Dal 30 gennaio Roger Federer non è più l’uomo che ha vinto più Slam nella storia del tennis. Dal 30 gennaio a Rafa Nadal è riuscito il sorpasso di una vita, che sia lui che Novak Djokovic avevano odorato per anni e che ora è realtà. E adesso, chissà che non sia crollato il soffitto di cristallo. Quanto a Daniil Medvedev, il russo deve leccarsi le ferite e magari telefonare ad Alexander Zverev e Stefanos Tsitsipas: i tre alfieri della Next Gen adesso hanno in comune il trauma di aver perso una finale Slam da due set a zero di vantaggio. Diamo i voti ai protagonisti degli Australian Open.

The last eight:

Rafa Nadal: 21

Era ovvio dare un voto non omologato a chi forse si è guadagnato il titolo di “più grande nella storia”. 21 Slam, con il sorpasso effettuato agli Australian Open, il Major maledetto, che Nadal aveva vinto soltanto nel 2009, dopo una finale leggendaria con il rivale di sempre Federer, e che poi aveva sfiorato a più riprese, dal match maratona durato quasi sei ore contro Djokovic nel 2012 alla partita straziante contro Wawrinka nel 2014, dal replay, questa volta perso, sempre contro Federer nel 2017 al “no game” contro un Djokovic in stato di grazia nel 2019. Una “quota 21” arrivata, se possibile, nel modo più epico che si potesse immaginare, rientrando in campo dopo sei mesi di stop, un’operazione al piede e dopo aver contratto il coronavirus un mese prima che iniziasse il torneo, sconfiggendo all’ultimo atto uno sciagurato Daniil Medvedev che era andato avanti di due set. Eppure, che Rafa fosse destinato alla leggenda non è stato sorprendente per chi, più o meno il quarto giorno, ne aveva visto gli occhi e aveva capito che non poteva che finire così.

Daniil Medvedev: 9

Il voto rimane alto anche se Medvedev ha perso una finale Slam da un vantaggio di due set a zero, perché se esiste un’alternativa a Djokovic e Nadal mentalmente prima che tecnicamente, per ora la risposta è Daniil. Non è capitato a molti, anzi, in realtà è capitato soltanto a Murray, di vincere uno Slam e di arrivare in finale al Major successivo. E poi, prima di dire che, effettivamente, il russo si è suicidato da quel maledetto 3-2, 40-0 sul servizio di Rafa nel terzo set, ci si ricordi anche che il numero 2 al mondo è stato a un match point dalla sconfitta nei quarti di finale contro un Felix Auger-Aliassime che forse avrebbe meritato più fortuna e che poi, al netto di “small cat” vari ed eventuali, non ha mai veramente avuto problemi in semifinale contro Tsitsipas, che sarebbe soltanto di due posizioni più in basso nel ranking ma con il quale sul cemento sembra esserci un divario abissale. Più che metabolizzare la sconfitta, per Medvedev il prossimo passo sarà trovare il proprio ritmo anche sulla terra rossa e sull’erba, superfici dove, al contrario, fatica molto di più. Forse così Daniil potrà tornare a sognare: sentirlo dire in conferenza stampa che in fondo soffre per i fischi e le critiche ci ha ricordato che neanche lui è una macchina. E menomale.

Stefanos Tsitsipas: 8

Voto generoso perché non potrebbe essere altrimenti, per uno Tsitsipas che aveva chiuso il 2021 tra dubbi sul proprio potenziale e un’operazione al gomito che poteva pregiudicarne la partecipazione agli Australian Open e che è ripartito nel 2022 con la quinta semifinale in uno Slam, la terza a Melbourne. Si dirà che il greco sia stato facilitato dai tre turni di ambientamento contro Micheal Ymer, Baez e Paire e si dirà che Stefanos ha provato a complicarsi la vita contro Fritz – ignorando però che il classe 1998 di Atene soffre sempre contro gli statunitensi dal servizio risolutivo. La risposta tanto attesa è arrivata nel match di quarti di finale contro Jannik Sinner: una lezione che ci ha permesso di capire quanto grande sia il potenziale inespresso di Tsitsipas. Incontrare a seguire la cryptonite Medvedev non ha aiutato, ma la stagione è lunga.

Matteo Berrettini: 8

Immenso. Infortunarsi agli addominali alle ATP Finals in casa e non sapere come sarebbe stato il futuro, andare agli Australian Open senza aspettative, avere problemi di stomaco all’esordio contro Nakashima, poi essere ancora arrugginito al secondo turno contro Kozlov, poi metterci testa e cuore contro Alcaraz, dopo aver rischiato la frittata da due set di vantaggio, ma contro un futuro numero 1 che mostra già un livello di tennis stellare, poi disinnescare l’intelligenza tattica di Carreno Busta, poi dare tutto contro Monfils, di nuovo rimanendo lucido nel non uscire dal match dopo aver vanificato un margine di due parziali. Chi aspettava soltanto la sconfitta in semifinale contro un tale Rafa Nadal per criticarlo forse ha un problema con chi, senza avere mezzi tecnici straordinari, è il primo nato negli anni Novanta ad aver raggiunto almeno i quarti di finale in ogni Slam. Non Thiem, non Medvedev, non Zverev, non Tsitsipas. Ma il nostro Matteo.

Felix Auger-Aliassime: 7,5

Mezzo voto in meno per il risultato: la rimonta subita contro Medvedev da due set di vantaggio, con tanto di match point annullato dal russo nel quarto parziale. Riguardando la partita, però, Auger-Aliassime ha un solo impianto: il rovescio in palleggio sbagliato sull’ultima palla break a favore, punto che avrebbe potuto riaprire un match che forse è finita in modo ingiusto, ma che ha regalato cinque ore di emozioni. Se Felix sistemerà i propri balbettii al servizio nei momenti di tensione e se riuscirà a trovare il giusto equilibrio tra rischio e ragionamento, il futuro sarà anche e spesso suo. Con Daniil il canadese è stato perfetto fino al tiebreak nel terzo set e all’interruzione per pioggia – che però, scaramanzia a parte, non sembra essere stata così influente. Nel frattempo il Roland Garros aspetta Felix per completare il set di quarti di finale nei Major.

Jannik Sinner: 7

Giusto rimanere di manica stretta perché Sinner non ha affrontato rivali credibili fino all’ottavo di finale contro De Minaur. Va detto, però, che se a 20 anni è facile inciampare negli Slam sentendo la pressione di essere favorito da una testa di serie importante – a dire il vero abbiamo validi esempi sul tema anche a 25 anni – Jannik non ha mai sprecato energie, sapendo che gli sarebbero tornate utili più in là nel torneo. I nove game vinti contro Tsitsipas sono deludenti e ineluttabili al tempo stesso: deludenti per il risultato in sé, che racconta di come l’altoatesino non sia mai entrato in partita, ineluttabili perché di fronte allo Stefanos visto in campo quasi nessuno al mondo avrebbe potuto trovare soluzioni. Criticare un quarto di finale in un Major sarebbe follia.

Denis Shapovalov: 7

Mezzo voto in meno per quel «siete tutti corrotti», di pessimo gusto e che poi non è stato rettificato in conferenza stampa. Detto questo, chissà che il 2022 non possa essere l’anno buono per uno Shapovalov accusato di essere fumoso e incostante, ma che negli ultimi due Slam giocati su superfici veloci (Wimbledon e Australian Open) ha raggiunto rispettivamente semifinale e quarti di finale, arrendendosi soltanto a due totem come Djokovic e Nadal, non senza avere i propri rimpianti e, anzi, quasi riuscendo a rimontare due set di svantaggio al maiorchino. Il punto di partenza da cui prendere fiducia? La vittoria contro Zverev – non importa quanto spento fosse il tedesco. Poi servirà aggiungere un po’ di ordine tattico e nessun palcoscenico sarà precluso.

Gael Monfils: 7

A volte serve soltanto un click, ha detto Monfils, che forse sembra crederci più oggi che a 20 anni. Il problema è che, con 36 candeline sul groppone, anche se scatta il click mentale, il fisico potrebbe non collaborare. Non avere Djokovic nel proprio lato di tabellone ha permesso al francese di giocare a braccio sciolto e di sfruttare l’inerzia a favore dopo la vittoria nell’ATP 250 di Adelaide, primo titolo vinto in Australia in tutta la carriera. Contro Berrettini, però, Gael è partito con un handicap di due set di svantaggio: un gap troppo grande per tentare la rimonta impossibile contro il top ten più sottovalutato di tutti. Forse gli Australian Open erano davvero l’ultima chance per chi nel 2004 andò vicinissimo al Calendar Grand Slam, versione juniores.

I big:

Alexander Zverev: 5

Il lato positivo? Avere raggiunto la nona seconda settimana di fila in uno Slam – la striscia è aperta dagli US Open 2019. Perché l’insufficienza, quindi? Matematica a parte, non esiste nulla di salvabile. Davvero Altmaier, Millman e Albot erano il metro di paragone con cui misurare la forma psico-fisica di Zverev? Infatti non appena il tedesco si è misurato contro qualcuno alla propria altezza, ossia Shapovalov, è sembrato l’ombra di se stesso, attanagliato da paure che non hanno motivo di esistere se sei il numero 3 al mondo e se hai vinto tutto, tranne un Major. D’altronde, che Sascha non fosse a proprio agio, glielo si leggeva nel modo in cui si ostinava a cercare la perfezione in campo, dimenticandosi che nello Slam che a momenti portava a casa aveva commesso 106 doppi falli in sette partite. Ora, per chi crede in corsi e ricorsi storici, dopo un 2018 in cui aveva vinto Madrid e le ATP Finals, agli Australian Open 2019 Zverev perse agli ottavi di finale contro un canadese: da lì tutto andò per il verso sbagliato. Segnali di inizio 2022?

Pablo Carreno Busta: 7

Arrivare dove è possibile, essere travolto dai 29 ace di Berrettini, andare casa con un altro onorevole ottavo di finale: trovare Carreno Busta ad alti livelli ormai non sorprende più ed è sacrosanto che sia così. Molti storceranno il muso al pensiero che lo spagnolo possa essere a proprio modo un fenomeno, ma come criticare chi, con mezzi normali, ma con intelligenza straordinaria, ha raggiunto la seconda settimana in tutti gli Slam – tranne uno, ma ci arriveremo – che vanta due semifinali agli US Open (e che è anche stato a un set da una incredibile finale) e che stringe gelosamente tra le mani la medaglia di bronzo conquistata alle Olimpiadi di Tokyo? Unica macchia in carriera, lo zero su sei alla voce “partite vinte a Wimbledon”. L’erba è un altro mondo.

Marin Cilic: 7

Capolavoro contro Rublev, benzina finita contro Auger-Aliassime. Nel bilancio tra segnali positivi e piccoli rimpianti, il primo Slam in stagione di Cilic dimostra che il croato è davvero tornato ad alti livelli e che potrebbe essere una mina vagante non tanto sulla terra rossa, ma per il binomio Indian Wells-Miami e poi chissà, anche per Wimbledon e US Open, due Major che gli rievocano dolci ricordi. Finché il servizio e il dritto funzionano, non è eresia dire che Marin vale la top ten. Obiettivo per gli altri? Evitare di incrociarlo troppo presto nei prossimi tornei: non si sa mai.

Alex De Minaur: 6,5

Essere l’ultimo rimasto a difendere la bandiera australiana nello Slam di casa vale a De Minaur un mezzo voto in più, anche se gira che ti rigira, al primo ostacolo di rilievo, non il talentuoso, ma acerbo Lorenzo Musetti, ma tale Jannik Sinner, il Demonetto di Sydney si è scoperto impalpabile. Non importa, per ora chiedergli di vincere un Major sembra eresia – e in realtà bisognerà capire quanto tirare avanti a corsa senza sosta ed encomiabili doti difensive possa portare frutti in un circuito maggiore sempre più fisico. Vien da pensare che un eventuale terzo turno contro lo sfortunato Ruud sarebbe stato ben più indicativo per capire a che punto è la crescita di Alex.

Andrey Rublev: 5

Mi dispiace, ma questa volta è impossibile giustificare Rublev per un’altra uscita prematura in uno Slam, anche se non ha avuto grandi responsabilità contro uno scatenato Cilic. Il motivo per cui non si può giustificarlo in realtà è molto semplice: finché Andrey non capirà che in campo non bisogna soltanto sfoderare l’artiglieria pesante, ma anche i respiri profondi e le variazioni, non sarà possibile andare oltre un quarto di finale in un Major – e anzi, spesso ci si deve rassegnare a uscire dal torneo anche prima. Pensarci troppo è controproducente, ma pensarci per niente è altrettanto mortifero. Esserne consapevoli è la soluzione per mettere a frutto il potenziale inespresso.

Aslan Karatsev: 6

Non chiedetemi di non dare la sufficienza a chi commette 108 errori non forzati e comunque vince una partita di primo turno perché l’impresa (al contrario) di Karatsev contro Munar, il quale sul cemento si muove come un elefante in una cristalleria, è troppo da Guinness dei primati perché non venga la tentazione di celebrarla a noi appassionati di trash leggero. Magari il russo avrebbe dovuto evitare di concedere il bis contro lo spigoloso e imprevedibile Mannarino, uno con cui bisogna adattare il proprio piano tattico da forte a un po’ meno forte e non da forte a fortissimo. Una volta ci si salva, ma al secondo tentativo con 86 errori non forzati si va a casa. Buon per Aslan che nonostante i punti che perderà nel ranking rimarrà ampiamente tra i primi 30 al mondo.

Roberto Bautista Agut: 5,5

Scatenato Down Under? Forse non troppo. Raggiunti i quarti di finale nel 2019, Bautista Agut poi non ha più replicato anche soltanto la seconda settimana agli Australian Open. In teoria quest’anno l’impresa non era così proibitiva: forzare l’errore di Fritz non richiede talento sovraumano – Novak Djokovic ci è riuscito sulla Rod Laver Arena da strappato proprio un anno fa. Invece il 6-0 subito in partenza è stato il segnale che le sfide contro Travaglia e Kohlschreiber non erano state indicative per capire in che stato di forma fosse lo spagnolo. Se RBA abbia sprecato una grande chance si saprà quando sarà chiaro come sta Tsitsipas con il gomito operato da poco.

Cristian Garin: 6

Veramente qualcuno aveva scommesso su Garin per la vittoria agli Australian Open? Sul cemento? In uno Slam in cui il cileno non aveva mai raggiunto neanche il terzo turno? Sconfiggendo un Monfils che veniva dai quattro game lasciati a Bublik, mentre il buon Cristian aveva sgobbato per dieci ore (DIECI) e per dieci set in quattro giorni, rimanendo imbrigliato spesso e volentieri nella rete di Bagnis e Martinez – due che con le superfici veloci non hanno nulla in comune? Rimane da chiedersi se Garin abbia per un attimo ritoccato il proprio best ranking. Sì? Torneo omologato.  

Karen Khachanov: 6-

Boh, indecifrabile questa Next Gen – anche se forse sarebbe opportuno chiamarla “Now Gen”. Giochi contro un Nadal che fisicamente potrebbe non essere al meglio, sarebbe meglio se ti prendessi un set di tempo per testarne la resistenza fisica e per entrare in ritmo partita e invece ti affretti a cercare il vincente – che chiaramente non è così facile da trovare anche contro un Rafa a basso consumo energetico – e finisci inevitabilmente per deragliare tanto che non si capisce se sei impalpabile tu o se è fenomenale l’altro. E dire che al primo segnale di spia sul rosso al servizio, Khachanov aveva strappato il terzo set allo spagnolo. KK, sempre l’eterno incompiuto.

Diego Schwartzman: 5

Aveva problemi alla schiena, fino a qui ci sta essere comprensivi. Però non più di tanto, perché se Schwartzman vuole giustificare la propria testa di serie negli Slam sul cemento, che non è neanche così bassa come si possa pensare, deve trovare una soluzione per avere la meglio su O’Connell, anche lasciando per strada un parziale, ma sicuramente non sprecando tre set point e interpretando da amatoriale un tiebreak da stroncare sul nascere. Sia chiaro, per Diego la stagione che vale per il ranking inizia da febbraio, però è un peccato non darsi neanche una chance così.

La Next Gen:

Miomir Kecmanovic: 7,5

Se alla vigilia ci avessero detto che comunque ci sarebbe stato un serbo nella seconda settimana agli Australian Open e che, soprattutto, Kecmanovic sarebbe stato “the Last Man standing” per la generazione Z in uno Slam (Auger-Aliassime e Sinner a parte, ma lì si gioca a un altro livello), probabilmente non ci avremmo creduto. E invece, nonostante a ogni turno fosse forte la tentazione di dire «Adesso Miomir torna a casa», il classe 1999 dal piano tattico ordinato, ma non appariscente, ci ha sempre smentito, nel frattempo eliminando due italiani, il buon Caruso, al quale non si chiedevano miracoli anche se un po’ ci si sperava e un Sonego colpevole di aver sprecato una grande occasione per raggiungere i quarti di finale in un Major. Kecmanovic poi si è scoperto inesperto contro Monfils, ma non era una sorpresa.

Carlos Alcaraz: 8

Vi prego, non dite che Alcaraz è sopravvalutato, perché la mia risposta non potrà che essere: «Posate il fiasco». Carlitos ha TUTTO: è già sviluppato fisicamente, ha un servizio efficace e che, in prospettiva, con allenamenti mirati, potrebbe anche guadagnare velocità, ha un dritto potenzialmente tra i più devastanti in tutto il circuito maggiore, sa accelerare con i tempi giusti con il rovescio lungolinea, è incredibilmente intelligente in termini di tattica di gioco, sa quando scendere a rete e ha un dropshot delizioso nell’arsenale. E sì, “The Next Big Thing” avrà perso al quinto set dopo aver quasi realizzato una rimonta impossibile, ma contro un Matteo Berrettini che ormai è un top ten navigato e che negli ultimi cinque Slam ha perso soltanto contro Djokovic. A proposito di sconfitte: giova ricordare che Alcaraz non è ancora uscito all’esordio in un Major. E per concludere: avete mai visto un futuro fenomeno non passare attraverso una batosta dolorosa che gli è servita per aiutarlo a capire di avere i mezzi per trionfare nei tornei importanti?

Sebastian Korda: 7

Korda chronicles: si è preso il coronavirus a un tiro di schioppo dagli Australian Open, è riuscito a guarire giusto qualche giorno prima che iniziasse il torneo, non ha sentito il fiato diventare più rarefatto contro tale Cameron Norrie, fresco vincitore nel Masters 1000 di Indian Wells – soprannominato il quinto Slam – ma che nei Major veri non sa cosa voglia dire raggiungere la seconda settimana, ha dato spettacolo contro un altrettanto scatenato Moutet, regalando al pubblico una finta diventata smorzata vincente che ha mandato su tutte le furie il francese, ma poi ha pagato il prezzo di una maratona da cinque set affannando contro Carreno Busta. Rimane che lo statunitense ben si comporta sui grandi palcoscenici. Il che è un’ottima notizia per lui.

Frances Tiafoe: 4,5

Chi se non lo sprecone seriale di Tiafoe poteva finire al quinto set sul cemento (in teoria la superficie preferita) contro Trungelliti (uno che sul cemento si vede al massimo per un paio di partite all’anno)? Chi se non lo scialacquatore di occasioni di Tiafoe poteva perdere un tiebreak contro un Taylor Fritz piegato (e piagato) dai crampi e che, probabilmente, nell’eventualità di un quinto parziale sarebbe stato costretto come minimo a giocare a velocità ridotta? I tempi in cui sembrava essere esploso e arrivava nei quarti di finale agli Australian Open rimangono lontani.

Sebastian Baez: 7

Si è preso un turno – all’esordio al quinto set contro Ramos Vinolas – e un parziale contro il numero 4 nel ranking ATP, tale Stefanos Tsitsipas che sarà ancora acciaccato dopo l’operazione al gomito, ma che rimane un due volte semifinalista agli Australian Open. Alle Next Gen ATP Finals Baez si era guadagnato il soprannome di mini-Schwartzman, dimostrando un’attitudine abbastanza sorprendente per una superficie, il cemento, sulla quale non è nato, ha giocato cinque partite nel circuito maggiore fino a ora (cinque) e che in teoria non sembrerebbe neanche adatta a lui. Forse chi gli aveva attribuito questa etichetta non è andato così lontano dal bersaglio.

Alejandro Davidovich Fokina: 7

Voto generoso per premiare i segnali di vita arrivati da un Davidovich Fokina che ha tenuto testa per quattro ore e mezza a un habitué sul cemento come Auger-Aliassime. Dove si firma per una rivincita al Roland Garros o a Wimbledon che preveda altri quattro tiebreak da vivere punto a punto e nel quale, alla fine, prevale chi ha più freddezza e più esperienza? Per il salto di qualità allo spagnolo serve esattamente imparare a gestire partite così – e magari anche affinare le strategie per ottenere ace di posizione più che di potenza.

Nick Kyrgios: 7

Alla fine va così: che per Kyrgios comunque si paga sempre il biglietto. Anche se poi la distanza che separa un talento purissimo come lui da un Medvedev che è il numero 2 al mondo è “semplicemente” l’abitudine a giocare con frequenza partite di livello superlativo. Anche se poi Nick è sparito nei due momenti in cui avrebbe dovuto mettere a segno la zampata decisiva, ossia sul 6-5, 30-15 nel primo set e sul 5-4 nel secondo parziale. Rimangono i servizi da sotto – tre, nessuno di cui utile a portare a casa un punto – e le risposte anticipate di rovescio. Rimane il punto vinto a rimpiattino con il quale si è procurato una palla break propedeutica per portare la partita al quarto set. Rimane persino l’umiltà di accettare lo scambio da fondocampo. Lo show ci è piaciuto.

Corentin Moutet: 6

Le avventure di Moutet agli Australian Open: riuscire a regalare un 6-3 di vantaggio a un Pouille lontano anni luce da una forma fisica che ne giustificherebbe la concessione di una wild card in uno Slam; aver servito per il match nel quarto set contro Korda e invece aver perso tre game di fila; aver rischiato l’incidente diplomatico sul 4-3 nel successivo parziale per una “finta” con cui lo statunitense ha messo a segno una smorzata vincente impossibile da fondocampo; sprecare due match point in risposta sul 6-5; approcciare il supertiebreak decisivo scattando un selfie con un tifoso e ovviamente essere eliminato. Nelle settimane precedenti Corentin era stato squalificato al debutto in stagione ad Adelaide 1 contro Djere per poi arrivare in semifinale ad Adelaide 2, raccogliendo però soltanto quattro giochi contro il connazionale Rinderknech: montagne russe.

Tomas Machac: 7

Si dice che sia saggio tenerlo d’occhio perché nel 2022 potrebbe iniziare a rumoreggiare nel circuito maggiore. Per ora Machac ha vinto un confronto diretto per larghi tratti senza storia contro un Cerundolo che potrebbe andare a lezione da lui sul cemento e per altrettanto larghi tratti è rimasto spiazzato dall’esasperante uso di serve and volley di Cressy – il che è capitato a nomi ben più gettonati di lui, da Zverev a Nadal (che però hanno trovato una soluzione), da Opelka a Isner (che invece sono rimasti imbrigliati nella rete. Aspettiamo in riva al fiume.

Alexei Popyrin: 4

Il vantaggio di poter ripetere un’analisi dalla settimana precedente non è soltanto risparmiare tempo e caratteri da digitare, ma soprattutto sapere già qual è il problema. Nel caso di Popyrin il grande difetto si chiama continuità ed è per questo motivo che un ragazzo con una combinazione servizio-dritto in teoria tra le più devastanti nel circuito, in pratica è rimasto fermo alla combinazione Trofeo Bonfiglio e Roland Garros da juniores. A livello ATP l’australiano “vanta” la vittoria nell’improponibile torneo 250 di Singapore e la “misera” posizione da numero 59 al mondo. Potrebbe andare peggio? Ovviamente, perché Alexei non ha per niente sfruttato l’energia che veniva dal pubblico di casa ed è stato sconfitto da Rinderknech all’esordio nello Slam indigeno.

Emil Ruusuvuori: 7

Bravo. Rimpiangere i due set a uno di vantaggio contro Auger-Aliassime è un esercizio sterile perché Ruusuvuori, al netto di un 40-0 in risposta nel game successivo al break subito nel quarto set, non ha più avuto chance reali di dare fastidio al canadese, improvvisamente ricordatosi di avere in ordine sparso 180 punti da difendere, uno status da top ten da onorare e vari ed eventuali match up a distanza di cui preoccuparsi soprattutto contro Sinner e Alcaraz. Dovesse il finlandese esprimersi come agli Australian Open e come già avvenuto un paio di settimane fa in semifinale a Melbourne contro Nadal, forse il 2022 potrebbe essere l’anno buono per lui. Però occhio alla continuità, che non è esattamente la specialità in casa Emil.

Michael Ymer: 4

Essere sorteggiato contro Tsitsipas, partire sfavorito, sapere però che il greco non è proprio in forma smagliante, entrare in campo provando a giocarsela e raccogliere nove game in due ore. Felici saranno stati gli australiani di non tornare a casa troppo tardi. Oppure delusi saranno stati gli australiani perché la promessa di una partita degna di essere giocata sulla Rod Laver Arena poi non è stata mantenuta. Di sicuro felice non potrà essere stato Ymer, al quale ogni anno in più manca un pezzo per raggiungere i propri coetanei. Più il gap si allarga, meno diventa possibile colmarlo.

Brandon Nakashima: 6

Per sorteggi da “mai una gioia” negli Slam chiedere a Nakashima, per il quale incrociare un top ten o un connazionale più in alto nel ranking prima di subito in un Major ormai è una tradizione. Lui comunque non è che si senta già sconfitto in partenza. Pronti, via e Berrettini ha subito capito di non dover sottovalutare le geometrie intessute con disarmante facilità dallo statunitense, pena altrimenti dover concedere due set point sul 5-4 nel terzo set, potenzialmente il momento più delicato in tutta la partita. Ringraziamo l’Imodium. E anche la scarsa freddezza di Brandon nel successivo tiebreak, lì dove si traccia il solco tra un emergente e un big affermato.

Juan Manuel Cerundolo: 4

Percentuali di successo monstre nel circuito maggiore sulla terra rossa – anche se aver giocato tre tornei in tutto effettivamente macchia la veridicità di una simile statistica – per poi essere assolutamente impalpabile sul cemento: la vita di un Cerundolo nato e cresciuto sul mattone tritato e che deve completare la transizione se vuole darsi una chance reale nel mondo ATP. Chance che chiaramente non è stata sfruttata contro Machac, prospetto Next Gen altrettanto da monitorare. Superficie preferita dal ceco? Il cemento, guarda un po’.

Holger Rune: 6

Cosa sarebbe successo se Rune non avesse avuto i crampi nel quinto set contro Kwon? Le statistiche di fine match dicono che il saldo tra ace e doppi falli è stato di +5 a +4 per il coreano, mentre tra i punti vinti con la prima e con la seconda di servizio la differenza in percentuale di efficacia è stata rispettivamente di +4% e +3% sempre a favore di Kwon. Troppo poco margine per parlare di partita sfuggita via al danese per propri demeriti. Occhio, però, a non iniziare a paragonarlo a Sinner e Alcaraz e a non polemizzare su wild card date o non date: non è salutare.

Hugo Gaston: 5

La morte, le tasse e un paio di certezze: Gaston che disegna tennis, Gaston che spreca nel momento in cui bisogna concretizzare, ossia nel tiebreak, Gaston che pensa così tanto alla chance sfumata che ritorna in campo con un parziale di ritardo, dopo aver subito un bagel. Gaston che poteva rimettersi in carreggiata riportando il match sul 2-1 e Gaston per il quale l’inerzia cambiata vuol dire invece prendersi anche un 6-1 a seguire. Gaston che era al debutto agli Australian Open e poteva bagnare la partecipazione con un successo, perché superare la wild card O’Connell non era poi impresa così proibitiva. Prima o poi arriverà anche lui, come un amico italiano con il quale condivide un piano tattico vintage e tanta inesperienza. Ne parleremo.

The Old Gen

Andy Murray: 6

Bisognerebbe dire a Murray che sotto le tre ore di gioco la partita risulta ugualmente omologata. Specialmente se lo scozzese gioca contro Basilashvili, il quale è in grado di andare da vincenti a violenza esasperante a errori non forzati che si trasformano in fuoricampo. Il promemoria fondamentale per i naviganti? In un momento delicato come il tiebreak nel quarto set, set che dura già da settanta minuti, dovrebbe essere tassativo non finire sotto 1-5 al primo cambio di campo. Altrimenti il rischio è sfigurare contro Taro Daniel, onta che oscura il rientro in top 100.

Philipp Kohlschreiber: 6

Anche volendo valutare Kohlschreiber con obiettività, come è possibile andare oltre la sufficienza politica dopo un primo e un secondo turno che non potevano essere più dissimili di così? Perdere contro Cecchinato sul cemento è persino più difficile che vincerci, essere competitivo contro Bautista Agut a Melbourne richiede freschezza da top ten, ma che il tedesco abbia raccolto quattro game e un bagel è stato un po’ umiliante. La conclusione di fine torneo? Forse bisogna semplicemente essere grati perché a 38 anni esiste ancora chi ha voglia di mettersi in gioco.

David Goffin: 4

Tristezza assoluta. Il Goffin versione 2022 è troppo brutto per essere vero, anche se il trentenne di Liegi probabilmente ha già individuato il motivo di tanto soffrire: gli infortuni. Il ritiro nei quarti di finale nell’ATP 250 di Sydney era servito per provare a darsi una chance agli Australian Open. Il sorteggio, invece, gli ha regalato una polpetta avvelenata di nome Dan Evans. Sette game e un bagel dopo il verdetto è definitivo: il belga è rimasto fermo all’infortunio occorsogli nell’ATP 500 di Halle a giugno contro Moutet, episodio che ha ribaltato una stagione che era cominciata con la vittoria nell’ATP 250 di Montpellier in finale contro Bautista Agut. Un anno fa, un’epoca fa.

Kevin Anderson: 4

Che possa essere l’ultimo anno nel circuito maggiore per Anderson? La domanda è lecita e consentita, dal momento che il sudafricano ha vinto sette punti in risposta in tutto il match contro Opelka ed è stato doppiato nel numero di ace – 23 a 11 per lo statunitense. Il ranking gli permetterà ancora di darsi qualche ultima chance negli Slam, eppure vivere punto dopo punto – in partita e in classifica, non è il modo migliore di godersi con tranquillità gli ultimi guizzi di una carriera da 11 titoli ATP e due finali Slam.

Feliciano Lopez: 4

Avere il fuoco sacro a 40 anni è meraviglioso. Mettere in fila 79 presenze consecutive negli Slam è ancora meglio. Per Lopez, però, i 90 punti persi dopo l’eliminazione all’esordio agli Australian Open contro Millman potrebbero essere un’ultima chiamata ad alti livelli prima di dover giocare le qualificazioni al Roland Garros. Un Millman che, tra l’altro, aveva un mal di schiena così forte da mettere a segno sei ace in due partite sul cemento veloce. Eppure, nonostante il piccolo vantaggio fisico, nessun miracolo: una rimonta da uno svantaggio di due set a zero avviene soltanto una volta. Peccato che sia avvenuta contro Sonego un anno fa.

Le delusioni:

Hubert Hurkacz: 3,5

Mezzo voto in più per un turno in più. Impossibile essere più generosi perché pensare che Hurkacz è sia il detentore nel Masters 1000 di Miami, sia un neo-ex top ten che non è mai andato oltre il secondo (SECONDO) turno in un qualsiasi altro Slam che non sia Wimbledon è paradossale. Se poi la sconfitta che non ti aspetti è arrivata contro un Mannarino che non ti aspetti, raccogliendo nove game in tre set – sarebbero potuti essere anche di meno se il francese non si fosse distratto sul 4-1 e doppio break di vantaggio nel terzo parziale – rimane poco da aggiungere.

Grigor Dimitrov: 3,5

Anche Dimitrov si prende un voto in più per il turno superato e nient’altro. I più audaci ne avevano previsto l’eliminazione eccellente già all’esordio contro l’interessante ceco Lehecka, il quale in effetti era andato avanti di un set e aveva avuto tre palle break in apertura di secondo parziale per provare a ipotecare la vittoria di una carriera (fino a ora). Neanche i più pessimisti, invece, avevano immaginato che Grigor potesse essere il più svogliato in campo contro Paire, il quale non sarebbe un cliente facile, se soltanto avesse voglia di giocare. Ebbene, agli Australian Open 2022, finalmente Paire ha avuto voglia di giocare. Impossibile non essere ancora sotto shock.

Cameron Norrie: 3

Numero 12 nel ranking ATP, alfiere di Gran Bretagna, futuro luminoso per un 2022 di successi… e poi Norrie raccoglie sette game – e un bagel – contro un Korda che sarebbe anche pericoloso se non fosse appena tornato in campo dopo la positività al coronavirus e le canoniche (funziona ancora così, Djokovic permettendo) due settimane di quarantena. A proposito di idiosincrasia con gli Slam, il britannico non ha mai raggiunto la seconda settimana in un qualsiasi Major in tutta la carriera. Friendly reminder che Cam ha vinto il Masters 1000 di Indian Wells tre mesi fa.

John Isner: 3

Alla quarta sconfitta in stagione e di rientro negli Stati Uniti con un’unica vittoria fino a ora in stagione – contro il canadese Schnur in ATP Cup, quindi un po’ carta straccia – la domanda d’obbligo: “ma chi ti ci chiama a 36 anni?” La carriera di chi ha in dotazione un servizio che supera regolarmente i 210 km/h e che chiude una partita con 39 ace è potenzialmente lunga come quella di un ottimo portiere di Serie A, però se poi non si riesce ad avere neanche un minimo di spinta da fondocampo poi è facile capire che a volte basta semplicemente “metterci la racchetta” per sconfiggerti. E pensare che Cressy ha rischiato di non capirlo nonostante due set di vantaggio, tre match point non sfruttati nel quarto parziale e nove palle break salvate su nove. 

Lloyd Harris: 3

Qualcuno dica a Lloyd Harris che se in un anno si raccolgono punti sufficienti per diventare testa di serie negli Slam poi nei successivi dodici mesi bisogna cercare di difenderli – e magari anche di guadagnarne altri. Il sudafricano è rimasto con la mente al 2021 e infatti nel 2022 non ha ancora vinto un match – uscendo all’esordio agli Australian Open contro il numero 144 ATP Vukic, in tabellone con una wild card: non serve aggiungere altro. Anzi, qualcosa va aggiunto: non dite ad Alexander Zverev che la testa di serie che in teoria avrebbe dovuto incontrare al terzo turno è già saltata perché già il tedesco ha i propri problemi di ansia da prestazione.

Sam Querrey: 3

In un’epoca neanche tanto lontana, quando ancora Alexander Zverev era un teenager di belle speranze e non colui che ha innescato un domino che ha tolto a Djokovic la possibilità di vincere tutto, l’eroe di chi tifa Federer e Nadal era stato Querrey, la persona che aveva sconfitto Nole a Wimbledon nel 2016, negandogli il primo assalto al Calendar Grand Slam tinto d’oro a suon di ace e di dritti vincenti. Oggi lo statunitense è capace di perdere una partita contro il numero 1020 al mondo, Lu – d’accordo, questo è successo nel Masters 1000 di Miami un anno fa, ma ricordarlo dà l’idea di come Sam sia disconnesso in campo – e di non strappare mai il servizio a Sonego, il che è motivo di gioia per noi italiani, per carità. L’ultimo acuto? La fuga da San Pietroburgo perché positivo al coronavirus. Non esattamente qualcosa di cui essere fieri, ma se il torneo fino a ora è salito alla ribalta di tutti i TG proprio per una violazione di isolamento fiduciario… forse è il destino.

Thanasi Kokkinakis: 4,5

«Ho provato a dare il massimo, ma non ne avevo più». Per questa ammissione sfacciatamente sincera di impotenza in campo, Kokkinakis si prende un mezzo voto in più. D’altronde il buon Thanasi merita un minimo di comprensione se non conosce la Legge Tommasi. Mai vincere un torneo alla vigilia di uno Slam, recita il mantra. Ma come dirlo a chi doveva portarsi a casa il primo titolo in carriera nel 2015 e invece ci è riuscito “soltanto” con sette anni di ritardo, un’operazione alla spalla, una alla rotula, un ranking ricostruito da zero, un po’ di wild card e una pandemia?

Lucas Pouille: 3

Davvero qualcuno ha avuto il coraggio di criticare le wild card concesse a Murray se poi nel frattempo si dà l’ennesima chance a un Pouille che non si saprà mai dove sarebbe arrivato senza infortuni, ma che oggi non soltanto è numero 160 nel ranking ATP, ma è anche senza successi nel circuito maggiore dall’ATP 250 di Metz di settembre 2021, torneo nel quale il francese aveva vinto all’esordio contro il canadese Schnur – vedi alla voce Isner? Un set per illudersi non basta più.

Dove eravamo rimasti nel 2021?

Maxime Cressy: 7,5

Dall’impressione alla conferma: in un’epoca di tennis fisico da fondocampo, esiste ancora chi si ostina a giocare soltanto di serve and volley. Il “panda” Cressy non è più una sorpresa proveniente dalle qualificazioni dalla quale guardarsi per evitare una figuraccia, ma un’ostica mina vagante da trattare con cura, altrimenti si rischia di sprecare energie che possono essere decisive per l’economia di uno Slam. Ditelo a Medvedev, psicologicamente stravolto dopo due ore e mezza di caos e che, perso il tiebreak nel terzo set, a momenti deragliava, sapendo di non essere poi così inattaccabile a rete. La curiosità di vedere Maxime sulla terra rossa e sull’erba è tantissima.

Botic Van de Zandschulp: 7

Da Medvedev a Medvedev, passando da un quarto di finale in uno Slam, da una popolarità forse mai prevista e persino riuscendo a sentire il proprio cognome pronunciato correttamente da colleghi e addetti ai lavori: ritrovare Van de Zandschulp abbastanza in là in un Major sul cemento dà la conferma che l’olandese potrebbe costruirsi una carriera parallela – e neanche poi così ritardataria – da specialista sulla superficie, il che è ulteriormente confermato dalla netta vittoria all’esordio agli Australian Open contro Struff. Fortuna per Botic che nei tornei minori non arriverà sempre il numero 2 al mondo a sbarrargli la strada – ATP 500 di Rotterdam permettendo.

Tallon Griekspoor: 7

Eravamo rimasti con Griekspoor che veniva eliminato senza appello da Djokovic nel match di secondo turno agli US Open 2021. Rieccolo in campo in uno Slam 28 vittorie e sette trionfi in tornei di categoria Challenger dopo. Fognini non è sembrato avere la velocità di pensiero più che di piedi per stargli dietro, Carreno Busta è riuscito a imbrigliarlo, ma al prezzo di cinque set e di un break guadagnato sul 4-3 nel terzo parziale con una mossa da campo di padel. Rimane una domanda provocatoria: perché l’olandese era sembrato così fuori cilindrata contro Zverev a Wimbledon? Tallon ha raggiunto il proprio picco oppure i big sono così irraggiungibili?

Peter Gojowczyk: 4

Il giudizio folle? Se Gojowczyk non si fosse infortunato nel match di ottavi di finale agli US Open contro Alcaraz, oggi non si avrebbero aspettative così grandi su Carlitos agli Australian Open. Nel frattempo, però, il tedesco, il quale non è mai stato maestro di continuità, è tornato a essere impalpabile nei tornei di circuito maggiore – meglio se Slam – venendo eliminato all’esordio a Melbourne dal non irresistibile Bonzi, al termine di una prestazione impreziosita al ribasso da un triplo 6-3 maturato senza mai avere una palla break per provare a cambiare inerzia alla partita. Che la statistica di ace dica 21 a 11 per il francese è stata la ciliegina sulla torta.

Oscar Otte: 6,5

Italia-Germania a oltranza per Oscar Otte negli Slam: dall’infortunio contro Berrettini negli ottavi di finale agli US Open alla rivincita che Sonego – sconfitto dal tedesco proprio a New York – si è preso contro di lui agli Australian Open, non prima però di aver continuato a non capire lo sbilenco servizio mancino di Oscar nel primo set e di aver provato a replicare il suicidio statunitense sul 3-0 e doppio break di vantaggio nel secondo parziale. Entrare in top 100 è stato il meritato premio per un Otte che nel 2021 non ha sfigurato contro nessuno – citofonare a Zverev che si è visto fuori all’esordio al Roland Garros sei mesi fa. Vedremo come si comporterà nelle prossime settimane.

Gli italiani:

Lorenzo Sonego: 6-

Buona notizia: Sonego si è migliorato in Australia nella misura in cui ha raggiunto per la prima volta il terzo turno agli Australian Open. Cattiva notizia: chissà se mai gli ricapiterà un sorteggio in cui a Djokovic viene proibito di scendere in campo, in cui il serbo da affrontare al terzo turno non è il numero 1, ma il numero 77 nel ranking ATP e le teste di serie in diretta concorrenza per un posto nei quarti di finale di uno Slam diventano Monfils e Carreno Busta. E poi, diciamolo: perdere con Kecmanovic? Sul serio? Nessuna reminiscenza rimasta dalla finale vinta nell’ATP 250 di Antalya? Nota bene: il serve and volley da matita blu sul match point va rimosso immediatamente.

Fabio Fognini: 4

Anche sforzandosi di giustificarlo, come poter chiudere gli occhi di fronte a un Fognini che sembra non averne più? Nessuno gli toglie di aver tirato avanti la baracca in anni difficili e non è detto che un ottimo Fabio avrebbe vinto contro un Griekspoor che veniva da 27 vittorie di fila – ultimo a sconfiggerlo? Un tale Novak Djokovic di Serbia, il Voldemort degli Australian Open che però agli US Open era stato molto gradito. Di Fognini, dicevamo: magari un ottimo Fabio non sarebbe stato sufficiente, ma il miglior Fabio avrebbe vinto senza ombra di dubbio. E il miglior Fabio in singolare non si vede da un po’ ormai – forse proprio dalla vittoria contro De Minaur in Australia un anno fa. In doppio, invece, con Bolelli… perché non ripartire da lì per chiudere lì?

Lorenzo Musetti: 5

Se qualcosa inizia ad andar male, allora andrà male per sempre: la simil-legge di Murphy scritta in campo da Lorenzo Musetti. Il quale contro De Minaur aveva subito un break in apertura nel primo set – prevedibile sia per ranking che per l’atteggiamento sfiduciato messo in mostra ultimamente dall’italiano – salvo poi inanellare cinque game di fila. E poi? E poi si riparte e in un secondo parziale potenzialmente a specchio, dal 4-3 per l’australiano, il “Muso” nazionale va in vacanza, lascia scorrere un game dopo l’altro e, come fosse in “Ritorno al futuro” si ritrova già nel quarto set con un 6-0 da zero punti in risposta maturato nel mentre. Apprezzabile il tentativo di rimanere in partita, ma il film era già avviato verso l’epilogo. Motivo per il quale è arrivata l’insufficienza.

Gianluca Mager: 5

«La palla viaggiava a una velocità che non avevo mai visto»: parola di Gianluca Mager dopo un’ora e mezza e sette game vinti contro Rublev. Come dargli torto, avete mai visto Andrey in campo? Il problema è aver impostato la partita sul piano di “chi tira più forte”. Contro Rublev. Su un cemento tra i più veloci in stagione. Non avrebbe mai potuto funzionare. Possibile che con qualche variazione in più non si potesse portare a casa un parziale un filo meno demoralizzante?

Stefano Travaglia: 6

Tra tutti gli eliminati al primo turno, Travaglia è l’unico che si merita comunque la sufficienza. Già essere sorteggiato all’esordio nel primo Slam in stagione contro Roberto Bautista Agut è materiale per lamentarsi di aver avuto sfortuna. Se poi il marchigiano, nonostante i problemi fisici, lascia tutto in campo e si porta a casa anche un set, pagando lo sforzo con un quarto parziale in cui offre sempre palle break in ogni turno di servizio, decisamente non è lui la persona sopra la quale scaricare la croce di un day 2 disastroso per l’Italia agli Australian Open.

Marco Cecchinato: 4

Partite vinte da Cecchinato in uno Slam diverso dal Roland Garros? Zero. Avete letto bene: stiamo parlando di un ex-semifinalista nel secondo torneo più importante in calendario, che poi lontano dalla terra rossa diventa completamente, clamorosamente, inspiegabilmente impalpabile in campo. E se non ti sblocchi contro il trentottenne Kohlschreiber, agli ultimi fuochi d’artificio in carriera, quando hai intenzione di cambiare marcia sulle superfici veloci? Inutile quanto comprensibile distruggere la racchetta: l’occasione persa grida vendetta. Forse più di essere stato sconfitto dal tale numero 716 nel ranking ATP Zachary Svajda agli ultimi US Open.

Andreas Seppi: 4

Non scherziamo: veramente era Seppi che per un’ora è stato sempre in ritardo tanto da trovarsi indietro due set a zero, due come i game vinti fino a quel momento contro Majchrzak – al rientro dopo la positività al coronavirus? Succede a chiunque a volte di essere così in debito di ossigeno da non riuscire a dare l’input alle gambe di correre. Succede ancora più spesso a 36 anni, perché l’età è un numero per chi non si chiama Federer, Nadal o Djokovic. Non possiamo credere, però, che sia successo ad Andreas, il nostro supereroe di grinta e abnegazione. Se non altro l’altoatesino si è consolato con la presenza di fila numero 66 in uno Slam, superando proprio re Roger.

Salvatore Caruso: 5

Il buon Savvo, già famoso in Australia perché etichettato da Fognini un anno fa come «Quello che c’ha avuto c**o», è stato il lucky loser più famoso di sempre per un lungo, paradossale, surreale e glorioso giorno. Non solo: qualcuno su Twitter ha persino sperato che per qualche twist – in italiano non esiste una parola altrettanto efficace – contro logica potesse addirittura vincere il torneo ed esultare mimando l’iniezione per il vaccino, il che sarebbe stato davvero, ma davvero tacky – anche qui, meglio l’inglese che l’italiano. Il torneo di Caruso invece è durato sette game – un po’ miseri per la verità – contro Kecmanovic, onesto mestierante dal quale qualche anno fa ci si aspettava molto di più e al quale forse si poteva strappare un set. Però Kecmanovic è serbo come Djokovic, quindi forse bisognerebbe leggerci un segno divino.

Michela Curcio