In principio furono l’era Borg a fine anni Settanta e lo strapotere di Pete Sampras negli anni Novanta, poi Federer detronizzò Pistol Pete strappandogli anche il primato nell’albo d’oro, prima che il triunvirato Nadal-Djokovic-Murray iniziasse a regnare su Londra: a Wimbledon raramente c’è stata gloria per gli outsider. Tanto che Ivanisevic e Hewitt, ultimi due vincitori nei Championship prima che, dal 2003, si instaurasse la dittatura dei Fab 4, erano rispettivamente un ex numero 2 del ranking e il numero 1 più giovane della storia del circuito maggiore.
La diciannovesima tappa del viaggio tra gli amarcord dei tornei di tennis cancellati per Covid-19 è dedicata ai ricordi più dolci (e più amari) dello Slam più nobile in calendario.
Wimbledon 2001 – Goran Ivanisevic b. Patrick Rafter 6-3, 3-6, 6-3, 2-6, 9-7
133 anni di storia di Wimbledon, un’unica wild card in grado di portare a casa il trofeo. Ivanisevic non è un outsider qualsiasi. Nel 1992 ha perso in finale contro un Agassi ventiduenne e mai veramente a suo agio sul Centrale. E le delusioni contro Sampras nel 1994 e nel 1998? Pistol Pete e Goran sono cresciuti insieme, in campo hanno uno stile di gioco simile, ma uno ha in bacheca sette Championship, l’altro neanche uno. Nel 2001, gli organizzatori dello Slam londinese si chiedono: perché non concedere al croato un’ultima chance? Ivanisevic, però, ha un grande problema: la sua spalla si rifiuta di funzionare in campo. Chi mai prevedrebbe a Church Road un vincitore over 30? Gli scommettitori invece si chiedono: se il suo trionfo è quotato 150 a 1, vuoi mettere il gruzzolo che ci si porta a casa se si azzecca la previsione? A Wimbledon Goran trema, quanto trema. Trova Moya già al secondo turno, l’emergente Roddick al terzo turno, Safin nei quarti di finale. Nel frattempo, un teenager svizzero, testa di serie numero 15, di nome Federer, supera, dopo cinque set e al termine di uno scontro generazionale destinato a essere un unicum, il campione uscente Sampras. Succede anche che, nel frattempo, Rafter e Agassi si auto-distruggono in semifinale. Non che Goran possa approfittarne, visto che Henman non gli dà tregua per tre giorni e cinque set, il croato ringrazierà per sempre la pioggia. È il lunedì della finale – una rarità. Sliding door: Ivanisevic serve per il match e commette due doppi falli. Torna l’incubo del 1992. Nel 2001, invece, l’impulsivo e collerico croato, respira profondamente, riprende le palline incriminate e scaccia i fantasmi. Non è più: “il giocatore più talentuoso a non aver mai vinto il Championship”.
Wimbledon 2002 – Lleyton Hewitt b. David Nalbandian 6-1, 6-3, 6-2
«Prima volta a Londra? Lascia che ti mostri i nostri campi. Vedi, quello è il Centrale. Magari tra un paio di anni anche tu potrai avere il privilegio di calcarne l’erba in finale». Chissà se un tour turistico del genere è stato offerto al diciannovenne David Nalbandian, al debutto nel Major più nobile del calendario. Libero, folle e incosciente come soltanto un teenager può essere, l’argentino decide di burlarsi di chi pensa non sia pronto per Wimbledon. Nel frattempo Sampras e Agassi perdono al secondo turno – Pistol Pete addirittura lascia Londra dopo una (dis)onorevole sconfitta contro il lucky loser svizzero Basti – e anche Safin non è in giornata contro Rochus. E il grande atteso Federer? È già stato sconfitto all’esordio dal qualificato Ancic. Nalbandian vive una seconda settimana Slam da montagne russe: prima i due tiebreak al cardiopalma contro Arthurs negli ottavi di finale, poi quell’inquietante vizio di lasciarsi rimontare due parziali di vantaggio sia contro Lapentti nei quarti di finale che contro Malisse in semifinale. «The David experience», verrebbe ribattezzata oggi. Per l’argentino, però, il sogno si infrange in finale. Dall’altra parte della rete c’è Hewitt: ex bimbo prodigio, spigoloso australiano che sa come gestire la pressione del Centrale, numero 1 del ranking al quale non basta uno US Open in bacheca. I sofferti quarti di finale contro Schalken sono già un ricordo nella mente di Lleyton. «Non avevo idea di come si giocasse sull’erba», ricorderà Nalbandian di quella partita. In effetti, raccoglierà sei giochi in poco meno di due ore. Campanello d’allarme per tutti coloro pensano stia nascendo una nuova stella.
Wimbledon 2003 – Roger Federer b. Mark Philippoussis 7-6, 6-2, 7-6
«Mai oltre un quarto di finale negli Slam». «Che ne è stato di quel teenager con il codino che sconfiggeva Sampras nel suo regno?». «Riuscirà Federer a non diventare l’ennesima promessa smarrita di questo sport?». Che ridere, oggi, leggendo questi commenti. Eppure il Roger non ancora Re che nel 2003 si presenta a Londra, pur avendo impressionato per colpi e carattere, non ha ancora vinto trofei di rilievo. Unico acuto in carriera (fino a quel momento), il Master 1000 di Amburgo nel 2002 – titolo che, tra l’altro, l’elvetico non è riuscito a difendere a maggio. Nel mezzo, la morte del suo storico allenatore, Peter Carter, in un tragico incidente stradale. A Wimbledon Roger non è mai stato così solo con se stesso. Un match alla volta e un giorno alla volta, avrà pensato sconfiggendo, nell’ordine, il coreano Lee, l’austriaco Koubek, lo statunitense Fish – l’unico a strappargli un set – lo spagnolo Lopez, l’olandese Schalken, l’altro americano Roddick. Avversari ampiamente alla portata di Federer, ma – si sa – in uno Slam è facile crollare se ci si sente troppa pressione sulle spalle. Affrontare Philippoussis in finale è per Roger un’occasione da non lasciarsi sfuggire. L’elvetico la coglie con cinismo e freddezza. In campo trae la sua forza da quei fantasmi che gli ricordano tutto ciò che altrimenti perderebbe: non un semplice titolo Slam, ma la fiducia nel suo talento. Così nasce una leggenda.
Wimbledon 2006 – Roger Federer b. Rafa Nadal 6-0, 7-6, 6-7, 6-3
Al termine di quella domenica storica per l’Italia, la Nazionale di Lippi vincerà il suo quarto Mondiale di calcio, ma Cannavaro e compagni ancora non lo sanno. Nel pomeriggio, invece, va in scena l’atto primo del Fedal sull’erba. Federer stravince a Londra da tre anni. È il favorito per ripetersi ancora, inseguendo il record di Borg. Nadal non ha mai brillato a Wimbledon, ma non si sta forse pretendendo l’impossibile da un ragazzo che ha già due Roland Garros in bacheca, il primo dei quali conquistato da neo-maggiorenne? I Championships 2006 diventano presto una “guerra dei mondi”, strizzando l’occhio a Steven Spielberg. Ai nastri di partenza dello Slam londinese non manca nessuno. Ci sono Henman e Agassi, travolti subito dai Fe-dal, con buona pace di chi ama il vintage. Ci sono tre giovanissimi Djokovic, Wawrinka e Monfils per i quali a Londra è ancora presto, ci sarà tempo (forse). C’è un Berdych ventenne che si ferma soltanto al cospetto di Re Federer e chissà se il suo talento sboccerà definitivamente. Ci sono un Nalbandian e un Ljubicic che deludono e uno Hewitt che nei quarti di finale ha finito la benzina. Il titolo se lo giocano in due: Federer e Nadal, più forti del passato, del presente e del futuro. Alla prima finale sull’erba Rafa subisce un 6-0 nel primo set. Match già scritto? Il maiorchino impara in fretta, è un precoce per vocazione. Trascinerà Roger al tiebreak nei successivi parziali, poi si scoprirà acerbo. Non è una colpa, ha soltanto ventuno anni.
Wimbledon 2007 – Roger Federer b. Rafa Nadal 7-6, 4-6, 7-6, 2-6, 6-2
Umbrella di Rihanna nei cambi di campo, sospiro di sollievo, aggancio a Borg nell’albo d’oro, ma il dominio di Re Federer sull’erba non è più così al sicuro. Ogni anno che passa Nadal impara dalle sconfitte subite contro il più esperto rivale. Un campanello d’allarme per Roger che, a sua volta, non sembra altrettanto recettivo nell’assimilare la lezione quando il suo avversario lo bastona al Roland Garros. L’elvetico sa che quel ventiduenne imbattibile sulla terra rossa potrebbe ben presto attentare al suo regno anche a Wimbledon. Come se già Federer non avesse preoccupazioni, il destino gli recapita in sorte un tabellone più simile alla mela avvelenata di Biancaneve che a una tavoletta di cioccolato regalatagli da Willy Wonka. Del Potro, Safin, Haas, Ferrero, Gasquet: tutti hanno almeno raggiunto una semifinale Slam in carriera, tre di loro hanno addirittura trionfato (o trionferanno) in un Major. Nadal in effetti non dorme a sua volta sonni tranquilli. Incrocia al terzo turno un semi-sconosciuto Soderling destinato a infliggergli la sconfitta più dolorosa della sua carriera nel 2009 – e rimonta due set a Youzhny negli ottavi di finale. Le semifinali sono profetiche: i big 3 e un quarto “outsider” (quell’anno è Gasquet). La finale è un capolavoro di equilibrio. Federer strappa i suoi set soffrendo, Nadal domina il suo avversario quando mantiene alto il livello di gioco. Nel quinto parziale Rafa ha quattro palle break nei primi due game in risposta, due sull’1-1 e due sul 2-2. Non le sfrutta. Chi mai avrebbe detto che proprio il maiorchino avrebbe peccato di cinismo?
Wimbledon 2008 – Rafa Nadal b. Roger Federer 6-4, 6-4, 6-7, 6-7, 9-7
«La finale del secolo», come è stata definita dalla quasi totalità dei commentatori e degli appassionati di tennis. L’apoteosi di Nadal, fino a quel momento il ventitreenne dai capelli lunghi e dalla spiccata propensione per le battaglie sulla terra rossa. Il primo vero scacco al Re Federer, detronizzato nel suo regno di Wimbledon neanche poi così a sorpresa. Quattro ore, quarantotto minuti, cinque set, un’interruzione per pioggia, tre match point sprecati da Rafa: cos’altro potrebbe succedere durante una finale così leggendaria? Succede che Nadal – il lottatore senza paura – trema a due punti dal trionfo nel tiebreak del quarto parziale e commette il più sciagurato dei doppi falli, quello che non può non destabilizzare. Succede che Federer, colui il cui rovescio a una mano è ormai un marchio di fabbrica, ma che preferisce giocarsi con il dritto i punti che valgono, si tiene in vita proprio con un passante di rovescio disperato, impulsivo, non ragionato e per questo baciato dal destino. «Non ne avevo mai giocato uno in tutto il match, pensavo: adesso è proprio finita», confesserà l’elvetico qualche anno dopo. 1980: Borg e McEnroe in fondo sono convinti di essersi consacrati come i migliori finalisti di sempre a Wimbledon. 2008: che i registi incomincino a pensare alla sceneggiatura. Che partano i casting per scritturare Federer e Nadal.
Wimbledon 2009 – Roger Federer b. Andy Roddick 5-7, 7-6, 7-6, 3-6, 16-14
L’insostenibile “pesantezza” di essere Roddick, scriverebbe Milan Kundera. Non deve essere semplice essere considerato la nuova stella del tennis americano nell’era post Sampras-Agassi, confermare inizialmente le aspettative degli osservatori vincendo il primo (e ultimo) Slam in carriera a New York a 21 anni, per poi finire progressivamente in secondo piano, vittima involontaria del dualismo Federer-Nadal ai tempi in cui Djokovic era ancora uno juniores. Già nel 2004 e nel 2005 Andy si era arreso a Re Roger in finale. Troppo indiavolato in campo quello svizzero in apparenza così placido e sorridente, troppo impotente al servizio l’americano, i cui ace a 240 chilometri orari vengono facilmente neutralizzati. Nel 2009 Roddick decide che è arrivato il momento di infischiarsene del fato e di ribaltare i pronostici. Va avanti di un set e prende il largo anche nel tiebreak del secondo parziale, salendo sul 6-2. In quel momento, però, gli dei del tennis gli presentano il conto: Roger allunga il set grazie a un rovescio in controbalzo che supera miracolosamente la rete, mentre Andy spara fuori una banale volee in appoggio. Il segnale è fosco, ma lo statunitense resta in partita fino al 15-14 del quinto parziale, quando il rovescio e la seconda di servizio si arrendono alle trappole crudelmente disseminate sulla sua strada dal destino.
Wimbledon 2010 – Rafa Nadal b. Tomas Berdych 6-3, 7-5, 6-4
Alzi la mano chi ricorda Wimbledon 2010 unicamente per la partita infinita tra Isner-Mahut, una battaglia tra Davide e Golia durata tre giorni in totale, undici ore di gioco, 183 game, 216 ace in due e 490 vincenti in tutta la partita. Presi dalle statistiche, ci si dimentica di Berdych: il ceco – fu predestinato (e non Mattia Pascal) – che quasi sboccia in uno Slam, ma che, un po’ per sfortuna, un po’ per destino, si ferma a un passo dal traguardo. Tra l’altro, contro il Fab 3 potenzialmente meno insidioso da affrontare sul Centrale. Federer-Nadal-Djokovic: soltanto David Nalbandian a Madrid nel 2007 è riuscito a sconfiggerli nello stesso torneo. Tomas si trova davanti Re Roger nei quarti di finale e non ha paura: a momenti Falla lo detronizzava già all’esordio, perché dovrebbe lasciarsi paralizzare dal timore reverenziale? Poi arriva Nole in semifinale. Anche lui ha rischiato al primo turno contro Rochus, nonché è il numero 3 nella successione al trono, perché non credere che l’impresa sia possibile? Berdych arriva in finale da testa di serie numero 12. Per il ranking non è il favorito, ma, da due settimane, le sue vittorie parlano per lui. All’idea di essere l’uomo che interromperà la diarchia Federer-Nadal, invece, il ceco perde ogni sicurezza. Nel 2005 Tomas si annunciava nel circuito maggiore vincendo il Master 1000 di Parigi Bercy a 20 anni appena compiuti. Rimarrà il trionfo più importante della sua carriera.
Wimbledon 2011 – Novak Djokovic b. Rafa Nadal 6-4, 6-1, 1-6, 6-3
A nessuno piace essere un eterno secondo, figurarsi l’eterno terzo, la medaglia di bronzo nel cuore dei fan e alla voce “trofei vinti in carriera”. Prima di Wimbledon Djokovic ha perso un unico match in stagione: in semifinale al Roland Garros contro Federer. A Londra gli obiettivi sono due: vincere il primo Championships in carriera e issarsi alla posizione di numero 1 del ranking mondiale nell’epoca di Federer e Nadal. Ed è difficile capire a quale risultato Nole tenga di più. Rafa, comunque, ha tanto da perdere. Com’è possibile che, due trionfi a Church Road dopo, sia ancora il maiorchino sgraziato sulla regale erba di Londra? Sul Centrale Nadal non difende soltanto il titolo, prova a preservare il suo onore. Scende in campo sperando che gli venga riconosciuto che la potenza dei suoi colpi si può adattare a tutte le superfici, vince match dopo match perché sa che essere un numero due, a volte, brucia più di essere un terzo incomodo. Sia a Rafa che a Nole giova che Roger sia fuori dall’equazione. La finale, però, non decolla mai. Nadal si accorge che il suo dritto non funziona e che le sue corse a fondocampo sono inutili e frustranti. Djokovic assomiglia a un personaggio di un film della Marvel: tra lui e Mr. Fantastic sembra non esserci differenza.
Wimbledon 2012 – Roger Federer b. Andy Murray 4-6, 7-5, 6-3, 6-4
Un mese dopo, stesso campo, occasione diversa. In finale ai Giochi olimpici di Londra trionfa Murray, poi Sir Andy. Re Roger si appende al collo la medaglia d’argento e forse riflette che meglio sarebbe stato scambiarsi i trofei. Di Wimbledon ne aveva già vinti sei, per raggiungere Sampras nell’albo d’oro c’era tempo. L’oro alle Olimpiadi quando mai potrà rigiocarselo? Nel 2016, quando avrà 35 anni? O, peggio ancora, nel 2020, con la carta d’identità che gli ricorda le imminenti quaranta primavere? Le semifinali dei Championships 2012 sono (quasi) le migliori possibili. All’appello manca soltanto Nadal, sconfitto nel match di secondo turno contro Rosol e forse traumatizzato e condizionato dai giudizi di chi pensa che due Wimbledon non siano sufficienti. Federer, che ha rischiato una figuraccia nel match di terzo turno contro Benneteau, non è in vena di favori. Prima si diverte – forse anche con un po’ di sadismo – a esporre i limiti di un Djokovic che ha scoperto quanto brutale possa essere la pressione della leadership, poi, con crudeltà, recupera un set a un Murray che ci stava credendo fin troppo. Dottor Roger e Mr Federer, per chi pensava che l’elvetico avesse smarrito la fame di trionfi degli anni migliori. Di nuovo lacrime per Andy, alla quarta finale Slam persa su quattro. Il fantasma di Fred Perry continua ad aleggiare su di lui.
Wimbledon 2013 – Andy Murray b. Novak Djokovic 6-4, 7-5, 6-4
77 anni dopo Fred Perry, contro il gemello siamese, per età e per ruolo di disturbatore nella diarchia Federer-Nadal, nell’anno in cui Roger e Rafa, sconfitti rispettivamente al secondo turno da Strakhovsky e all’esordio da Darcis, si presentano in conferenza stampa mai così imbronciati: il Championships sta tornando a casa. O meglio, non lascerà casa. Djokovic sembra imbattibile: non ha mai perso un set prima della semifinale, deve vendicare la sconfitta di dodici mesi prima contro Federer, il rivale da detronizzare a Londra e nel cuore dei tifosi. In semifinale, però, arriva l’imprevisto. Imprevisto che si chiama Juan Martin Del Potro, che piace agli spettatori, perché ha un dritto splendidamente violento e perché è maledettamente sfortunato. Così sfortunato che, senza infortuni, avrebbe vinto molto più di uno US Open. Per piegarlo Nole ha bisogno di cinque parziali. Così, quando arriva in finale, è umanamente sfinito. Anche i robot soffrono la stanchezza, che sia quella delle gambe che non corrono più o della mente che non riesce più a sentire il pubblico che non è mai dalla tua parte. Murray, nel frattempo, si è ripreso dalla sua personale maratona contro Verdasco nei quarti di finale. E poi, non può di nuovo deludere il suo Centrale che dodici mesi prima a momenti si rivoltava contro Re Federer per sostenerlo. In due set su tre Sir Andy si trova in svantaggio di un break, in entrambe le circostanze non dà mai l’impressione di non poter rimontare. Erba di casa mia, avrebbe cantato Massimo Ranieri.
Wimbledon 2016 – Andy Murray b. Milos Raonic 6-4, 7-6, 7-6
A Wimbledon una finale tra outsider vuol dire che il titolo se lo giocano Andy Murray, già campione a Londra tre anni prima e Milos Raonic, canadese dal servizio esplosivo e dal vizio non indifferente di lasciarsi strappare dalle mani tutti i trofei che contano. Vedi Roger’s Cup nel 2013, vedi titoli a Parigi Bercy nel 2014 e a Indian Wells nel 2016, vedi le tre batoste a Tokyo e quella al Queen’s appena tre settimane prima. Proprio Raonic, di venerdì, ha compiuto un atto di lesa maestà: ha rimontato due set a un Re Federer acciaccato, che chissà se tornerà mai a regnare su Londra. Di domenica, però, non gli riesce il bis: al Sir Andy più famoso di Scozia non importa di essere un buon padrone di casa, né è in vena di regali agli avversari. Lo scozzese ha una missione: prendersi quel primo posto nel ranking monopolizzato dai Big 3 da ormai dodici anni e dimostrare che nel tennis non esiste solo il triunvirato, un po’ come se Ringo Starr ricordasse agli altri tre Beatle che, senza la sua vena creativa, Don’t Pass Me By non sarebbe mai stata scritta. Andy/Ringo vincerebbe quella finale anche se il suo avversario dovesse scagliargli granate al corpo. Un po’ come il servizio a 147 miglia orarie (237 chilometri orari) che Murray neutralizza con una risposta in contenimento e un passante di rovescio.
Wimbledon 2017 – Roger Federer b. Marin Cilic 6-3, 6-1, 6-4
A metà del secondo set, dopo appena un’ora di gioco e con la finale praticamente compromessa, Cilic chiama il fisioterapista a bordocampo e piange. Piange come un bambino, non riesce a controllarsi. Non gli importa che le telecamere stiano trasmettendo il suo meltdown in tutto il mondo. D’altronde, come puoi non disperarti se il destino prima ti ha dato la possibilità di vincere lo Slam dei tuoi sogni e poi te l’ha strappata crudelmente dalle mani perché dall’altra parte della rete c’è qualcuno più “eletto” di te? Crudele a dirsi, le lacrime di Marin inteneriscono a fatica il pubblico. Nel 2017 gli dei del tennis hanno scelto – ancora una volta – di puntare tutto su Federer. Hanno preferito supportare quel quasi trentaseienne sempre sorridente che, dopo sei mesi di stop nel 2016, torna in campo a gennaio, vince l’Australian Open, trionfa nel Sunshine Double, poi si prende altri novanta giorni di pausa e, al rientro, domina sul Centrale di Wimbledon senza mai perdere un set – mai una cavalcata così trionfale gli era riuscita nel giardino di casa. Tabellone facile? Dimitrov negli ottavi di finale, Raonic nei quarti di finale, Berdych in semifinale: il meglio che la Lost Gen può offrire. Forse non si chiama “generazione perduta” per caso.
Wimbledon 2018 – Novak Djokovic b. Kevin Anderson 6-2, 6-2, 7-6
Alla fine anche Djokovic riesce a far emozionare il pubblico seduto sugli spalti del Centrale. Per ricevere l’affetto che ha sempre cercato dai tifosi, a Nole sarebbe semplicemente bastato essere un po’ meno invincibile. Il serbo arriva a Wimbledon senza troppe pretese. Ha nascosto nel borsone la maschera da killer spietato, perché sa che, per ogni torneo in cui non trionfa, tutti gli avversari lo trovano un po’ meno spaventoso da affrontare. Tre settimane prima al Queen’s aveva la possibilità di mostrare al mondo che aveva ancora fame di vittorie, ma Cilic ne ha svelato il bluff, annullandogli un match point. Il Djoker che esordisce contro Sandgren si porta ancora dietro i postumi della sconfitta nei quarti di finale del Roland Garros contro Cecchinato. Partita dopo partita, invece, Nole si ritrova. Senza che i riflettori ne illuminino le prestazioni e approfittando di un tabellone abbordabile Djokovic annulla tre palle break al quinto set in semifinale a un Nadal, per il quale l’erba di Wimbledon è stata più indigesta di quanto non ci si possa aspettare. Poi, in finale, si trova davanti Kevin Anderson, pacato sudafricano, la cui ubris forse è aver pensato di poter vincere uno Slam senza aver mai conquistato un Master 1000 o che, forse, è inviso al destino perché ha rimontato due set a Federer nei quarti di finale o che forse è semplicemente stanco per aver giocato cinquanta game nell’ultimo set della semifinale contro Isner – nascerà per questo motivo il super tiebreak a Londra sul 12-12. Game, set, match: robot.
Wimbledon 2019 – Novak Djokovic b. Roger Federer 7-6, 1-6, 7-6, 4-6, 13-12
8-7, 40-15, due match point al servizio. Potrebbe essere la nuova sequenza di Fibonacci, se non fosse che – un po’ come per Hurley in Lost – questa successione di numeri darà per sempre gli incubi a tutti i fan di Federer. Riavvolgere il nastro è necessario, ma doloroso. All’elvetico basta un punto per conquistare il suo nono Wimbledon, il suo ventunesimo Slam. Ha la possibilità di mettere a tacere ogni discussione su chi sia the GOAT (Greatest of All Time) e di riscrivere le leggi del tempo, trionfando in un Major a quasi 38 anni. In tribuna i tifosi lo incitano – anche fischiando Djokovic. «One more», gridano dagli spalti. Basta un ace. Non è difficile. Roger dispone di un servizio insidioso. Non velocissimo, ma tagliato e di difficile lettura. Un’arma capace di spiazzare anche uno dei più forti tennisti del mondo in risposta. Chissà quali pensieri affollano la mente di Federer. Chissà se la paura lo porta a pensare: «Come potrò sostenere il peso della storia sulle mie spalle? Vincere oggi va oltre ogni mio sogno da bambino». Di sicuro c’è che prima il dritto lo tradisce, poi l’ansia di chiudere la partita lo spinge ad avventurarsi con troppa imprudenza a rete. Forse è in questi due momenti che Roger diventa ufficialmente il più grande di sempre. Perché venti anni e venti Slam dopo, è ancora umano, troppo umano (alla Nietzsche maniera), come tutti quelli che lo seguono e tifano per lui, oltre ogni naturale sentimento di empatia.
Michela Curcio