forzato non ha insegnato a Dayana un po’ di umiltà. Sotto 0-5 e dopo un paio di tradizionali medical timeout che non si sa mai fino a che punto siano necessari, la classe 2000 di Odessa ha pensato bene di ritirarsi per evitare di dare alla Brengle la soddisfazione di aver vinto sul campo. Agli Australian Open è successo anche questo: che un unico vincente sia stato maggiore di 60 errori non forzati.
The Old Gen
Samantha Stosur: 6 (per il torneo) + 10 (per la carriera)
Non il match contro la Pavlyuchenkova, che era oggettivamente proibitivo anche contro una Nastia ancora convalescente dopo aver contratto il coronavirus, ma la grinta e la voglia di non salutare il pubblico con una sconfitta all’esordio, ossia le qualità che hanno permesso alla Stosur di vincere almeno contro la compagna di wild card, Robin Anderson. Poi parlano i numeri: 37 anni, uno Slam, agli US Open, nel 2011, sconfiggendo Serena Williams in finale, una finale al Roland Garros, nel giorno in cui l’Italia ha festeggiato Francesca Schiavone regina di Parigi e una carriera ancora ricca di soddisfazioni in doppio, con quattro Major, di cui l’ultimo vinto quattro mesi fa sempre agli US Open insieme a Shuai Zhang. Leggenda.
Andrea Petkovic: 4
L’idea era dare seguito ai segnali incoraggianti di inizio stagione e salire a quota tre vittorie nel 2022 aggiungendo ai successi contro Samsonova e Burel – rispettivamente di 11 e 14 anni più giovani di lei – anche una prova extra-lusso contro una top ten, tale Barbora Krejcikova, che magari poteva arrivare stanca agli Australian Open dopo la sconfitta in finale contro la Badosa nel WTA 500 di Sydney. Risultato? 28 vincenti e 14 errori non forzati per la ceca e batosta in forma di 6-2, 6-0 per la tedesca. In fondo non si chiedeva ad Andrea di arrivare in fondo nello Slam.
Vera Zvonareva: 4
Slam numero 48 in carriera per la Zvonareva e, nonostante le 37 primavere, zero voglia di ritirarsi e consapevolezza di poter ancora competere con le migliori al mondo. Prova ne è la sconfitta al primo turno, ma più che onorevole contro una Elise Mertens sempre brava a non smentire il proprio ranking. Rimangono i rimpianti per come il secondo set sia deragliato dal 4-2 di vantaggio per la russa: non poteva esistere momento peggiore per smarrire le coordinate al servizio.
Mine vaganti mancate:
Jil Teichmann: 4
Se abbiamo imparato qualcosa durante gli Australian Open 2022 è di non chiedere a una svizzera di essere la sorpresa di un torneo: archiviata la cinica prestazione al primo turno contro la Martic, sembrava che la Teichmann fosse intenzionata a sfruttare la combinazione servizio e dritto per impedire alla Azarenka di girarsi con troppa facilità sul rovescio. Risultato? Partita di un’ora e un quarto finita 6-1, 6-2 per la bielorussa e zero palle break salvate su quattro dall’elvetica. Forse è meglio non riprovarci al Roland Garros anche se il topspin di Jil potrebbe indurre in tentazione.
Ajla Tomljanovic: 4
Nel bilancio tra un sorteggio sfortunato – affrontare subito questa Badosa così in fiducia è complicato per chiunque – e tra il risultato comunque non onorevole, la Tomljanovic, ora vicina alla top 40 e, chissà, anche a una testa di serie negli Slam tra Roland Garros e Wimbledon, non sfugge all’insufficienza. Aver affrontato la stessa persona sette giorni prima in teoria dovrebbe voler dire aver imparato qualcosa in più sul piano tattico da mettere in campo. In teoria. In pratica i game conquistati dall’australiana sono scesi da sette a quattro – tutti in un set, tra l’altro.
Viktoria Golubic: 4
Inarrestabile a Wimbledon, impalpabile negli altri Slam: sorteggiata contro la Zhang agli Australian Open, la Golubic aveva un’ottima chance di sfatare il tabù dei Major sul cemento nei quali non ha mai neanche superato un turno in singolare. Invece la svizzera si è presa un 6-3, 6-4 senza storia dalla cinese, inseguendola senza mai sembrare in grado di raggiungerla, figurarsi di rimettersi in partita. A chi aveva ipotizzato che potesse essere una outsider sarà saltato il tabellone.
Sloane Stephens: 4
Down Under, ma senza troppa convinzione. La Stephens vista in campo contro la Raducanu semplicemente non aveva granché voglia di scendere in campo e se non si approccia una partita con la giusta attenzione, è inevitabile sbagliare fin troppo. Gli sbagli sono frutto di un mix di disattenzione, fretta ed eccessiva fiducia nel proprio ritmo in palleggio, fiducia talmente estremizzata che, per paradosso, diventa sfiducia nel momento in cui dritto e rovescio finiscono sistematicamente fuori. Fingiamo che la stagione di Sloane inizierà a febbraio. Va così.
Caroline Garcia: 3
Rivedremo mai la Garcia ad alti livelli o siamo destinati a non sperarci più? Il disastro di giornata è stato aver servito per il match e dover semplicemente chiudere in due set contro la qualificata Baptiste, per poi subire controbreak a 30, finire in un amen sotto 0-6 nel successivo tiebreak e andare in svantaggio 0-3 con doppio break subito nel parziale decisivo. Dov’è finita la Caroline che infilava le vittorie nei WTA 1000 di Wuhan e Pechino e strappava la qualificazione alle WTA Finals beffando la Konta e salendo fino alla posizione numero 4 nel ranking WTA?
Daria Gavrilova-Saville: 3
Speriamo di non doverlo dire più fino a fine stagione. Primo: le wild card ricevute per grazia di un ranking che fu quasi un decennio fa non sono giuste nei confronti di chi – come la Hon, la Inglis o la Sanders – si è guadagnata la chance sgobbando in campo contro le big. E che big, visto che parliamo di Kvitova (a Sydney), Fernandez e Sabalenka (agli Australian Open). Secondo: raccogliere una media di 25% di punti vinti con la seconda di servizio in tre match (tutti persi) è indice di un gioco che non va ad alti livelli. Terzo: prendere il cognome di tuo marito è… una scelta.
Le delusioni:
Garbine Muguruza: 4
Nessuno aveva osato prevedere che la Muguruza venisse eliminata al secondo turno dagli Australian Open. Invece, a ben riflettere non era poi così impossibile che la spagnola dimostrasse di avere ancora enormi limiti di concentrazione, che sono la ragione per cui Garbine, che ha avuto e sta avendo una carriera più che notevole, ha vinto anche meno di quanto potrebbe. Per esempio, proprio gli Australian Open dovrebbero essere il (pen)ultimo target per il Career Grand Slam impreziosito dalle WTA Finals. Per ora, invece, tra la Muguruza e il traguardo si è frapposta una Cornet che aveva un appuntamento non più rimandabile con un quarto di finale Slam, ma che non sembrava così invincibile. Che l’iberica avesse ancora nella mente la sconfitta sempre contro la francese sull’erba nel WTA 500 di Berlino a giugno? Se non altro la top ten è comunque al sicuro, nonostante Garbine abbia perso 1300 punti che conservava dalla finale nel 2020.
Anett Kontaveit: 4
Che prima o poi la Kontaveit pagasse quattro mesi di gloria era sempre più evidente. E a vedere l’idiosincrasia tra l’estone e gli Slam, forse si poteva anche prevedere che al primo momento di pressione Anett salutasse prematuramente gli Australian Open. La partita contro la Siniakova non poteva essere indicativa, il match contro la Tauson doveva essere il momento di diventare grande. E d’accordo: nessuno sa come sarebbe stata interpretata questa sconfitta se la danese avesse sfruttato set e break di vantaggio contro la futura finalista Danielle Collins. Rimane, però, che la Kontaveit adesso non è più una testa di serie minore con il potenziale di mina vagante, ma una top ten che non è mai andata oltre un unico quarto di finale negli Slam. Troppo poco.
Sofia Kenin: 4
La permanenza tra le prime 20 al mondo finisce qui: nessuno si aspettava che la Kenin potesse difendere i 2000 punti ottenuti in un 2020 che ormai sembra un’epoca fa e, anzi, tutti prevedevano che la statunitense potesse essere eliminata prematuramente, tanto più che era stata subito sorteggiata contro la futura semifinalista Keys, che ancora non aveva perso nel 2022. In realtà Sofia ha anche giocato un match tra i più gagliardi negli ultimi quindici mesi, ma, semplicemente, non è stato sufficiente. E così, in un attimo, una ex regina Down Under lascia l’Australia sapendo di poter perdere il posto in top 100 nelle prossime settimane. Come sarà il futuro? Wild card? Più e più partite per qualificarsi nel tabellone di un WTA 1000 o 500?
Coco Gauff: 4
L’insostenibile leggerezza di essere Coco: la teenager più promettente nel panorama WTA per paradosso non è mai andata oltre un quarto di finale in uno Slam – il che non sarebbe neanche grave, se non avessimo ancora negli occhi la finale “green” agli US Open tra Raducanu e Fernandez. La Gauff non è mai stata inibita dal grande palcoscenico, quindi più che altro sembra che agli Australian Open sia incappata nella più classica “giornata no” che chi ha 17 anni a volte vive. Se l’età è motivo di giustificazione, il ranking è la ragione per cui comunque tocca prendere la matita blu. Anche perché non è ancora chiaro quali saranno le conseguenze di una sconfitta così inattesa, dati i segnali positivi che la statunitense aveva dato fino al primo Major stagionale.
Angelique Kerber: 4
Tra la sfortuna di essere stata sorteggiata contro la Kanepi e una forma fisica inevitabilmente danneggiata dall’aver contratto il coronavirus, non ci si poteva aspettare chissà quale torneo dalla Kerber. Rimane che la tedesca avrebbe potuto approfittarne per ritoccare un po’ il proprio ranking per evitare disastri nella seconda parte di stagione, dal momento che anche nel 2021 era uscita all’esordio a Melbourne. Più che per un primo set sempre in affatto, i rimpianti sono per il secondo parziale in cui Angie era stata avanti 3-1, prima di perdere cinque game di fila. Forse sarebbe stato meglio rinunciare alla trasferta in Australia, per quanto sia sempre difficile rinunciare a uno Slam.
Petra Kvitova: 3
Meglio che la Kvitova metta in un cassetto non soltanto l’inizio di 2022, ma anche una forma fisica che inizia a essere un po’ inquietante. Il doppio 6-2 con cui la ceca ha salutato prematuramente gli Australian Open si racconta con un’unica statistica: 7 vincenti e 39 errori non forzati. La spiegazione è semplice: Petra sa di non avere fiato per imbarcarsi in scambi prolungati, si agita, cerca la soluzione definitiva e invece commette errori madornali portando all’esasperazione un piano tattico che non era mai stato all’insegna di giocare in modo sicuro. La stagione è iniziata da un mese, ma già suona l’allarme di un ranking che potrebbe andare in frantumi.
Leylah Fernandez: 4
Primo Slam con un ranking di rilievo, sconfitta francamente inaspettata contro la wild card locale Inglis: la Fernandez vista agli Australian Open più che sotto pressione è sembrata senza sacro fuoco, quasi come se la scintilla si fosse smarrita negli Stati Uniti e ora la canadese fosse tornata a essere soltanto Leylah, la ragazza di diciannove anni impalpabile in risposta e con ancora molto da imparare. Il che è sicuramente così, quindi prima di gridare al flop e al momento di grazia che è durato soltanto due settimane, diamole tempo. L’impressione è che comunque non ci deluderà.
Kristina Mladenovic: 4
Veni, vidi, fuori al primo turno: su 44 partecipazioni in uno Slam, la Mladenovic ha raggiunto la seconda settimana soltanto due volte, il che è una statistica indicativa di come la francese, che, meglio non dimenticarlo, è stata in top ten in singolare nel 2017, in fondo non abbia mai avuto feeling con i Major giocandoseli da sola. E dire che la Bencic dai mille guai fisici vista a Melbourne non sembrava neanche una testa di serie così proibitiva, ma se si permette a Belinda di entrare nello scambio e di capire su quali punti deboli andare a martellare, vincere diventa impossibile.
Donna Vekic: 4
D’accordo, la Vekic è ancora lontana dal livello con il quale entrava in top 20 nel 2019. Avendo chiuso il 2021 con il primo titolo WTA in quattro anni, a Courmayer, ed essendo rientrata a pieno merito tra le prime 100 al mondo, ci si aspettava che la croata potesse essere una mina vagante agli Australian Open. E invece? Doppio 6-2 subito dalla Riske in poco meno di un’ora e un quarto di gioco e una prestazione insufficiente sia al servizio, con sette doppi falli commessi, sia in risposta, con zero palle break a favore e sette punti su 39 vinti in risposta. La beffa? Che Donna difendeva gli ottavi di finale raggiunti nel 2021 e che per questo si troverà di nuovo fuori dalla top 100.
Fiona Ferro: 4
Un anno fa la Ferro raggiungeva il terzo turno a Melbourne, tenendo testa alla neo-regina al Roland Garros Iga Swiatek e proponendosi come sorpresa per il 2021. Da lì in poi, il blackout: gli infortuni, un paio di quarti di finale qua e là sulla terra rossa, la vorticosa discesa nel ranking dopo la prematura eliminazione al WTA 250 di Palermo, dove difendeva il titolo, e l’uscita dalle top 100, che sarà ufficiale proprio dopo gli Australian Open. Ma, soprattutto, problemi di fiducia che per ora, vogliono dire zero vittorie in stagione – match nei tabelloni di qualificazione esclusi. E dire che la francese affrontava una Svitolina che al momento ci crede meno di lei, se possibile.
Le italiane
Camila Giorgi: 7
Chiederle di più sarebbe stato ingiusto: la Giorgi ha agevolmente navigato tra Potapova (partita che non era per niente banale, dato che la russa potrebbe potenzialmente esplodere in qualsiasi momento) e Martincova (al netto di qualche balbettio di troppo dal 5-2 nel secondo set), per poi avere la sfortuna di essere sorteggiata nel terzo turno contro una irresistibile Ashleigh Barty, la quale ha messo una pietra sopra al match nel momento in cui sul 4-2, 0-40 ha iniziato a tirare soltanto ace e prime vincenti. Anzi, aver raccolto cinque game contro l’australiana vuol dire aver ben figurato. Non resta che sperare in un sorteggio decisamente più favorevole al Roland Garros.
Martina Trevisan: 6,5
Brava, bravissima. La Trevisan ha vissuto sei mesi di celebrità dopo il quarto di finale raggiunto al Roland Garros nel 2020, per poi capire che adattarsi all’erba e al cemento richiede uno sforzo che va al di là di ranking e pressioni. Tornata alla propria dimensione tranquilla, la Trevisan è sembrata libera fisicamente e mentalmente contro una Hibino più esperta su superfici veloci per poi raccogliere un bagel e tre game contro una Badosa i cui miglioramenti sono di torneo in torneo più evidenti. L’esperienza agli Australian Open è stata più che positiva.
Lucia Bronzetti: 6,5
Come sopra: brava, bravissima. Rispetto alla Trevisan, la Bronzetti aveva l’attenuante di non aver mai ottenuto la qualificazione in uno Slam, per cui non soltanto arrivare nel tabellone principale, ma anche vincere una partita, in rimonta, contro la numero 78 nel ranking WTA Gracheva, vuol dire di essersi superata. D’accordo, il doppio 6-1 con cui la Barty ha congedato in fretta l’italiana brucia perché un simile risultato deve bruciare per forza, ma non è che Ashleigh abbia riservato un trattamento di favore a nomi ben più blasonati. Che possa essere soltanto l’inizio.
Jasmine Paolini: 4
Tutto bene per l’Italia nel tennis femminile? Non tanto, perché non ci si aspettava che Jasmine Paolini potesse lasciare Melbourne così presto. Dopo un 2021 di sorteggi sfortunati, ma di grandi soddisfazioni, fino al primo titolo in carriera nel WTA 250 di Portorose, l’italiana finalmente ha un primo turno agevole in uno Slam contro la rumena Ruse e spreca la chance raccogliendo quattro game in tutto il match e subendo break in sette turni di servizio su otto. Difficile che vada peggio di così. Dov’è finita la ragazza indomita e determinata che si arrampicava sempre più in alto nel ranking, tanto da dover giocare sempre meno le qualificazioni nei tornei WTA?
Michela Curcio