Pasqua amara in Italia, ma la storia di Jannik Sinner è appena iniziata. Il Next Gen altoatesino si è arreso a Hubert Hurkacz in finale nel Master 1000 di Miami, ma si è consolato con il best ranking alla posizione numero 23. “Hubi”, invece, è il primo polacco a vincere un torneo di questa categoria. Diamo i voti ai protagonisti che sono scesi in campo in questi dieci giorni.

Hubert Hurkacz: 10

Da outsider a vincitore a sorpresa a Miami: Hurkacz ha legittimato il successo eliminando quattro top 20 di fila come Shapovalov, Raonic, Tsitsipas – pazzesca la contro-smorzata in recupero sul 2-6, 0-2 a evitare il doppio break – e Rublev. Tennista terribilmente sottovalutato – e dire che la classe 1997 ha sfornato talenti su talenti – e impressionante nel trovare il lungolinea sia di diritto che di rovescio, “Hubi” è il primo polacco ad aver vinto un Master 1000. Janowicz è già stato superato.

Jannik Sinner: 10
Una finale in cui Sinner si è scoperto diciannovenne non cancella un torneo nel quale il Next Gen italiano «non è stato umano», per prendere in prestito le parole di Bublik. Su tutte, un’immagine: l’ultimo game in risposta contro Bauista Agut, arrivato dopo che l’altoatesino aveva rimontato un set prima e un break di svantaggio poi. I rimpianti per il 6-5 e servizio contro Hurkacz serviranno a crescere. Così come la rimonta dal possibile bagel al chiedersi cosa sarebbe successo se Jannik non avesse steccato sul 5-4, 30 pari. A margine: ci siamo già innamorati dell’amicizia tra Jan e Hubi.

Andrey Rublev: 7
Miami agrodolce per un Rublev che, eliminati Medvedev e Tsitsipas era il favorito per il titolo, ma che ha perso nettamente contro uno Hurkacz che ha sentito meno la pressione. Pressione che si spiega se ci si ricorda che per Andrey questa era la prima semifinale in carriera in un Master 1000. Più che il trofeo sfumato, brucia che il sesto posto di Zverev nel ranking sia rimasto lontano. E dire che il russo aveva spazzato via uno sconsolato Fucsovics, un Cilic in ripresa e un combattivo Korda.

Roberto Bautista Agut: 8,5
Mezzo voto in meno perché non è arrivato in finale nonostante il set di vantaggio prima e il break a favore nel terzo parziale poi. Però che dire a un Bautista Agut che ha zero responsabilità contro un Sinner che ha interpretato un ultimo game di match a dir poco fantascientifico? E in che modo deve metabolizzare una sconfitta arrivata senza aver sbagliato una scelta tattica – anzi, il lob a fine primo set è da vedere e rivedere? Lo spagnolo si consoli con la lezione inflitta a Medvedev.

Stefanos Tsitsipas: 6

Discorso analogo a Medvedev: Tsitsipas ha raggiunto i quarti di finale in un torneo simile a uno Slam per vastità di tabellone, ma ha sprecato una grande chance per vincere il primo agognato e maledetto Master 1000 – tanto che Stefanos ha ammesso di essersi disunito in modo inquietante contro Hurkacz nonostante il vantaggio di 6-2, 2-0 e tre palle per il doppio break. Da notare: fino al match contro il polacco, il greco non aveva commesso neanche un doppio fallo in tre partite.

Sebastian Korda: 8
Primo quarto di finale in un Master 1000 grazie a un rovescio lungolinea tanto esteticamente splendido quanto efficace: chissà che a fine anno Korda non sarà già in top 50. Sebastian non difetta di personalità, la stessa che gli ha permesso di non abbattersi di fronte a un Fognini on fire per un set, di ridimensionare il Karatsev che tanto aveva stupito e di sconfiggere Schwartzman. Ma soprattutto, difendersi alla pari contro Rublev è un segnale di tenuta fisica e maturità mentale.

Daniil Medvedev: 6
Risultati positivi per Medvedev a Miami: i 10mila punti nel ranking – primo a riuscirci oltre ai big four; segnali negativi dagli USA: una forma fisica non straripante e il nervosismo contro chi lo sfida nel palleggio e lo affronta con ordine tattico – tanto che Daniil è stato sempre anticipato da uno schematico Bautista Agut. «Dimostrerò perché Roberto non si trova più in alto in classifica», aveva detto Daniil alla vigilia. Forse si era dimenticato di un head to head che recita 3-0 per lo spagnolo.

Alexsandr Bublik: 7

«Non sei umano. Hai 15 anni e giochi così», ha detto Bublik a Sinner dopo la sconfitta nei quarti di finale a Miami. Il kazako, però, ha qualche responsabilità di troppo: contro Jannik era stato avanti di un break sia nel primo che nel secondo set, ma ha insistito troppo nel cercare la rete – tanto da chiudere con 11 punti su 31 vinti in quella zona di campo. Sascha (B) serve bene, tira forte e varia tantissimo: non è facile affrontarlo. La controindicazione? A volte si sconfigge da solo.

Diego Schwartzman: 6
Minimo sindacale per uno Schwartzman che sul cemento tradisce le aspettative di ranking. Improbabile che l’argentino soffrisse contro un Uchiyama frequentatore di tornei Challenger, meno scontato che superasse con agilità un Mannarino abbastanza fiacco ultimamente. Il test Korda era l’esame di maturità e Diego lo ha superato a metà, venendo promosso per aver annullato un match point sul 5-4 nel terzo set, ma venendo rimandato per il 7-5 finale.

Milos Raonic: 5,5
Che rimpianti per Raonic in questo Master 1000. È vero che il canadese ha in palmares quattro finali (perse) in tornei di questa categoria, ma in questo anomalo Miami, dai quarti di finale in poi, Milos avrebbe potuto mettere in crisi Tsitsipas con le proprie sassate al servizio, imbrigliare Rublev di esperienza e chissà contro Medvedev. Regolati Thompson e un leggero Humbert, invece, l’ex numero 3 nel ranking si è sciolto nel tiebreak decisivo contro un paziente Hurkacz. Brutta aria.

John Isner: 6
Non ci si lasci sviare dal match point non sfruttato al terzo set nel match di terzo turno contro Bautista Agut e dai 300 punti persi che lo spingeranno fuori dalla top 30 per la prima volta dopo 10 anni, perché Isner ha dimostrato che se si prova a sconfiggerlo in esperienza, si finisce con le ossa rotte – chiedere ad Auger-Aliassime. Poi che la reattività non sia più specialità di Long John sembra chiaro, ma chi ne sottovaluta la potenza di fuoco negli ace sta commettendo un grosso errore.

Marin Cilic: 7
Non ci sono dubbi che a Miami si sia visto il miglior Cilic nell’ultimo anno e mezzo, sia per il risultato che per la qualità in campo. Marin è tornato a martellare con il servizio e il dritto su una superficie che ne esalta le potenzialità – forse qualcuno si è dimenticato che il croato ha vinto gli US Open ed è stato in finale agli Australian Open, sconfitto da re Federer. E chi ha pensato che l’onesto Garin, pericoloso sulla terra rossa ma non altrove, partisse favorito, riveda le proprie idee.

Emil Ruusuvuori: 7,5
Mezzo voto in meno per il disastro quasi combinato contro Michael Ymer: avanti 5-1 nel terzo set, Ruusuvuori è stato riagganciato sul 5-5 e ha rischiato di vanificare il capolavoro di intelligenza tattica contro uno Zverev affaticato, ma disorientato da un Emil senza timori reverenziali. Geometrico e veloce nel resettare i passaggi a vuoto, il finlandese ha dimostrato che non sempre si vince di forza bruta. Poi Sinner gli è stato superiore, ma a 21 anni meglio crescere senza fretta.

Denis Shapovalov: 4
Gli sprechi di Shapovalov cominciano a non essere giustificabili. Nonostante il tabellone non fosse impossibile, il canadese aveva rischiato di essere eliminato all’esordio già da un Ivanshka contro il quale aveva commesso la cifra “monstre” di 66 errori non forzati in tre set – e anche quattro doppi falli di fila in un game. Neanche così impronosticabile, allora, che Denis si arrendesse a un ordinato Hurkacz. Se non fosse che “Shapo” aveva sconfitto il polacco neanche tre settimane fa a Dubai.

Felix Auger-Aliassime: 6
Non offrire neanche una palla break nel match contro Isner, applicare alla perfezione il proprio geometrico piano tattico e comunque essere sconfitto con un doppio 7-6: se non altro Auger-Aliassime eviterà crolli in classifica grazie al ranking semi-congelato. Si dice che il salto di qualità sia direttamente proporzionale alla freddezza: lo smash sbagliato da FAA sull’1-0 nel primo tiebreak conferma questa analisi, ma il canadese ha ancora – e soltanto – 20 anni. Crescerà.

Karen Khachanov: 6

Si mettano Khachanov e Sinner su un campo da tennis – meglio se in condizioni ambientali e fisiche estreme: il risultato sarà una battaglia da lustrarsi gli occhi. Protagonista di un match-up già iconico, il russo si rimprovererà di non aver annullato l’unica palla break concessa nel terzo set, nella delicata situazione di punteggio di 4-4, ma il punto con cui Jannik ha prenotato il sorpasso è stato fantascientifico. Ma cosa aspettarsi da una partita i cui primi due giochi durano 22 minuti?

Aslan Karatzev: 4,5
Mezzo voto in meno per il 6-0 subito nel secondo set da un Korda che in partenza non era neanche così favorito. In realtà non è così anormale che Karatsev abbia tirato il fiato dopo due mesi nei quali ogni dritto e ogni rovescio si trasformavano in vincenti imprendibili. Piuttosto sarà interessante scoprire se il russo saprà sviluppare un piano B per i giorni in cui il piano A proprio non sembra funzionare. Da questo dipenderà la permanenza di Aslan in top 30.

Kei Nishikori: 7

Chiamato ad alzare i giri nel primo torneo di rilievo in cui era arrivato in forma fisica adeguata, Nishikori è stato eliminato al terzo turno, ma da uno Tsitsipas quasi sempre granitico – il greco nel primo set ha perso quattro punti in tutto nei propri turni di servizio e nel terzo parziale non ha perso neanche un punto con la prima. E anche la vittoria contro un Bedene che ha spinto per tre ore promette bene in vista di una stagione sulla terra rossa che ha ritrovato un protagonista.


Alexei Popyrin: 6

Voto non altissimo perché nel terzo set Popyrin doveva tassativamente approfittare di un Medvedev a mobilità ridotta, ma l’australiano ha ribaltato uno svantaggio di 7-6, 5-2 con una grinta da prestare a molti Next Gen e annullando tre match point per regalarsi il parziale decisivo. Un po’ in ombra tra il 2019 e il 2020, da qualche settimana Alexei è tornato con prepotenza sotto i riflettori. E che non conosca timori reverenziali promette benissimo per il futuro.

Alex De Minaur: 4
Che succede a un De Minaur che si è inceppato dopo aver vinto il titolo ad Antalya? Contro un Galan Riveros inesperto sul cemento, l’australiano ha sofferto la pressione ed è stato punito per qualche leggerezza di troppo nel secondo set (zero palle break sfruttate su cinque) e per un po’ di tremore nel terzo parziale, con il break subito a zero sul 4-4. Che Demon abbia ancora in mente la lezione di Fognini agli Australian Open e i colpi di coda di Nishikori e Chardy a Rotterdam e Dubai?

Grigor Dimitrov: 4
Se Dimitrov era evidentemente acciaccato in Australia, a Miami il bulgaro non è sembrato semplicemente affaticato, ma anche fuori fase mentalmente. Perso il primo set contro un tignoso Norrie e sprecato un vantaggio di 5-3, Grigor si è completamente scomposto, aggrappandosi ai propri meravigliosi back di rovescio finché gli è riuscito, ma arrendendosi in volata nel secondo parziale. Inutile dire che ci si aspettava risultati ben più importanti.

David Goffin: 4
Alzi la mano chi aveva pronosticato un Goffin fuori ritmo contro un Duckworth fisicamente in ritardo da mesi. Deficitario sia al servizio – misera la statistica di un punto su due vinto – che in risposta, David non si è costruito neanche una palla break in un’ora e un quarto di gioco e ha raccolto soltanto quattro game. E dire che il belga, che ha interrotto a Montpellier un digiuno di quasi quattro anni, avrebbe avuto il tabellone spalancato con le sconfitte di Dimitrov e Zverev.

Alexander Zverev: 4
I match di Zverev sono come una scatola di cioccolatini: non sai mai quello che ti capita – ci si perdoni il plagio di Forrest Gump. Avviato verso una tranquilla vittoria dopo il 6-1 iniziale contro Ruusuvuori, Sascha ha perso sicurezza con il servizio – quasi fosse un servebot senza altre strategie – ed è stato divorato da un avversario tatticamente impeccabile: un flop imperdonabile per un top ten. L’ironia? Per assurdo il tedesco, che tanto si è lamentato per il ranking, si è comunque ripreso il sesto posto in classifica ATP da Federer – ma nel momento in cui lo meriterebbe meno.

Thanasi Kokkinakis: 6
Step by step per un Kokkinakis fisicamente recuperato e che presto non sarà più vittima di una classifica bugiarda. Mai granché “sfidato” contro Mochizuki, l’australiano ha alzato il livello contro Fucsovics, combattendo per tre ore, gestendo alla perfezione con il servizio un secondo set che si poteva chiudere prima e recuperando anche un break di svantaggio, prima di arrendersi nel terzo parziale. Ottime notizie per un ragazzo sfortunato, ma ancora “Next Gen”.

Hugo Gaston: 5
D’accordo: Gaston è stato sfortunato a incontrare di nuovo Sinner così presto, ma il francese sembra non aver ancora trovato le contromisure a uno Jannik aggressivo e solido mentalmente, tanto che contro l’altoatesino, il fantasioso Hugo ha portato a casa appena quattro game. Troppo frettoloso al servizio e disattento sulle tre palle break che avrebbero riaperto il match: in questo modo il transalpino non si sbloccherà. Vanificata la netta vittoria all’esordio contro Koepfer.

Carlos Alcaraz: 6
Alcaraz diverte tantissimo in campo – e pazienza se Kyrgios non la pensa così. Due ore e un quarto e tanti splendidi recuperi difensivi e dritti lungolinea dopo, a 17 anni lo spagnolo ha dimostrato ancora una volta di avere già la varietà tecnico-tattica da poter dare fastidio a chiunque – si veda il test contro un Ruusuvuori maestro di geometrie. Non che Carlos non abbia rimpianti: sul 5-4, 30-15 nel terzo set sembrava vicinissimo alla prima vittoria in un Master 1000. Ma arriverà presto.

Shintako Mochizuki: 6
Se Mochizuki avrà sperato di emergere approfittando di un sorteggio benevolo, il destino gli si è ritorto contro, “regalandogli” un match da mettere nel cassetto contro un Kokkinakis che vale ben oltre la posizione numero 243 nel ranking. Nonostante una seconda di servizio un po’ traditrice, il giapponese per un attimo – anzi, per tre palle break – si è illuso di poter andare avanti nel punteggio almeno nel primo set. L’arrendevolezza nel secondo parziale si perdona con i 17 anni.

Lorenzo Sonego: 7
Di più non si poteva chiedere: Sonego si è trovato davanti uno Tsitsipas inscalfibile al servizio e si è comunque spinto fino al tiebreak nel secondo set, sperando che il greco si distraesse sul più bello. In precedenza, il torinese era stato encomiabile contro Galan Riveros: di fronte un match impostato da terra rossa, Lorenzo ha abbandonato il fioretto e si è adattato a scambi massacranti, recuperando un break di svantaggio e annullando due set point nel primo parziale. Bene così.

Lorenzo Musetti: 7,5
Mezzo voto in meno perché il Cilic di oggi non sembrava invincibile. Che però qualche tifoso si sia lamentato di un Musetti che ha risposto troppo lontano dalla riga di fondo o che ha abusato di smorzate è ingeneroso: Lorenzo si trovava comunque di fronte a un vincitore Slam. Piuttosto il toscano doveva dimostrare di avere una marcia in più contro il coetaneo Mmoh e doveva avere la freddezza di non lasciarsi innervosire da un Paire incommentabile: missione compiuta. Menomale.

Fabio Fognini: 5
Il vecchio leone Fognini ha già dimostrato di poter ruggire in stagione, ma è rimasto in ombra a Miami. Giusto dare meriti a un Korda che non si è scoraggiato dopo una prima mezz’ora shock al servizio, ma brucia che il ligure non abbia difeso un vantaggio di 6-1 dopo il primo set. E chissà cosa sarebbe successo se Fabio fosse riuscito a rientrare nel terzo parziale sfruttando almeno una palla break sulle quattro arrivate nel sesto game. I sette doppi falli nel match non hanno aiutato.

Stefano Travaglia: 5
Un voto in più perché il sorteggio non gli ha sorriso, ma Travaglia sembrava aver imparato la lezione agli Australian Open, tanto da avere set e break di vantaggio contro Tiafoe. Recuperato subito il ritardo nel punteggio e annullate tre palle break che avrebbero portato il marchigiano a servire per il match, invece, lo statunitense si è ritrovato, tanto da vincere 11 punti su 14 con la seconda nel parziale decisivo. Un peccato: da lì in poi il tabellone di Stefano non era proibitivo.

Salvatore Caruso: 4
Crisi nera per un Caruso che doveva e poteva superare l’ostacolo Uchiyama senza neanche soffrire più di tanto e che invece non è mai sembrato veramente in partita. Sanguinoso soprattutto il sesto game nel primo set, perso da un vantaggio di 40-0 nel momento in cui il siciliano aveva appena recuperato il break. Non inganni la reazione d’orgoglio a fine partita e i quattro match point annullati in risposta, perché bisogna operare un reset prima che inizi la stagione sulla terra rossa.

Federico Gaio: 6
Ripescato da lucky loser, chiamato a un match non impossibile, ma complicato contro Berankis, eliminato senza troppi rimpianti: se non altro Gaio ha onorato la seconda chance arrivata a Miami. Troppo tremolante sulle palle break – zero su quattro salvate – ma coriaceo nel rimontare da 2-5 nel primo set, il romagnolo avrebbe meritato maggior fortuna nel tiebreak, perso per un unico mini-break. Senza storia il secondo parziale, ma l’esperienza negli Stati Uniti rimane preziosa.

Thomas Fabbiano: 6
Non una vittoria, ma un match che dà fiducia per il prosieguo di stagione. Nel tabellone principale dopo aver superato le qualificazioni, Fabbiano ha ringhiato contro un Bedene un po’ impreciso al servizio, ma che aveva vinto il primo set nonostante uno svantaggio di 1-5 e tre set point annullati. Nel 6-2 con cui il napoletano ha provato a riaprire la partita si sono viste tenacia e umiltà. Comprensibile che Thomas non avesse più energie, ma lo sforzo indica che l’Italia è sempre viva.

Paolo Lorenzi: 6
Sufficienza di orgoglio, abnegazione e amore per lo sport. Avere quasi 40 anni, superare le qualificazioni e rimpiangere un po’ di timidezza nel primo set: una cartolina da Miami firmata Paolo Lorenzi. Anzi: ci si deve anche rammaricare perché il romano non era chiamato a un match impossibile e perché gli sforzi fisici nei giorni precedenti gli hanno impedito di dare battaglia anche nel secondo parziale. Ma chi scende in campo con più voglia di un teenager non merita critiche.

Michela Curcio