Niente, i Master 1000 nel 2021 sono indigesti agli italiani. Come Jannik Sinner a Miami, anche Matteo Berrettini ha sfiorato soltanto il titolo a Madrid, sconfitto da un Alexander Zverev lucido a rimontare un set di svantaggio e impassibile anche dopo il doppio fallo con seconda di servizio a 226 km/h che aveva regalato il primo parziale al romano. Diamo i voti ai protagonisti del torneo.
Alexander Zverev: 10 e lode
Si dimentichino i 14 doppi falli contro Ivashka a Monaco di Baviera, perché la prima regola nel tennis è che ogni settimana è una storia a sé e se Zverev è in fiducia quasi diventa difficile trovargli un punto debole. Chirurgico con il rovescio, profondo con il dritto, forse fin troppo impavido con qualche seconda di servizio (ma meglio così che ciabattare la palla a rete) e anche a proprio agio con volee e dropshot: il risultato? Quindicesimo titolo ATP e quarto Master 1000 in carriera (terzo sulla terra rossa), pacchetto “big 3 sconfitti sulle loro superfici del cuore” sbloccato con la vittoria contro Nadal nei quarti di finale, vendetta su Thiem in semifinale: non ditegli che aveva ragione.
Matteo Berrettini: 10
I maledetti dettagli: il doppio fallo sulla palla break nel secondo set, il dritto a campo aperto che lo avrebbe di nuovo portato a palla break nel quarto game del terzo parziale, lo smash steccato nell’ultimo gioco. Errori non decisivi in sé, ma che sono arrivati nel momento sbagliato e che hanno sfilato dalle mani di Berrettini un Master 1000 sulla superficie che meno ama. Né si dica che Matteo non aveva incontrato ostacoli degni di nota prima di Zverev: nei quarti di finale aveva messo in fila 11 game per rimontare Garin e in semifinale aveva dovuto affrontare un Ruud che non era mai stato breakkato nel torneo. Avrà un’altra occasione, anche perché i progressi tattici sono visibili a tutti: su tutti, adesso il romano non ha paura neanche di spingere con il rovescio.
Dominic Thiem: 9
È tornato ed è subito arrivato in semifinale in un Master 1000: il coraggio di fermarsi ha ripagato un Thiem che già è sembrato mediamente competitivo e che sicuramente alzerà i giri in vista di un Roland Garros al quale ora Dominic crede. Né Madrid gli aveva regalato un tabellone agevole: negli ottavi di finale De Minaur era sembrato più acclimatato alla terra rossa, nei quarti di finale a Isner quasi riusciva di nuovo lo scherzetto contro un top ten – merito di 18 ace. Vien da pensare che contro Zverev l’austriaco avrebbe perso in ogni circostanza. E che bello l’abbraccio a rete.
Casper Ruud: 9
Roma (nel 2020), Montecarlo e Madrid (nel 2021): si scrive semifinale in un Master 1000 sulla terra rossa, si dice Ruud. Il norvegese non è più una sorpresa, ma una finta testa di serie dallo strepitoso acume tattico e che si prende vittime illustri. Ne sanno qualcosa sia Tsitsipas, che non ha mai capito come sfondarne in muro in risposta, che un Bublik il cui «Complimenti per il topspin» detto a rete parla più di ogni statistica. Casper si presentava in semifinale contro Berrettini senza mai essere stato breakkato in tutto il torneo – e forse anche favorito per la finale – tanto che Matteo ha avuto bisogno di un match perfetto per sconfiggerlo. Il futuro su clay è suo.
Rafa Nadal: 5
Incredibile, ma vero: Nadal viene bocciato sulla terra rossa. Fin quando lo spagnolo si è trovato ad affrontare un Alcaraz frenato dal timore reverenziale e un Popyrin coraggioso, ma impulsivo, non gli è servito essere al 100%. Di fronte a un Alexander Zverev ordinato, ma non poi così scintillante, invece, Rafa si è travestito da Sascha, non è riuscito ad ammazzare la partita dopo il break di vantaggio e, parole sue, «ha combinato un disastro». Scommettiamo che proprio perché è consapevole di non essere ancora al top, il maiorchino si riscatterà già a Roma?
Christian Garin: 7
Più che la testa, il fisico: Garin è crollato sul più bello, quando, in vantaggio 7-5, 3-1 contro un Berrettini che sembrava aver perso i punti di riferimento al servizio e quando già pregustava la prima semifinale in un Master 1000 sull’amata terra rossa, è andato in blackout di gambe, tanto da lasciare andare il terzo set con un 6-0 che non ci si aspetta da lui. Che il cileno abbia sentito su di sé la stanchezza per la partita perfetta che gli è stata richiesta per mettere a segno l’upset ai danni di Medvedev? Probabile. Ma se ritrova la forma al Roland Garros sarà da tenere d’occhio.
John Isner: 7
Era in missione per evitare che per la prima volta da quando il ranking ATP è stato istituito non ci fosse presenza statunitense tra i primi trenta al mondo. Non sarà riuscito nell’impresa, ma Isner si è arreso soltanto a un agguerrito Thiem, dopo aver scherzato con un acerbo Kecmanovic, dopo aver annullato un match point a un professore come Bautista Agut e dopo aver vinto contro Rublev in un match crudele nel quale ha portato a casa 13 punti in meno e non si è mai costruito palle break. Sbaglia, comunque, chi pensa che Long John sia soltanto i 107 ace in quattro partite: senza talento non ci si abitua alla terra rossa così in fretta dopo quaranta giorni di pausa.
Alexsandr Bublik: 7
Voto di incoraggiamento perché Bublik la smetta di sentirsi un pesce fuor d’acqua sulla terra rossa e possa capire che per un dritto e rovescio depotenziati dalla superficie, i dropshot funzionano meglio su clay. Più che a un Fucsovics al quale i sorteggi non vogliono bene, lo si chieda a un Karatsev che non ha mai trovato il ritmo giusto per prendere la mira con le proprie fucilate e a uno Shapovalov che in teoria avrebbe anche i numeri per competere in spregiudicatezza, ma che in pratica si è spento game dopo game. L’antidoto per Sascha B? Il topspin di Ruud. Prevedibile.
Daniil Medvedev: 5
Un voto in più perché Medvedev ha spezzato la maledizione sulla terra rossa, trovando una vittoria che non arrivava dall’ATP 500 di Barcellona nel 2019. Però che uno stabile top 5 provi una tale idiosincrasia per una superficie su cui si giocano uno Slam e tre Master 1000 sarà divertente per il trash e per le liti con arbitro e tifosi, ma in termini di campo è inaccettabile. Il russo aveva già rischiato grosso all’esordio contro Davidovich Fokina, prima che lo spagnolo si sciogliesse di inesperienza. La sconfitta contro un Garin impeccabile su clay, quindi, non è neanche un upset.
Stefanos Tsitsipas: 6
Era inevitabile che le stratosferiche prestazioni a Montecarlo e la finale di Barcellona persa per un punto contro Nadal impattassero su uno Tsitsipas bisognoso di rifiatare. Più che al match contro Paire (il francese ormai è un bye), si guardi alla partita contro un Ruud sempre più test probante sulla terra rossa: anche vincendo 47 punti su 62 al servizio, il greco non si è costruito neanche una palla break ed è rimasto incastrato nella rete di topspin ricamata dal norvegese. Sconfitta che ci sta, se non fosse che da tabellone Stefanos aveva una chance di arrivare ancora in fondo.
Andrej Rublev: 6
Che Rublev fosse scarico lo si era intuito a Barcellona. Evidentemente il Master 1000 di Madrid è arrivato troppo presto perché il russo potesse ricomporsi. Andrej aveva già sofferto all’esordio contro un volenteroso Paul, tanto da regalare un primo set che sembrava chiuso tre volte e da offrire allo statunitense una deleteria palla break sul 4-3, 40-30 nel terzo parziale. Contro Isner il moscovita non ha responsabilità: non ha concesso neanche una palla break nei propri turni di servizio e ha perso il match per un unico mini-break sul 4-3 nel tiebreak decisivo. Sul vocabolario una partita così si trova alla voce “crudeltà”, ma è la dura legge dei big server.
Alex De Minaur: 6
Segnali di ripresa da un De Minaur un po’ off dopo il titolo ad Antalya e la netta sconfitta contro Fognini agli Australian Open. Se anche in una giornata no il “Demon” d’Australia è rimasto aggrappato a ogni pertugio di luce per sfruttare le insicurezze di un Munar in attesa di errori altrui, vuol dire che il Next Gen di Sydney sta ritrovando la forma migliore. Da apprezzare anche il coraggio nel cercare spesso la rete: contro Thiem non avrà pagato – vedi set point sprecato nel tiebreak del primo parziale – ma i dropshot visti a Madrid sono stati sublimi. Ci vediamo a Roma.
Aslan Karatsev: 6
Ormai si sa chi è Karatsev: fulminante e ingiocabile se dritto e rovescio funzionano, depotenziato se non trova ritmo al servizio. Più che l’esordio di routine contro Humbert, sono i match contro Schwartzman e Bublik a presentare con chiarezza le due facce di Aslan. Il russo è capace di rifilare un quasi golden set a un top 10 e specialista su clay rimontando da uno svantaggio di 2-6, 1-2 e break a sfavore e poi, ventiquattro ore dopo, di finire 0-30 in molti turni di servizio contro un Sascha B non così attento in risposta. Sono problemi di chi gioca in modo iper-offensivo.
Alexei Popyrin: 7
A chi critica Popyrin (e magari elogia Alcaraz) per il doppio 6-3 subito contro Nadal, bisognerebbe ricordare che qui si sta parlando di un classe 1999 il cui dritto e il rovescio, se si infiammano, sono mortiferi quasi per chiunque. Più che uno Struff scarico dopo la finale a Monaco di Baviera, ne sa qualcosa Sinner – non esattamente un difensivista – che è stato travolto da una raffica di proiettili, tanto che il match si è chiuso 31 vincenti a 9 per Alexei. Contro Rafa l’australiano ci ha provato, ha vinto 7 punti su 23 con la seconda di servizio e ha perso. Capita quasi a tutti.
Diego Schwartzman: 4
Fin quando Schwartzman è stato spazzato via da un Karatsev in modalità bazooka agli Australian Open, torneo su una superficie non congeniale per lui, non ci si è stupiti più di tanto. Che però Diego esca con le ossa rotte da una partita che dominava per 6-2, 2-1 e servizio su clay getta ancora ombre su una stagione “rossa” che a breve lo vede difendere la finale nel Master 1000 di Roma e la semifinale al Roland Garros. Di più: nel terzo set, sotto 0-5 e con un parziale di 2 punti a 20 sul groppone, l’argentino stava quasi per subire uno pseudo-golden set umiliante. Allarme.
Roberto Bautista Agut: 5
Il professore non è salito in cattedra. Se Bautista Agut aveva già sofferto enormemente contro un coriaceo, ma sfortunato Cecchinato, che poi non riuscisse a scardinare i 32 ace di un Isner on fire al servizio, quasi sembrava prevedibile. La beffa? RBA ha anche avuto la possibilità di chiudere la partita nel tiebreak – anzi, diebreak – decisivo, sul 6-5 e servizio. Il problema? Lo spagnolo è sembrato nervoso e frettoloso in fase di impostazione – strano, ma vero. Avere intelligenza tattica vuol dire ricordarsi che Long John soffre le partite nelle quali è relegato in modalità “tergicristallo”.
Denis Shapovalov: 4,5
As always: l’illusione per la vittoria scintillante contro Lajovic; il tonfo per la fallosa sconfitta contro Bublik. Che Shapovalov non trovi continuità in stagione non stupisce, ma forse si dirà che il canadese non sta riuscendo nel salto di qualità in carriera – almeno per ora. Forse ispirato dalle gesta di Sascha (Z) a Monaco di Baviera, anche “Shapo” ha chiuso con 14 doppi falli, un secondo set vinto quasi casualmente e una polemica stucchevole contro Sascha (B) che, a sorpresa, si è dimostrato il più calmo e maturo tra i due. Il commento di Denis? «Ho bisogno di una birra». Già.
Kei Nishikori: 5,5
Neanche Nishikori probabilmente si aspettava di trovarsi davanti vintage Zverev, specialmente se avrà dato un’occhiata alle prestazioni di Sascha a Monaco di Baviera. Senza gambe, potenza e precisione negli scambi diventa quasi impossibile breakkare il tedesco: per questo motivo il giapponese doveva aggrapparsi al 3-2 e servizio a favore, piuttosto che restituire immediatamente il maltolto. La partita in pratica si è conclusa così. Mezzo voto in più per aver sconfitto di cuore e in rimonta Khachanov all’esordio: non sarà il miglior KK, ma si parla sempre di un ex top ten.
Alejandro Davidovich Fokina: 6
Partita interpretata correttamente, rovescio che viaggiava, coraggio a rete e poi l’inesperienza: nonostante la sconfitta contro Medvedev, Davidovich Fokina ha dimostrato che il match, poi abortito, contro Tsitsipas non è stato un raro momento di gloria e che sulla terra rossa si trova molto più a proprio agio rispetto a tanti big – proprio Medvedev, per esempio. Perché lo spagnolo abbatta muri di ranking e perché ambisca alla top ten dovrà crescere in lucidità e cinismo. Ma che non rinunci agli underarm serve sulle palle break, per favore. Ne abbiamo bisogno per il trash.
Carlos Alcaraz: 5
Un voto in più per aver sconfitto Mannarino all’esordio – mettendo a segno la prima vittoria in un Master 1000 in carriera – e perché contenere un Nadal oggettivamente in versione straripante sulla terra rossa negli anni è stato quasi impossibile persino per Federer e Djokovic, figuriamoci per un neo-diciottenne rampante, ma troppo frettoloso. Tuttavia, da un Alcaraz già investito di un’eredità pesantissima ci si aspettava ben più di tre game – tra l’altro neanche conquistati, ma concessi da un Rafa magnanimo. Questa volta il futuro si è auto-ricacciato indietro.
Pablo Carreno-Busta: 4
Carreno Busta ha vinto senza dubbio il premio disastro di questa edizione del Master 1000 di Madrid. Lo spagnolo era avanti 6-3, 4-0 contro un Delbonis che si saprà anche muovere sulla terra rossa, ma che proveniva dalle qualificazioni e che sembrava stravolto non si sa se più mentalmente o fisicamente. E poi? Crollo mentale inspiegabile, tentativo di ricomporsi riportandosi in vantaggio 3-2 e servizio nel terzo set e poi la disfatta, con i quattro game persi di fila. Vai a capire il perché di una simile implosione. Anche perché ben si abbina con la rimonta subita da Ruud a Montecarlo.
Hubert Hurkacz: 4
Il trionfo nel Master 1000 di Miami, poi la fisiologica flessione: Hurkacz sembra aver perso un po’ di spinta, complice una superficie – la terra rossa – che ne tiene a freno un piano tattico che, invece, ben si adatta al cemento. La sconfitta all’esordio contro Millman è ancora più dolorosa perché il polacco ha avuto tre match point – di cui uno al servizio – nel tiebreak del secondo set e perché per quasi due ore Hubi non aveva concesso neanche una palla break. Come se non bastasse, si sa che, invece, Johnny l’australiano non è propriamente un maestro su clay. Inciampo.
Grigor Dimitrov: 4,5
Mezzo voto in più per la quasi rimonta contro Harris, ma non è detto che Dimitrov veda il terzo set contro il sudafricano come una prova di resilienza: veder andare via un match che sembrava ribaltato forse è ancora più preoccupante che uscire sconfitto da una partita in cui non aveva avuto grandi chance di rientrare in gioco, a parte qualche palla break nel terzo set. Che Grigor sia in crisi a livello di motivazioni o che il fisico non riesca a riprendersi da acciacchi più o meno gravi non sembra chiaro. Il talento non sparisce in un istante, ma la classifica richiede ben altri risultati.
Felix Auger-Aliassime: 4
Si dica la verità: la stagione sulla terra rossa nel 2021 si sta rivelando una Caporetto per il Canada. A Madrid Auger-Aliassime è riuscito nell’impresa di essere sconfitto ancora più nettamente che a Montecarlo – di nuovo contro uno specialista sulla superficie quale è Ruud, ma senza che questa possa essere un’eterna giustificazione. 27 errori non forzati, 4 punti su 22 vinti con la seconda di servizio e 3 punti su 11 vinti invece sulla seconda di servizio di Casper: così non va.
Karen Khachanov: 4,5
Un’altra delusione sulla falsa riga di quanto già successo in stagione con Tsitsipas a Rotterdam, con Ebden a Marsiglia, con Chardy a Dubai e con Sinner a Miami: Khachanov parte forte, vince il primo set e poi si scopre fragile. Il crollo si spiega perché il russo soffre evidentemente le situazioni in cui si trova sotto pressione: a Madrid, KK ha annullato una palla break su sette contro Nishikori. Inevitabile che questa inquietudine influisca sul rendimento al servizio: per capirci, il moscovita ha vinto 20 punti su 30 con la prima, ma 3 su 14 con la seconda tra secondo e terzo parziale. Male.
Ugo Humbert: 4
Il feeling con la terra rossa proprio non vuole nascere. D’accordo che Karatsev ha dimostrato, al contrario, di saper scagliare una pioggia di vincenti anche su una superficie più lenta, ma Humbert non ha mai graffiato in risposta: un’unica palla break – non sfruttata – e i 14 punti su 59 vinti in risposta sono le statistiche che indicano come il francese non abbia mai avuto una chance concreta di dare fastidio al russo. Elementare che poi Ugo si esponesse alla pressione di Aslan.
Miomir Kecmanovic: 5
Va bene a Madrid si è visto un Isner scintillante al servizio, ma Kecmanovic su clay nel 2021 non ha mai impressionato, se non per una semifinale a Buenos Aires e un quarto di finale a Belgrado – spazzato via rispettivamente da uno Schwartzman profeta in patria e da un Djokovic al 10%. Se mettere la racchetta contro un proiettile che arriva a 220 km/h non è facile, il serbo non è mai riuscito a muovere lo statunitense, il che ne avrebbe messo in luce le difficoltà negli spostamenti laterali. Le quattro palle break non sfruttate nell’ottavo game del secondo set gridano vendetta.
Jannik Sinner: 4,5
Anche ai mini-fenomeni succede di avere una giornata storta. Che un Sinner che non ha paura di forzare un dritto o un rovescio chiuda il match contro Popyrin con soltanto nove vincenti, dimostra quanto il mirino fosse rimasto in albergo. Un peccato, perché, nonostante tutto, l’altoatesino aveva «vinto il primo set almeno tre volte» – parole sue. E invece, un po’ il doppio fallo sul 4-2 nel tiebreak, un po’ le aspettative di un terzo turno da sogno con Nadal, un po’ il nervosismo mal mascherato, Jannik ha perso un match che doveva vincere. Giusto bocciarlo, giusto aspettarlo.
Fabio Fognini: 6
Sconfitte così non sono dolorose, perché arrivano contro un connazionale che è stato più incisivo e più concentrato dall’inizio alla fine. Fognini ha sempre sofferto il servizio e il dritto di Berrettini e, forzato dalla necessità fisica di accorciare gli scambi, paradossalmente si è auto-sabotato, rinunciando a trovare variazioni e non procurandosi neanche una palla break. Paradossalmente, per Fabio era più importante sbarazzarsi di Taberner ed evitare una figuraccia. Missione compiuta, sì, ma con troppi affanni e troppi doppi falli. A Roma si spera di averlo protagonista.
Marco Cecchinato: 7
ll match contro Humbert era stato un segnale, la battaglia di tre ore contro un Bautista Agut che non regala mai nulla forse è una conferma: Cecchinato sta tornando ai livelli che gli competono sia per tennis che per fiducia. Gli indizi? I tre match point annullati allo spagnolo sul 6-5, 40-15 nel secondo set e, di nuovo, la rimonta da 5-4, 30-0 e servizio di RBA di svantaggio nel parziale decisivo. Il break a zero nell’ultimo game è una beffa che si spiega con la disabitudine di Marco ad alti livelli, ma se il palermitano metterà da parte le polemiche extra-campo non si vede perché non debba ritrovare il ritmo. Il movimento italiano ha bisogno anche di lui.
Michela Curcio