Che quando si dà a un tedesco potere decisionale su cosa indossare per un match di tennis poi possa avvenire un disastro pronto ad andare in onda su Real Time lo si deve mettere in preventivo. Che questo “doppio fallo” di stile debba essere il pretesto per continuare a sguazzare in una subdola cultura di body-shaming al maschile è inaccettabile.
Si riavvolga il nastro, per chi non dovesse conoscere il caso. Australian Open, anno 2021: tra i tanti kit Adidas, ne spunta uno più adatto a un parquet di NBA: lunghissimo tank-top beige e pantaloncini traspiranti neri. Effetto ottenuto? Tacky, ossia pacchiano. A chiedere di indossare l’improbabile outfit, lo svedese Mikael Ymer, lo statunitense Michael Mmoh e il tedesco Alexander Zverev. Che, per la visibilità dovutagli dal ranking (si trova in top ten da quattro anni), è stato massacrato sui social al grido di: «Chi si crede di essere? Non ha i muscoli per stare bene con questo completo».
Libertà di pensiero? Niente affatto, perché le parole hanno un peso. Per dire, durante lo stesso torneo Serena Williams ha indossato una tuta Nike altrettanto brutta: sagomata a macchie rosse, rosa fluo e nere, con leggings lungo a una gamba e sgambato all’altra. Eppure nessuno ha osato – ed è sacrosanto, per carità – criticarla. Anzi, sempre sul web “la regina” è stata elogiata per la coraggiosa scelta di stile.
A quale conclusione bisogna giungere, quindi? Che se sei maschio va bene dirti che «non te lo puoi permettere», ma se sei femmina, «nessuno deve criticarti per quello che indossi»? Quanto sarebbe bello se, sport o non sport, uomini o donne, ventenni o quarantenni, atleti famosi o illustri sconosciuti, potessimo vestirci a nostro gusto ed essere sempre nostro agio, senza aver paura di essere criticati dagli altri.

Articolo pubblicato su “Parola di Vita” in data 25/2/2021
Michela Curcio