La “Decima” anche nella Capitale: in finale nel Master 1000 di Roma, Rafa Nadal ha sconfitto Novak Djokovic con il punteggio di 7-5, 1-6, 6-3, al termine di un match che è stato il sesto atto tra i due in Italia e il cinquantasettesimo di una rivalità tra due che in fondo sono ancora “Next Gen”, come ha detto lo stesso Nole in cerimonia di premiazione. Il bilancio adesso? 29-28 in casa Belgrado. Diamo i voti ai protagonisti del torneo.

Rafa Nadal: 10

La “Decima” a Roma, dopo Montecarlo, il Roland Garros e Barcellona: che Nadal sia “the king of clay è ’innegabile. Niente lode per il maiorchino, però, perché ci ha abituato fin troppo bene per perdonargli le piccole crepe di gioco alle quali gli altri dovranno aggrapparsi se vorranno detronizzarlo a Parigi. Se Shapovalov avesse sprecato meno sul 6-3, 3-0 e palla per il doppio break, se non fosse stato ingenuo sul successivo 3-1, 40-0, ma soprattutto se non avesse sprecato due match point, oggi si parlerebbe di un Rafa che arrivava in Francia con l’unico titolo su clay vinto in Catalogna – e di nuovo, annullando match point. E se Zverev fosse stato fisicamente tonico?

Novak Djokovic: 10

Djokovic ha detto che avrebbe perso a prescindere contro Nadal anche se non avesse dovuto giocare quarti di finale e semifinale in un giorno, ma in fondo non è così. Per Nole, che sulla terra rossa non era ancora stato Nole nel 2021, i match contro Tsitsipas – interpretato a livello fantascientifico – e contro Sonego, con l’italiano guidato da un pubblico a dir poco scatenato e per questo in modalità “goat” come raramente sarà in carriera, sono stati una tassa forse più emotivamente che fisicamente. Una tassa che ha azzerato il warm-up contro Fritz e Davidovich Fokina, per intenderci. Da lode il moto d’orgoglio in finale nel secondo set. Di più non si poteva.

Lorenzo Sonego: 10

Il gladiatore Sonego ha “los uevos: solo così si definisce chi arriva in semifinale nel Master 1000 di casa sconfiggendo tre top 15 come Monfils, Thiem e Rublev e trascinando Djokovic al terzo set dopo avergli annullato due match point. Servizio, dritto, dropshot: armi che non avrebbero funzionato se Lorenzo non se ne fosse servito con timing e coraggio. Né Domi e Andrej recriminino per la sconfitta. L’austriaco ha servito per il match, ma si è trovato davanti un Lorenzo indiavolato che ha resettato ogni rovescio lungolinea con un sorriso e un urlo di gioia per il punto successivo. Il russo, invece, è stato mangiato dalla folla, ma se persino Nole ha tentennato, non si bacchetti più di tanto. Che bello che è stato avere un italiano in semifinale a Roma dopo 15 anni. Grazie.

Reilly Opelka: 9

In tabellone a Roma quasi “per caso” e con il bilancio di appena due vittorie in un Master 1000 sulla terra rossa nel circuito maggiore, per poi trovarsi in semifinale davanti a Nadal senza mai aver subito un break: nella Capitale Opelka ha vissuto una favola. Poi si dirà che con un servizio veloce almeno 220 km/h e con un pacchetto di 77 ace totali nei quattro match contro Gasquet, Musetti, Karatsev e Delbonis sarebbe difficile per chiunque trovare contromisure, ma attenzione, perché se lo statunitense fosse soltanto un big server, agli avversari basterebbe metterci la racchetta e aspettare che sbagli. Il che non è successo. E poi occhio alla carta d’identità: dice 28 agosto 1997.

Stefanos Tsitsipas: 7

Critiche a raffica, l’ennesimo manifesto di una Next Gen che si squaglia sul più bello, il ragazzo che incanta con volee e rovesci a una mano, ma che poi non sa piazzare quattro prime vincenti nel momento più delicato: non è così vero. Chi ha visto il match tra Tsitsipas e Djokovic sa che il greco non ha molto da recriminare, perché Nole è riemerso da una buca profondissima con un tennis di qualità strabiliante e con scivolate che violano le leggi della fisica. Per provare a sfondarlo Stefanos ha preso rischi enormi: non sempre ha funzionato, ma non poteva comportarsi altrimenti. Ammettere il doppio rimbalzo sul dropshot di Berrettini, invece, sarebbe stato elegante.

Alexander Zverev: 7

Un voto in più per la battaglia contro Nishikori. Si dirà che il giapponese ha sprecato una chance enorme di sconfiggere un top ten per la prima volta dal 2019, ma si dia merito a Zverev di essersi trascinato da una parte all’altra più di testa (non si rida) che di gambe. Che poi, era prevedibile che Sascha avesse problemi nella transizione da campi a 800 metri di altezza che favoriscono i big server come lui a una terra rossa al livello del mare che rallenta dritto e rovescio in modo a volte irritante. Se poi si aggiunge che il tedesco ha affrontato Nadal dodici ore aver finito la propria maratona di terzo turno, si capirà che bisogna essere intellettualmente onesti.

Andrej Rublev: 6

Sufficienza politica per un Rublev arrivato nei quarti di finale a Roma, ma che in pratica non ne ha beneficiato né in fiducia, né nel ranking e che, anzi, ha sperimentato sulla sua pelle quanto possa essere rumoroso un pubblico di casa al quale viene ridata l’aria. Tutt’altro che morto dopo un primo set costantemente in affanno, Sonego ha iniziato a trovare l’equilibrio tra forzare il vincente e spingere il russo a forzare a propria volta – ma sbagliando. Il risultato? Break immediato per il torinese nel secondo set, provvidenziale palla break annullata sul 5-4 e servizio e un Andrej che nel terzo parziale viveva di dritto o di nulla. La sconfitta gli servirà soprattutto mentalmente.

Dominic Thiem: 6

Nessun rimpianto: chi pensa che il torneo di Thiem a Roma sia stato un flop, riveda il match contro Sonego e capisca che, nonostante Domi abbia avuto la possibilità di chiudere la partita al servizio, Lorenzo ha risposto con così tanta personalità da mettere dubbi nella testa di un campione Slam. Se proprio si vuole trovare un motivo di preoccupazione, piuttosto si indaghi sul body language di Domi nel finale contro il torinese. Negativo, nervoso, svuotato: non capita spesso di vederlo così. Se non altro, anche se in down, l’austriaco conserva un rovescio lungolinea fiammeggiante: i vincenti nel tiebreak sono stati propedeutici al 6-0 rifilato a Fucsovics nel terzo set.

Roberto Bautista Agut: 5,5

Mezzo voto in più per essere arrivato al terzo turno, ma il Bautista Agut visto a Roma non è mai sembrato così barcollante anche per quanto riguarda le scelte tattiche in partita. Se l’esordio contro Paul lo aveva visto prevalere di esperienza, contro Garin lo spagnolo stava rischiando di combinare una frittata, sprecando un vantaggio di 6-1 nel tiebreak, prima di chiudere il parziale con un mini-break in risposta. Che scuse ci sono, invece, per la prova insufficiente contro Rublev? Difficile dirlo. RBA è deragliato già in un primo set che lo aveva visto in svantaggio di due break e la pausa coprifuoco ha ulteriormente attentato a una concentrazione già latitante. Succede.

Denis Shapovalov: 7

Sarebbe troppo facile crocifiggere Shapovalov perché proprio non riesce a tenere a freno l’embolo e preferisce lo spettacolo alla concretezza. Sarebbe facile, ma quanti prima di Denis hanno perso una partita contro Nadal sulla terra rossa nonostante avessero avuto match point a favore? Per dirne due, Federer in finale proprio a Roma nel 2006 e Djokovic a Madrid nel 2009. Quindi va bene che il canadese è stato in vantaggio nell’ordine 6-3, 3-0 e palla per il 4-0, poi 6-3, 3-1, 40-0 e infine 6-3, 4-6, 3-1, però ne si elogino i vincenti, il coraggio, il rovescio a una mano, un servizio che per una volta non ha tremato: il futuro sarà roseo se dimenticherà tutto in fretta.

Felix Auger-Aliassime: 4,5

Mezzo voto in più per essere arrivato al terzo turno, ma la cura Toni Nadal al momento sembra piuttosto aver tolto certezze a un Auger-Aliassime bisognoso di ritrovare la fiducia persa davanti agli altri millennial terribili in top 100 – qualcuno ha detto Sinner e Musetti? La rimonta contro Krajinovic (con FAA che non era riuscito a servire per il match nel secondo set) e il 6-3, 6-1 rifilato a Schwartzman dovevano aiutarlo ad allontanare i cattivi pensieri. Invece il canadese è imploso contro Delbonis, non gestendo la pressione di essere favorito e mettendo in mostra soprattutto un dritto dagli appoggi diversi e con il quale non trova più la quadra. Attenzione.

Aslan Karatsev: 5

Ci si è chiesti dove si fosse nascosto Karatsev prima di questo 2021 da sogno. Nessuno, se non qualche assiduo telespettatore di Challenger, ha ancora trovato la risposta, ma che Aslan si lasci scappare un match per inesperienza nel circuito maggiore, vuol dire che ogni favola nasconde qua e là attimi di realtà. Prima regola del tennis: se Opelka non ti ha regalato palle break per un set e se sul 6-4 nel tiebreak puoi servire per il parziale, tu giochi con attenzione senza che questo significhi snaturare il tuo piano tattico. Il russo sembra veloce ad apprendere e non sbaglierà di nuovo. Nel frattempo si consolerà soprattutto con la vittoria schiacciante su Medvedev.

Alejandro Davidovich Fokina: 6

Si chiuda un occhio sul 6-2, 6-1 preso da Djokovic, perché si sa, il serbo deve sempre mettere i puntini sulle “i” quando si trova davanti un Next Gen che stima. Ciclone Nole a parte, Davidovich Fokina sta crescendo senza troppo clamore, ma con costanza, al punto che ora che avrà la classifica per evitare le qualificazioni nei Master 1000, ci si aspetta di vederlo sempre più in là. Nel tragitto, poi, si segnala la vittoria su un Dimitrov che avrà perso lo smalto da un paio di anni, ma se è in giornata, rimane imprevedibile. Ottimo avergli annullato due set point nel secondo parziale.

Kei Nishikori: 5,5

Mezzo voto in meno perché contro Zverev, la vittoria contro un top ten che non arriva dal 2019 sembrava in tasca: Nishikori ricorderà per un po’ di essere stato in vantaggio 3-1 nel secondo set e 4-1 nel terzo parziale, per poi non aver vinto più un game. Che poi paradossalmente il giapponese arrivava in campo riposato, avendo sfruttato il ritiro di Carreno Busta al secondo turno, mentre il tedesco, arrivato in fretta e furia da Madrid, sembrava sulle gambe da inizio partita. Cosa non ha funzionato? La fiducia necessaria per non aver paura di giocare un dritto o un rovescio in più.

Daniil Medvedev: 4

«Mamma mia, mamma mia, Santa Italia»: parole di un Medvedev a due punti dalla sconfitta contro un Karatsev in giornata scintillante. Al netto di ogni sbroccata iconica – su tutte spiccano “se ti piace rotolare nello sporco come un cane io non giudico” e “Gerry (l’arbitro nel match contro Aslan) per favore, squalificami” – rimane una verità: se sei il numero 2 nel ranking e se vanti due finali Slam in palmares, non è concepibile che tu non vinca un match sulla terra rossa da aprile 2019. Altrimenti poi non ci resta che ridere a crepapelle come un Rublev qualunque.

Diego Schwartzman: 3

Voto severo, ma obbligato, perché se si considera che a Roma Schwartzman ha usufruito di un bye per poi raccogliere quattro game da un Auger-Aliassime in fiducia precaria e non a proprio agio sulla terra rossa, viene il sangue acido pensando a Berrettini che nel frattempo affanna contro Basilashvili, su un campo con 800 metri di altitudine in meno e con in mente le immagini di una finale a Madrid che avrebbe meritato quanto Zverev. Sei doppi falli, quattro punti su 15 vinti con la seconda di servizio, una palla break salvata su sei: segnali inquietanti in vista di un Roland Garros al quale arriva da semifinalista uscente. Che poi, già a Roma Diego difendeva la finale. Disastro.

David Goffin: 4

Si ignori che Goffin abbia superato un turno a Roma, perché vien da pensare che chiunque avrebbe veleggiato contro un Caruso ombra di se stesso. Che il belga abbia raccolto tre game contro un Delbonis a proprio agio sulla terra rossa, ma per niente avvezzo a tornei di livello così alto inquadra una stagione di alti e bassi per David. I quarti di finale nel Master 1000 di Montecarlo sono già lontani, spazzati via da un match nella Capitale che lo ha visto vincere appena 7 punti su 21 con la seconda di servizio e offrire nove palle break in poco più di un’ora. Male.

Christian Garin: 5

Garin arrivava in Italia dopo aver perso un match doloroso a Madrid contro un Berrettini che aveva inanellato undici game di fila dal nulla, per trovarsi subito ad affrontare un maestro di tattica come Bautista Agut su una superficie che favorisce i tennisti intelligenti. Il cileno, però, non raggiunge la sufficienza perché lo spagnolo visto a Roma è sempre sembrato incerto – tanto che nel tiebreak del primo set stava sprecando un vantaggio di 6-1. Christian arriva al Roland Garros con un quarto di finale, un terzo turno e un secondo turno nei tre Master 1000 sulla terra rossa: che sia poco?

Marin Cilic: 5,5

Mezzo voto in più perché lo Tsitsipas versione 2021 sulla terra rossa è un cliente scomodo da incontrare già nel secondo turno di un Master 1000. A Cilic, però, viene sempre chiesto di osare di più, specialmente se in fondo si pensa che il croato aveva avuto due palle break per andare a servire per il primo set in un game poi diventato fiume durante il quale il greco era in vantaggio 40-15. Né Marin va giustificato per aver subito un 6-2 nel secondo parziale con ultimo break arrivato da una situazione di 40-0 a favore. Meglio ripartire dalle sensazioni positive contro Bublik.

Gael Monfils: 4

Chi sostiene che il dialogo a rete tra Monfils e Sonego sia un esempio di sportività, pensi piuttosto a quanto si è visto in campo. Già il transalpino non doveva essere testa di serie a Roma e già arrivava in Italia senza aver vinto un match dopo il lockdown. Se poi Gael non segnala il doppio rimbalzo sulla volee di Lorenzo e si avvia alla conquista di un secondo set che sembrava compromesso, si capirà che il problema non è che il torinese abbia chiesto un inutile medical timeout nel terzo parziale per aspettare che passassero i crampi – trattamento che comunque non è giusto – ma che la frustrazione di fronte alle sconfitte cresce sempre di più. Ed è comprensibile.

Grigor Dimitrov: 4

La classe non si nega, ma per quanto ancora Dimitrov potrà trascinarsi dietro una forma fisica a tratti precaria e qualche sconfitta di troppo che inevitabilmente intacca la fiducia? Anche contro Davidovich Fokina il bulgaro è stato protagonista alla voce “highlights” – da vedere e rivedere il colpo dietro la schiena – se non fosse che la partita è stata agevolmente vinta dallo spagnolo, bravo a non tremare nel decimo game del secondo set, ossia l’unico momento in cui Grigor aveva avuto due set point in risposta. La stagione per ora non è fallimentare, ma il titolo manca dal 2017.

Karen Khachanov: 4

Altro che tragedia greca: quante volte in stagione Khachanov ha vinto agevolmente il primo set per poi non sapere più come muoversi e uscire con le ossa rotte contro avversari alla portata? Contro Tsitsipas a Rotterdam, contro Ebden a Marsiglia, contro Chardy a Dubai, contro Sinner a Miami, contro Nishikori a Madrid e infine contro Delbonis a Roma. Che poi, perso il secondo set per 6-4 e pagate le conseguenze di un unico break nel terzo game, KK ha rinunciato a lottare nel terzo parziale, non creandosi neanche una palla break e subendo un bagel. Inquietante.

Alexsandr Bublik: 4

Alzi la mano chi si sforza di trovare una logica ai match di Bublik – se possibile ancora più illogici sulla terra rossa. Cilic avrà anche vinto uno Slam (anche se sul cemento), ma il croato arrivava a Roma dopo aver preferito rinunciare a Madrid per raccogliere risultati all’Estoril – il che spiega bene la crisi di fiducia. Fino al 6-4 nel primo set, sembrava che il kazako fosse in modalità treno. Dal sesto game del secondo parziale, invece, il ribaltone: persa sicurezza con la seconda di servizio, Sascha si è innervosito, non ha sfruttato le chance in volata e ha lasciato Roma in anticipo. Male.

Ugo Humbert: 4

Niente: Humbert proprio non si sblocca nel 2021 sulla terra rossa. D’accordo che nessuno vuole incontrare Sinner su nessuna superficie e d’accordo che il transalpino sembra decisamente più a suo agio sul cemento, ma il ventiduenne di Metz ha concesso a Jannik ben quattordici palle break in un match finito 6-2, 6-4. E anche il fuoco di paglia che lo ha visto andare in vantaggio 2-0 nel secondo set si è spento in fretta. Il bilancio in stagione su clay peggiora: una vittoria e quattro sconfitte. E dire che un anno fa Ugo sconfiggeva Fognini a Roma e Medvedev ad Amburgo.

Matteo Berrettini: 8

Impossibile chiedere di più. Berrettini ha rimontato di cuore un set contro un Basilashvili che si era svegliato di genio giusto, non ha offerto neanche una palla break a un Millman che non si auto-sconfigge e si è arreso a uno Tsitsipas meno stanco, ma chissà cosa sarebbe successo se il greco avesse correttamente ammesso il doppio rimbalzo avvenuto sul 5-3 nel tiebreak di un primo set sin cui il romano aveva perso un unico punto al servizio fino a quel momento. Poi Matteo è stato un signore a dire che aveva comunque finito le energie – e il 32% di prime in campo lo conferma – e contro Djokovic sarebbe servita un’impresa: nessuno ne dubita. L’amarezza, però, rimane.

Jannik Sinner: 7

Meglio trattare Sinner da diciannovenne che ha ben figurato contro Humbert e non da supereroe obbligato a sconfiggere un Nadal lontano dalla forma migliore, ma sempre “the king of clay”. L’altoatesino ha avuto il coraggio di voler prendere a sportellate Rafa da fondocampo e per quasi un’ora ha avuto ragione. Proprio per questo il maiorchino ha cambiato imperativo: bisognava variare di più. Jannik ha salvato sei set point concessi in risposta tra il decimo e il dodicesimo gioco, il settimo gli è stato fatale. Da lì la partita è volata via psicologicamente – e non inganni un secondo set altrettanto tirato. Si recrimina soltanto per il break di vantaggio in entrambi i parziali.

Stefano Travaglia: 7

Travaglia merita più di una sufficienza perché per assurdo sconfiggere Paire sta diventando un’impresa: provateci voi a non lasciarvi innervosire da qualcuno che nel mezzo di una partita prende lo smartphone dalla borsa per fotografare il segno di una riga letta erroneamente dall’arbitro. E provateci voi a rimanere lucidi non sapendo se Benoit tirerà un vincente che neanche vorrebbe tirare o sbatterà la palla fuori di metri. Ottima la prestazione anche contro Shapovalov, ma non ingannino i dieci doppi falli di Denis: Stefano non ha mai avuto chance.

Gianluca Mager: 7

Il Foro Italico è il posto in cui ci si sente gladiatori, anche se a porte chiuse: si spiega così che Mager abbia dominato un De Minaur la cui stagione non sta andando come ci si aspettava, ma che aveva dato timidi segnali di ripresa tra l’ATP 500 di Barcellona e il Master 1000 di Madrid. Concentrato nel primo set, soprattutto in un nono game che lo ha indirizzato verso una partita in discesa, poi cinico nel secondo parziale, che lo aveva visto andare sotto 0-2 prima di infilare una striscia di sei giochi a uno: così Gianluca ha onorato la wild card concessagli con qualche mugugno – ma Cecchinato dov’era in tabellone? – e si è regalato il derby dell’amicizia contro Sonego. Bravo.

Lorenzo Musetti: 7

La tattica per sconfiggere chi vince 30 punti su 35 con prime di servizio a oltre 220 km/h? Non esiste. Quindi che non si crocifigga Musetti per un match male interpretato, non per propri demeriti, ma “per colpa” di un Opelka praticamente ingiocabile. Piuttosto qualche indizio in più sulla crescita di Lorenzo arriva dalla partita vinta contro un Hurkacz poi ritiratosi nel secondo set. L’illusionista di Carrara aveva ubriacato il polacco con lob, dropshot e volee appoggiate, costringendolo a uscire dalla confort-zone – qualcuno ha detto tweener? Tanta roba.

Fabio Fognini: 4

Insufficienza più dettata dal risultato che da una partita effettivamente interpretata male. Che Fognini non sia al meglio sembra ormai chiaro a chiunque, ma neanche Nishikori sembrava sprizzare energia da tutti i pori. Quindi perché non avere pazienza sulla prima, ma soprattutto sulla seconda di servizio di Kei? Anche perché raramente si è visto Fabio sfornare quattro ace sulla terra rossa più lenta tra tutti e tre i Master 1000 in calendario. Dato il ritiro di Carreno Busta, il terzo turno contro Zverev era alla portata – e data la stanchezza di Sascha anche decisamente aperto.

Salvatore Caruso: 4

Unica giustificazione, che Caruso sia stato subito sorteggiato contro la testa di serie numero 12 Goffin, che per quanto non in forma brillante, comunque non aveva bisogno di essere al meglio per imbrigliarlo. Chiarita questa premessa, la prestazione di Sabbo è stata tragica: due turni di servizio tenuti su nove e la decima sconfitta in stagione a fronte di quattro vittorie – e sulla terra rossa il bilancio si aggrava a un successo e tre tonfi. Servirebbe trovare fiducia a Ginevra, ma sembra proprio che il palermitano stia vivendo una crisi di mezza età – anzi, carriera.

Michela Curcio