Una conferma e un grande ritorno: nell’ATP 250 di Sydney Aslan Karatsev si è frapposto tra Andy Murray e il sogno di raggiungere quota 47 trofei in carriera, al termine di una finale vinta dal russo con un doppio 6-3; nell’ATP 250 di Adelaide 2, invece, Thanasi Kokkinakis si è finalmente iscritto al club di chi ha vinto un titolo nel circuito maggiore al termine di una battaglia in tre set contro il francese Arthur Rinderknech. Diamo i voti ai protagonisti dei due tornei

Aslan Karatsev: 9

Nuovo anno, vecchio Karatsev. Il russo è tornato in campo in ritardo di una settimana dopo aver avuto il coronavirus durante le vacanze di Natale. Per questo motivo, su di lui si annidavano dubbi di condizione fisica, considerando che Aslan difenderà 720 punti guadagnati con la semifinale agli Australian Open di un anno fa. E invece? Il giocatore più migliorato nel 2021 – come deciso dagli stessi colleghi – ha trionfato nell’ATP 250 di Sydney senza mostrare timore reverenziale davanti a un Murray davanti al quale bisogna soltanto togliersi il cappello. E se il doppio 6-3 con cui Karatsev non ha dato chance a Sir Andy forse è stato avido di emozioni, più ricchi di pathos e brividi sono stati il match di quarti di finale contro un Sonego coriaceo e la semifinale thriller contro Dan Evans, che si commenta con un unico dato: il tiebreak del secondo set terminato 15-13 per il britannico che ha salvato tre match point. Il terzo titolo ATP è più che meritato.

Andy Murray: 9

Non avrà vinto il titolo numero 47 in carriera, ma Murray ha dimostrato ancora una volta che davanti a lui bisogna soltanto portare rispetto. D’altronde, che dire a un giocatore che con un’anca di metallo, non soltanto decide di rimettersi in gioco, ma dimostra di non sfigurare ad alti livelli – speriamo che nessuno più polemizzi sulle wild card che gli vengono giustamente concesse – e, soprattutto, decide con coraggio di non cambiare il proprio piano tattico nonostante i limiti fisici? Il match di tre ore e dieci minuti contro Basilashvili ha dimostrato ancora una volta che sullo scambio da fondocampo lo scozzese ha una classe che ha davvero ridotta concorrenza nel circuito maggiore. Il lob con cui Sir Andy ha scavalcato il gigante di due metri e undici centimetri Opelka in semifinale, invece, ha raccontato di nuovo a tutti che la mano delicata non si perde per infortunio. Se la forma fisica sarà sempre così buona in stagione, nessun traguardo è precluso.

Dan Evans: 8

Che semifinale contro Karatsev, che Evans di inizio 2022: tra gli indiscussi protagonisti di ATP Cup, il trentunenne di Birmingham quasi regalava al pubblico di Sydney una finale tutta “British” contro Andy Murray, arrendendosi a un Aslan in versione macchina di vincenti, ma soltanto dopo tre ore e dieci minuti e dopo un tiebreak di secondo set leggendario, lungo 28 punti e in cui ha annullato tre match point, nel frattempo necessitando di sei set point per trascinarsi al terzo e decisivo parziale. Peccato che il britannico poi si sia deconcentrato per il lungo toilet break del russo – che sembra abbia sforato di un paio di minuti il tempo ormai stabilito dalle nuove regole ATP. In partite così tirate, non è insolito che da una palla break sprecata, sul 3-3, ne arrivi una che non si riesce a salvare, nel game successivo.

Reilly Opelka: 7

Probabilmente per Opelka la missione a Sydney era arrivare in finale senza sforzo, ma se la sconfitta arriva a un passo dall’obiettivo contro un sontuoso Murray, forse è meglio concentrarsi sugli evidenti progressi fisici maturati in meno di sette giorni. Questa volta lo statunitense ha conciliato una percentuale monstre di realizzazione nei propri turni di battuta – contro Thompson ha vinto 22 punti su 23 con la prima di servizio – con un ritrovato cinismo da top player, come dimostrano l’autorevole tiebreak giocato contro Nakashima, seguito dall’altrettanto tranquillo 6-2 successivo. Difficile chiedergli di contrastare l’infinita classe di Sir Andy: se lo scozzese è persino riuscito a lobbarlo nonostante i suoi 211 centimetri, forse la partita era già scritta.

Brandon Nakashima: 6,5

Riuscirà Nakashima a migliorarsi da giovane promessa a Next Gen da tenere davvero d’occhio? Gestiti con autorità i due tiebreak contro Vesely, in una partita dominata dai servizi in cui non si è vista neanche una palla break in tutto, lo statunitense si è confermato specialista del 7-6 e bestia nera di Fognini al termine di un match in cui ha dovuto rimontare un break di svantaggio nel primo parziale e annullare tre set point sul finale di secondo set. Peccato che Brandon non si sia confermato nel momento in cui è stato chiamato all’esame di maturità contro Opelka. Galeotto un altro 7-6, questa volta, però, a segnalare di aver perso un equilibrato primo parziale.

Maxime Cressy: 7

Alla fine Cressy ha finito la benzina, anche perché per sconfiggere l’Evans visto in ATP Cup sarebbe stato necessario avere un surplus di energie che lo statunitense non poteva avere, complice anche il ritardo per pioggia che ha scombinato il tabellone, costringendo Maxime a giocare due match in meno di otto ore. Il big server di origini francesi comunque ha messo in cascina altre due vittorie in Australia, contro un Mannarino precipitato nel ranking e contro un Lajovic non in condizione fisica ideale per gli appuntamenti di inizio stagione. Nel frattempo la classifica sorride: con i 90 punti guadagnati nell’ATP 250 di Sydney, Cressy è sempre più vicino alla top 70.

Nikoloz Basilashvili: 5

Basilashvili sembra aver recuperato dal misterioso problema fisico che ne aveva compromesso la partecipazione in ATP Cup, di fatto condannando la Georgia a essere un bye vivente in un gruppo con Polonia, Argentina e Grecia – il che si potrebbe dire abbia falsato la competizione. Non poteva esserci test più probante di un Andy Murray per il quale un’anca di metallo non è assolutamente un deterrente a sfiancarsi in campo per tre ore e un quarto al giorno. Il georgiano ha reagito con autentiche prodezze su quasi tutte e nove tra le dodici palle break salvate e sui cinque set point annullati in più momenti del match – uno nel primo set, tre sul 5-4 nel secondo parziale, il quinto al successivo tiebreak. Poi, però, come spesso gli succede, Niko ha rovinato tutto con marchiani errori non forzati e con l’inguaribile ostinazione a forzare il vincente anche quando sarebbe meglio rimanere in contenimento. Dentro o fuori non è un gran piano tattico per un top 30.

Miomir Kecmanovic: 5

Un voto in più per la vittoria all’esordio in stagione contro Travaglia, vittoria che Kecmanovic si è guadagnato con autorità, lasciando soltanto cinque game all’italiano e salvando entrambe le palle break concesse. Nel momento di dare qualcosa in più, però, il serbo ha dimostrato di essere ancora acerbo mentalmente, vanificando un rassicurante 5-2 con break di vantaggio contro Karatsev nel primo set e perdendo cinque giochi consecutivi, in pratica poi diventando quasi totalmente inoffensivo nel secondo parziale. Non ci sarebbe nulla di grave, se non fosse che il ventiduenne di Belgrado quasi sembrava più attento e più determinato tre anni fa che non oggi, quando dovrebbe aver guadagnato molta più esperienza nel circuito maggiore. Quel best ranking da numero 38 ATP, raggiunto a marzo 2021, è sempre più lontano.

Sebastian Baez: 5

Baez non raggiunge la sufficienza per la magra figura contro un Sonego così carico da lasciargli cinque game in due set. L’obiettivo di Sebastian nel 2022 sarà adattarsi a una superficie veloci come il cemento e debuttare in modo onorevole sull’erba. L’argentino ha dimostrato di poter avere potenziale su cui lavorare dopo la vittoria da muro di gomma contro Musetti alle Next Gen ATP Finals di novembre. Il fatto che il classe 2000 di Buenos Aires abbia gestito il tentativo di rimonta di un O’Connell guidato dal pubblico e al quale ha dovuto annullare due sanguinose palle break sul 4-4 nel terzo set che, se sfruttate, avrebbero portato l’australiano a servire per il match, promette bene. Meglio ignorare quel 9 su 45 alla voce “punti vinti in risposta” contro l’italiano.

Alejandro Davidovich Fokina: 4

Dimenticate le apparizioni fugaci in doppio con il team Spagna in ATP Cup: il vero debutto in stagione di Davidovich Fokina era a Sydney, contro un Lajovic già monitorato proprio in ATP Cup e che non sembrava un ostacolo così proibitivo. L’iberico, però, ha ricominciato nel 2022 da dove si era interrotto nel 2021: tanto potenziale, ma un servizio davvero troppo leggero ad alti livelli e un’impazienza nei momenti importanti di partita che, alla lunga, è sempre fatale per chiunque. Sfruttare due palle break su nove è un problema anche se ti chiami Federer o Djokovic, figurarsi se sei un ventunenne che deve aggiungere qualcosa in più al proprio piano tattico. Per ora, però, la crescita di Alejandro sembra essersi un po’ fermata.

Alexei Popyrin: 4

A proposito di crescita che si è fermata, in teoria per Popyrin giocare in casa possa essere uno stimolo per esprimersi al meglio, per mettere in mostra gli enormi mezzi tecnici di cui dispone e per raccogliere qualche risultato di rilievo. Invece l’australiano non si è ancora sbloccato in patria. La sconfitta contro Martinez è netta più di quanto il doppio 6-4 non suggerisca in partenza perché Alexei non è mai stato in grado di salvare una palla break in tutta la partita e perché nell’unico momento in cui è stato avanti nel punteggio, a inizio secondo set, ha subito immediatamente il controbreak. Il classe 1999 di Sydney si presenterà agli Australian Open da numero 59 nel ranking ATP, la miglior posizione in classifica mai raggiunta. Chissà se saprà sfruttarla.

Hugo Gaston: 4,5

Anno nuovo, stesso Hugo. Non che non sia divertente assistere alle mille e uno variazioni tattiche di Gaston, ma scherzare con un fuoco chiamato Sonego vuol dire che prima o poi l’italiano, che raramente esce fuori da una partita, si scrollerà di dosso la comprensibile ruggine di inizio stagione e inizierà a dettare il gioco con l’agio di non dover soffrire nei propri turni di battuta. Lorenzo ha chiuso il secondo e il terzo set perdendo appena 4 punti su 36 con la prima di servizio, il che gli ha permesso di conservare le energie per destabilizzare il transalpino in risposta. Galeotta la settima palla break concessa nel terzo set: sembrava questione di tempo prima di capitolare.

Lorenzo Sonego: 6,5

Da Sonego ci si aspetta sempre che darà l’anima fino all’ultimo punto, però se non contro un Karatsev appena rientrato dopo la quarantena da coronavirus, quando approfittarne per vincere il primo titolo ATP in carriera sul cemento? Il torinese è già stato molto coriaceo a risalire da set e break di svantaggio, break maturato dopo un primo game da diciassette punti e sette palle break che avrebbe tagliato le gambe a chiunque. Anzi, Lorenzo ha restituito la cortesia al termine di un altro game fiume da 21 punti, strumentale perché poi chiudesse il secondo parziale per 6-3. Lo sforzo si è prepotentemente riversato sull’italiano nel terzo set, ma a Sonego rimangono anche le vittorie contro Gaston (sofferta) e Baez (sicura), entrambi freschi di Next Gen ATP Finals.

Fabio Fognini: 6

La lotta, la beffa, i dubbi: il 2022 di Fognini inizia con una sufficienza politica che si spera possa essere di ottimo auspicio, anche se gli interrogativi di tenuta sulla distanza rimangono. Il ligure non poteva avere problemi all’esordio contro Altmaier: troppo grande il divario tecnico tra i due, anche con un Fabio che forse non è neanche al 50% fisicamente. Chiedergli di tenere botta a livello di sforzo energetico profuso contro un Nakashima in ascesa, attualmente più abituato di lui sul cemento e di 14 anni più giovane forse era pretendere un po’ troppo a quando la stagione è iniziata soltanto da due settimane. Il nativo di Arma di Taggia, comunque, non è sceso in campo sconfitto in partenza: era andato avanti di un break nel primo set e aveva avuto ben tre set point nel secondo parziale. I tiebreak, però, sono una roulette russa, si sa.

Stefano Travaglia: 4

Copia e incolla dalla scorsa settimana nel risultato, ma con un aggravante di prestazione: Travaglia non ha troppo da rimproverarsi per la sconfitta contro Kecmanovic, perché raccogliere soltanto cinque game vuol dire non aver avuto poi grandi chance di mettersi in partita. Non sbloccarsi in stagione, però, vuol dire continuare a perdere punti nel 2022 con effetti potenzialmente disastrosi nel ranking. Che peccato, perché il serbo ha perso appena 12 punti su 46 al servizio nonostante un misero 46% alla voce “prime in campo”.

Thanasi Kokkinakis: 10

Voto massimo per un Kokkinakis che meritava una gioia in carriera ben prima di aver compiuto 25 anni. Lo sfortunatissimo australiano ne ha passate di tutti i colori da dicembre 2015: un’operazione alla spalla che gli ha impedito di partecipare ai primi tre Slam di stagione nel 2016, l’essersi trovato senza ranking a fine 2016 proprio perché non aveva vinto un match in tutto l’anno, la prima finale ATP persa nel 2017 a Los Cabos contro Querrey, la frattura alla rotula nel 2018 durante il Masters 1000 di Montecarlo, più o meno tre settimane dopo aver sconfitto il numero 1 al mondo Federer nel Masters 1000 di Miami e per finire, la pandemia che ne ha ritardato il rientro in campo. Che Thanasi potesse essere da tenere d’occhio durante lo swing in casa si era notato nel primo torneo di Adelaide, quando era arrivato in semifinale, fermato soltanto da un Monfils imbattibile. Sette giorni dopo, il lieto fine non poteva essere più meritato. E più sofferto: si vedano i tre tiebreak contro Isner, lo spavento contro il connazionale Vukic, i due match point annullati a Cilic in semifinale – con il tiebreak decisivo terminato 12-10 per il padrone di casa – e la rimonta imbastita in finale contro Rinderknech, con il francese che rimpiangerà a lungo il modo sbagliato in cui ha interpretato il finale di secondo set.

Arthur Rinderknech: 8,5

Se nel 2021 Rinderknech poteva essere considerato una sorpresa – anche se Sinner probabilmente dissentiva già a maggio – quest’anno in molti dovrebbero smetterla di sottovalutarlo, perché il francese potrebbe togliersi più di una soddisfazione. La prima finale ATP è arrivata un po’ grazie a un tabellone fortunato – il ritiro di Monfils gli ha sicuramente agevolato il cammino – e un po’ grazie a meriti propri, tradotti nella battaglia all’esordio contro McDonald, nella rimonta sul coreano Kwon, nella cinica vittoria contro uno stanco Khachanov e nella prova di autorità contro il connazionale Moutet in semifinale. Peccato che Arthur abbia completamente steccato il tiebreak nel secondo set, momento nel quale l’inerzia è cambiata a favore di Kokkinakis, con l’australiano poi bravo a prendersi un break decisivo in apertura di terzo parziale. Con questa grinta, però, è improbabile che per il transalpino questa sia l’ultima finale in carriera.

Marin Cilic: 8

Il voto alto premia le due settimane ad Adelaide, durante le quali Cilic ha sempre raggiunto la semifinale, fermato la prima volta da un Khachanov altrettanto in forma e la seconda volta da un Kokkinakis che aveva un conto in sospeso con il destino. Tra suole di scarpe “moleste”, esultanze rumorose e una stretta di mano francamente un po’ evitabile, rimane che il croato e l’australiano hanno dato vita a una partita che già si candida a essere ricordata come una tra le più belle nel 2022. Sta tutto in un tiebreak da 22 punti, terminato 12-10 per Thanasi, ma nel quale Marin – che anche ha avuto due match point – ne ha annullati sei, tra vincenti di dritto, scelte molto coraggiose al servizio e qualche errore altrui assai gradito, prima di arrendersi al settimo. Medvedev non sarà contento di saperlo nel proprio quarto di finale agli Australian Open.

Corentin Moutet: 7,5

Moutet ha aspettato di trovarsi fuori dalla top 100 per tornare a esprimersi ai propri livelli. Che il transalpino sia un talento puro non è in discussione, ma Corentin aveva iniziato il 2022 malissimo più fuori che dentro al campo, con la squalifica arrivata nel match contro Djere per ingiurie rivolte al giudice di sedia. Ritrovata la concentrazione, il Next Gen di Neuilly-sur-Seine ha ritrovato anche l’estro nell’ordine spazzando via uno spento Struff, che si è svegliato soltanto sotto di match point sul 6-2, 5-2, dominando con un doppio 6-2 al sempre insidioso Fucsovics e lasciando qualche game in più per strada nel doppio 6-4 contro Monteiro. Mezzo voto in meno per l’inspiegabile 6-1, 6-3 questa volta non rifilato, ma subito, contro il connazionale Rinderknech. Che Moutet abbia sentito la pressione di tornare in una finale ATP? Non sarebbe una buona notizia per il futuro.

Karen Khachanov: 6,5

Mezzo voto in meno perché Rinderknech non era un ostacolo insormontabile, ma dopo dieci giorni di partite no stop era inevitabile che prima o poi Khachanov tirasse il fiato, anche pensando agli Australian Open. Decisivo, al ribasso, per il russo lo zero su due alla voce “palle break salvate” nel secondo set, una statistica che gli ha impedito di portare l’inerzia dalla propria parte in un match che nel primo parziale era stato particolarmente equilibrato e aveva visto entrambi avere set point nel tiebreak. Se non altro la vittoria contro Mager ha permesso a KK di guadagnare fiducia per il primo Slam in stagione, ma lasciare Adelaide senza un titolo in due tornei è stato un peccato.

John Isner: 4

Come volevasi dimostrare: i balbettii in ATP Cup non erano stati casuali. Nell’ultima fase di carriera, Isner ha un grave problema di mobilità laterale e di dipendenza dal proprio servizio. Scagliare ace è il modo preferito per lo statunitense di evitare di correre da una parte all’altra a fondocampo, il che non gli è mai particolarmente piaciuto negli anni in cui stava meglio fisicamente, figurarsi adesso che ha 36 anni e deve centellinare le energie. Contro Kokkinakis, a Long John non sono bastati 23 ace, perché non procurarsi neanche una palla break in risposta vuol dire esporsi al rischio di un tiebreak che sembra più una roulette russa. Anzi, a tre tiebreak. E se al primo tentativo riesci a salvarti, non è detto che nei successivi due set tu possa essere altrettanto fortunato. Di più: sul finale a essere fatale potrebbe persino essere un unico, misero mini-break.

Lloyd Harris: 4

Tra tutti i nomi meglio classificati nel ranking ai nastri di partenza nell’ATP 250 di Adelaide, mai ci si sarebbe immaginati di vedere Harris eliminato all’esordio da Kwon, nonostante il sudafricano abbia scagliato 20 ace e abbia avuto un match point in risposta sul 5-4 nel secondo set. Il ventiquattrenne di Città del Capo arriva da un 2021 in cui ha raggiunto la prima finale in un ATP 500 e il primo quarto di finale in uno Slam, agli US Open – risultati che gli permetteranno di essere testa di serie agli Australian Open. Chiaramente, però, se Lloyd si presenta al primo Major di stagione con questa forma fisica e questa (non) freddezza nei momenti cruciali di partita, bisogna scommettere che più di una mina vagante spererà di essere sorteggiato in quel lato di tabellone per aprirsi una strada più facile per arrivare molto in fondo.

Alexander Bublik: 4

Se la stagione di Bublik proseguirà come è iniziata, chi ha il coraggio di pronosticare un salto di qualità per l’estroso Sascha? Il kazako si conferma umorale e imprevedibile in campo. Se motivato, il classe 1997 di origini russe ha i mezzi per sgambettare più o meno chiunque, altrimenti rimedia figuracce come alla prima nel 2022 contro la wild card di casa Vukic, numero 160 nel ranking ATP. Bublik non si è procurato neanche una palla break e ha vinto soltanto 14 punti su 60 in risposta. Statistiche che, unite agli 8 doppi falli, erano già il prologo di un disastro annunciato, ben oltre il tiebreak in cui l’australiano si è trovato sopra 6-0 in modo così choccante da sprecare i primi cinque set point a favore. E poi, diciamolo, basta con i servizi da sotto, se non sono congeniali all’economia di una partita da ribaltare.

Frances Tiafoe: 4

Dove eravamo rimasti? A novembre Tiafoe e Paul si incontrano in semifinale nell’ATP 250 di Stoccolma: Big Foe è avanti di un set e un break, ha la possibilità di chiudere il match al servizio, si distrae, cincischia, finisce al tiebreak, subisce un passante leggendario dal connazionale sul 5-5 – passante al quale risponde con uno scherzoso e incredulo dito medio – e poi perde la partita, mentre Tommy andrà a vincere il primo titolo ATP in carriera sconfiggendo il campione uscente Shapovalov in finale. I due si ritrovano a Melbourne e questa volta non c’è neanche il tempo per un ribaltone: un’ora, sette minuti, zero palle break concesse da Paul, i tradizionali limiti di concretezza di Tiafoe. Tutto cambia, ma non cambia nulla.

Jan-Lennard Struff: 4

Che sta succedendo a Struff? Il tedesco di solito parte sempre con slancio a inizio stagione, sfrutta i campi veloci in Australia e lascia il segno in ATP Cup. Quest’anno, invece, Jan Lennard non soltanto ha tradito il Team Germania, ma ha anche steccato il debutto bis in stagione contro un Moutet che arrivava a Sydney per riscattare l’onta di essere stato squalificato contro Djere neanche sette giorni fa. Da ranking, in teoria i due sono separati da 65 posizioni, ma il transalpino in campo non è sembrato assolutamente un numero 115 al mondo – e, in effetti, per talento non meriterebbe una simile posizione di classifica. Svegliarsi soltanto dopo due break di svantaggio e due match point annullati, però, vuol dire che Struff è arrivato troppo tardi per provare la rimonta.

Botic Van de Zandschulp: 4

Scorie da sconfitta arrivata nonostante il match point a favore? Forse a Van de Zandschulp sarebbe servito prendersi una settimana di pausa e concentrarsi sugli Australian Open, torneo assolutamente non alla portata, ma nel quale, se in buone condizioni psico-fisiche e se aiutato da un sorteggio favorevole, l’olandese è in grado di superare un turno o due. Invece Botic si è rimesso in gioco nell’ATP 250 di Adelaide 2 ed è stato punito dall’incrocio immediato contro un Fucsovics affamato di vittorie nel 2022. Troppo più alte le motivazioni di Marton, molto più attento l’ungherese al servizio. Il passo falso effettivamente era abbastanza pronosticabile.

Gianluca Mager: 6

Sufficienza politica per premiare la “vendetta” di Mager contro Gerasimov, colui che gli aveva giocato uno scherzetto non gradito neanche sette giorni prima nell’ATP 250 di Adelaide 1. Questa volta il ligure non si è abbattuto dopo aver perso il primo set, ma ha avuto la giusta pazienza di aspettare una palla break che è mancata per più di un’ora e mezza, ma che poi è arrivata nel momento migliore e nella forma migliore, ossia in qualità di set point nel dodicesimo game del secondo parziale. Da lì in poi la vittoria è stata una formalità, soltanto un po’ macchiata da quel doppio break non difeso fino alla fine. Inutile chiedergli un miracolo contro Khachanov, anche se Gianluca ha qualche rimpianto per un primo set giocato alla pari con il russo. Lo zero su zero alla voce “palle break vinte”, però, non mente.

Michela Curcio