I Next Gen che più amano l’erba nel 2021 sono un francese e un italiano: in finale nell’ATP 500 di Halle Ugo Humbert ha sconfitto Andrej Rublev per 6-4, 7-6, mentre all’ultimo atto nell’ATP 500 del Queens Matteo Berrettini ha stroncato i sogni di un Cameron Norrie profeta in patria vincendo una partita tostissima con il punteggio di 6-4, 6-7, 6-3. Diamo i voti ai protagonisti dei due tornei.
Ugo Humbert: 10
Giù il cappello per il torneo di Humbert ad Halle. Che il francese potesse disturbare chiunque con le proprie traiettorie mancine a uscire al servizio e con un dritto e un rovescio on fire, era plausibile fin dal sorteggio, ma si è andati ben oltre le aspettative. Resistere a un Querrey macchina di ace sull’erba anche tenendo a bada gli otto ingombranti doppi falli e nonostante due match point sprecati sul 5-4 nel terzo set è stato il segnale che Ugo aveva trovato il feeling con i campi e con la risposta. La vittoria contro Zverev, poi, è stata un manifesto di come surclassare un big in potenza e in intelligenza. Qualche brivido nei tre set contro Korda, due palle break che Auger Aliassime rimpiangerà, una finale dominata contro Rublev: una run così solida dà pedigree “erbivoro” e alimenta speranze per Wimbledon.
Andrej Rublev: 9
Un po’ come era successo a Zverev, non si dica che Rublev abbia avuto particolari chance in finale perché tranne per un paio di palle break frutto di un po’ di timore di Humbert nel momento di chiudere il primo set, il russo non si è mai spinto neanche ai vantaggi sul servizio di Ugo. Per quel che dipendeva da sé, Andrej quasi ha avuto un esordio più complicato di tutto l’intero percorso: superato l’ostacolo – più psicologico che fisico – di Khachanov, per il russo la strada è stata in discesa con Thompson, Kohlschreiber e Basilashvili, con il solo georgiano a togliergli un set, ma più per distrazione del moscovita che per propri meriti. Il re negli ATP 500 sembra un po’ meno infallibile, ma l’adattamento verso Wimbledon è comunque più incoraggiante rispetto ai diretti competitor Medvedev e Zverev – aspettando Thiem e Tsitsipas.
Felix Auger-Aliassime: 8
Affetto dalla sindrome del canadese gentile, questa volta Auger-Aliassime si è fermato a un passo da una finale che avrebbe giocato da outsider, ma ha dimostrato di essere tra i Next Gen maggiormente a proprio agio sull’erba. Chi ne ha sminuito la vittoria contro Federer, attribuendo scarsa mobilità al “maestro” si ricreda: Felix avrebbe potuto scoraggiarsi dopo un primo set e mezzo in cui non era riuscito a sfruttare otto palle break e invece è rimasto glaciale soprattutto con il dritto, il fondamentale che più lo mette a rischio di errori non forzati. Il tiebreak contro Humbert è stato una roulette russa, ma il francese aveva già avuto due match point in risposta sul 5-4 nel terzo set.
Sebastian Korda: 8
Due vittorie importanti contro un top ten come Bautista Agut e un ex top five che ha ancora lampi di classe come Nishikori, una sconfitta contro Humbert che quasi ci tenta nel dire che la prova di maturità non è stata superata, se non fosse che Korda era al primo torneo in carriera sull’erba nel circuito maggiore: se il Next Gen statunitense già sembra così predisposto sul verde, con un buon sorteggio chissà che non possa raggiungere la seconda settimana a Wimbledon. Bravo Sebi anche a non scoraggiarsi davanti alle traiettorie mancine di Ugo, traiettorie che sono state un rebus per big più esperti come Zverev e Auger-Aliassime. E poi, da vedere e rivedere il tweener contro RBA.
Philipp Kohlschreiber: 8
Voto alto dedicato a chi si affretta sempre a mandare gli over 35 in pensione, dimenticandosi che non di sole gambe, ma a volte anche di esperienza e di conoscenza di campi sui quali si è già stati vincitori in passato, si porta a casa un match. In tabellone grazie a una wild card, Kohlschreiber ha onorato in pieno il “premio”, non concedendo neanche una palla break a un Rodionov alle prime sgambate sull’erba e salvandone tre su tre contro Moutet, il che ha significato che il tedesco si è presentato davanti a Rublev nei quarti di finale senza aver mai perso il servizio. Poi il “Kohli” avrà anche ingioiato la propria medicina davanti a un Andrej unbreakable, ma che abbia giocato alla pari con un top ten per un set, dice molto di quanto potrebbe ancora dare al circuito maggiore.
Roger Federer: 5
Insufficienza dettata dal dato statistico: Federer non veniva eliminato così presto ad Halle dal 2000. Niente “De profundis”, però, perché Roger deve accettare di pensare a Wimbledon non come a un obiettivo, ma come a uno splendido sogno che potrebbe avverarsi in caso di contingenze favorevoli. Da Halle arrivano nuove informazioni: la vittoria contro Ivashka è un passo avanti perché l’elvetico ha gestito un big server e perché è stato veloce a cambiare i movimenti dalla terra rossa all’erba; la sconfitta contro Auger-Aliassime, invece, introduce nel mix una ulteriore variabile: la tenuta psico-fisica contro un top 20 con 20 anni di meno. Che soluzioni bisogna trovare se le variazioni al servizio non danno garanzie e se non serve imbarcarsi in scambi prolungati? Al maestro l’onere di trovare la risposta.
Alexander Zverev: 5
Un voto in più per aver superato un turno, ma lo Zverev visto ad Halle si porterà a Wimbledon dubbi che vanno oltre la sconfitta non così impronosticabile contro Humbert. Già il tedesco aveva faticato nel derby contro Koepfer, risalendo da uno svantaggio di 1-4 nel primo set e servendosi di tre parziali per vincere la partita. Contro il transalpino, invece, Sascha non ha capito granché in campo. Sempre in ritardo sulle traiettorie a uscire di Ugo, mai incisivo con il dritto – quando non lo ha steccato – e neanche un rovescio lungolinea: l’impressione è che il Next Gen di Amburgo si ostinasse a muoversi come se fosse ancora sulla terra rossa. Se non altro, il servizio ha funzionato (20 ace e 0 doppi falli contro il francese), ma da chi vanta già quattro finali in carriera sull’erba (due in singolare e due in doppio) ci si aspetta davvero di più.
Kei Nishikori: 6
Già Nishikori soffre al servizio su una superficie come la terra rossa che depotenzia questo fondamentale, figurarsi sull’erba, lì dove gli scambi prolungati possono diventare un’arma a doppio taglio per polpacci e ginocchia. Impressionante, dunque, che il giapponese sia ancora lì a sforzarsi di trovare una geometria alternativa che gli permetta di trovare il giusto equilibrio tra prendersi un rischio e diventare una macchina di errori non forzati. Il problema è che fin quando Kei deve prendere le misure a Berankis, non serve sbrigarsi, ma contro Korda se non si chiude in fretta il match, poi si finisce per non avere più energie in un eventuale terzo set. E il fattore “imprevedibilità” non poteva che andare naturalmente a favore di Sebi.
Daniil Medvedev: 4
Che stecca al ritorno sull’erba per la prima volta dal 2019: da Medvedev ci si aspettava una prestazione monstre al servizio, in virtù di una superficie che ne favorisce l’esplosività. Invece il russo si è concentrato sui problemi tattici che potrebbe incontrare sul verde, ossia la necessità di uscire dallo scambio prolungato affidandosi a un “lucido istinto” che Daniil ancora forse non possiede – o vince le maratone da fondocampo, o si disunisce mentalmente. Struff, per una volta astuto interprete di match, ne ha approfittato per spezzargli il ritmo a rete e per spingerlo fuori dalla propria confort zone. Questa “Meddy madness” non promette bene per Wimbledon.
Roberto Bautista Agut: 4
In quale preciso momento Bautista Agut è entrato in un tunnel di risultati negativi che non gli dà fiducia per difendere almeno una parte di quei 720 punti conquistati a Wimbledon nel 2019? L’esordio sull’erba contro Korda presentava insidie relative: lo statunitense è in ascesa, ma non aveva mai disputato un torneo sul verde nel circuito maggiore. Invece lo spagnolo non ne ha gestito il potente servizio (13 ace in tutto), ha sempre inseguito nel punteggio ed è totalmente uscito dal match nel tiebreak del secondo parziale, poi finito 7-0 per Sebi. Allarme rosso.
Gael Monfils: 3
Giusto avere pazienza e dare tempo di riadattarsi a un circuito maggiore senza pubblico e con condizioni di gioco inedite. Adesso, però, la classifica congelata inizia a presentare distopie ingiustificabili. Da settembre 2020 Monfils ha vinto due match in totale – entrambi in Francia, contro Seyboth Wild nell’ATP 250 di Lione e contro Ramos Vinolas al Roland Garros – e comunque staziona ancora in top 20 ed è testa di serie in tutti i tornei ai quali si iscrive. Di più: ad Halle aveva anche avuto un sorteggio molto favorevole, complice il forfait last-minute di Tsitsipas. Invece il transalpino ha subito un doppio 6-4 da Harris e non si è mai creato una palla break. Emblematico.
Hubert Hurkacz: 3
Pagella da copia e incolla rispetto all’ATP 250 di Stoccarda. Che Hurkacz non sia a proprio agio sulla terra rossa, lì dove dritto e rovescio si depotenziano, sarebbe anche comprensibile e nessuno ne avrebbe parlato più di tanto, se ad aprile il polacco non avesse vinto il prestigioso Master 1000 di Miami. Che, però, “Hubi” non abbia riacquistato fiducia nei propri mezzi dopo la transizione dalla terra rossa all’erba, promette segnali tetri non soltanto per Wimbledon (dove difende 180 punti), ma anche per quel che rimane nel 2021. Che il killer instinct sia latitante lo si comprende dallo 0-2 sulle palle break sia sfruttate che salvate contro Auger-Aliassime. Nostalgia della Florida?
Karen Khachanov: 4
Khachanov – un tempo il russo prodigio – aveva l’attenuante di esordire su una superficie “nuova”, ma non aveva mai perso nel circuito maggiore contro un Rublev che dà sempre l’impressione di soffrire psicologicamente i derby (o mezzi derby) contro gli amici di sempre. Ad Halle l’equilibrio si è completamente ribaltato, complice la crisi di KK non tanto nei risultati complessivi, ma per una finale ATP che non arriva dal 2018 e per le numerose sconfitte con i big. Che Karen abbia vinto la miseria di 15 punti su 62 in risposta, che non si sia mai costruito palle break e che il match sia durato poco meno di un’ora e mezza dimostra che le gerarchie sono cambiate.
Matteo Berrettini: 10
Primo italiano a vincere un ATP 500, primo azzurro a essere testa di serie numero 1 in un torneo sull’erba (e a portarlo a casa, da pronostico), primo debuttante al Queens che è andato “all in” per la prima volta da un tale Boris Becker nel 1985. E sapete quale titolo poi Becker ha conquistato tre settimane dopo? Fermiamoci qui, non suggestioniamoci. Va detto, però, che a oggi nessun Next Gen vanta un pedigree come Matteo sul verde. Zverev? 0 su 4 tra singolo e doppio nelle finali ad Halle. Thiem? Un unico ATP 250 a Stoccarda. Rublev? Anche lui sconfitto a un passo dal traguardo ad Halle. Tsitsipas e Medvedev? Per ora non pervenuti. Se poi si aggiunge che Travaglia è stato l’unico a strappargli il servizio durante il torneo e Norrie avrà anche vinto il secondo set in finale, ma per un tiebreak girato male, si capisce che il sogno va coltivato.
Cameron Norrie: 9
Zero su quattro nelle finali ATP, ma il 2021 di Norrie meriterebbe il riconoscimento che arriva soltanto dalla vittoria di un titolo. Spinto dal pubblico di casa, Cameron ha irretito tutti con il proprio rovescio anomalo e un alto lancio di palla per dare più potenza al proprio servizio mancino. A disorientarsi, soprattutto un Karatsev ancora acerbo sull’erba, un sorprendente Draper, uscito sconfitto da un derby generazionale che profumava di “win win” per Londra e uno Shapovalov impaziente e impreparato. A momenti, all’ultimo atto contro Berrettini, al britannico riusciva di vincere una partita nella quale non aveva avuto neanche una palla break. I rimpianti per aver subito il break da 40-0 sul 4-3 nel terzo set ci sono, ma di più non si poteva.
Denis Shapovalov: 8
Nel bilancio tra due match giocati nello stesso giorno nonché la prima semifinale raggiunta sull’erba nel circuito maggiore e la sconfitta contro un Norrie che va superato se si vogliono coltivare sogni di gloria, nonché un bilancio di 2-11 al penultimo atto di un torneo ATP, prevale la clemenza verso uno Shapovalov che ha scelto di andare “all in” sul verde, rinunciando al Roland Garros. I pregi e i difetti di “Shapo” si sanno: nelle giornate di grazia il canadese spara vincenti da tutti i lati di campo ed è inarrestabile per chiunque – e non si sottovalutino le traiettorie mancine a uscire su “grass” – mentre nei giorni “no” inanella errori non forzati e doppi falli (ma i 10 commessi contro Tiafoe non sono stati fatali). Crescerà (?)
Alex De Minaur: 8
Esiste vita sul pianeta De Minaur dopo una stagione sulla terra rossa deludente dovunque tranne nel Master 1000 di Madrid. Un quarto di finale e una semifinale sono il biglietto da visita di Demon a Wimbledon – insieme al vantaggio di essere accreditato tra le 32 teste di serie in tabellone. Né l’australiano ha motivi di recriminare per la sconfitta contro Berrettini: se il romano vince 32 punti su 36 con la prima di servizio, diventa quasi imbattibile sulle superfici veloci. Ottimi, invece, i segnali arrivati dai successi in rimonta all’esordio contro Djere e soprattutto contro un Cilic a proprio agio su grass: il classe 1999 di Sydney finalmente sembra recuperato anche fisicamente.
Dan Evans: 7
Ai nastri di partenza, nonostante non vincesse al Queens dal 2014, sembrava che Evans fosse il candidato più affidabile per “portarla a casa”, ma davanti a un Berrettini unbreakable anche l’idolo di Londra si è dovuto inchinare. Inutile insistere con variazioni in back contro un Matteo che è nato con un rovescio più interlocutorio, mortifero lasciare al romano la possibilità di girarsi sul dritto perché alla prima chance a disposizione affonderà il fendente: le strategie con cui Dan aveva imbrigliato un Popyrin che potenzialmente ricorda “Beretta” per caratteristiche, si sono rivelate inefficaci. Se poi il britannico non ha sfruttato due minibreak di vantaggio nel tiebreak del primo parziale, non si poteva chiedere di più.
Marin Cilic: 7
Un quarto di finale al Queens per confermare le ottime sensazioni avute con il titolo nell’ATP 250 di Stoccarda: questo Cilic – che non sarà testa di serie a Wimbledon – sarà il più classico “dark horse” ai Championships. D’accordo che Fognini sul verde perde imprevedibilità ed esplosività, ma che il croato non gli abbia mai dato la possibilità di prendere fiducia e di tentare dropshot o di spezzare il gioco a rete è un ulteriore segnale che la rinascita finalmente prosegue. Probabile che Marin non ne avesse più contro De Minaur: in fondo è giusto preservarsi in prossimità di uno Slam.
Jack Draper: 8
Muoversi sull’erba è un dono di natura e Draper ha dimostrato di sapersi muovere su questa superficie, se al debutto in un torneo ATP grazie a una wild card, ha sconfitto un top 20 come Sinner – per quanto l’altoatesino si sia divertito ad autosabotarsi – e un big server come Bublik. Soprattutto il talento di Sutton ha impressionato per concretezza: quattro tiebreak giocati, quattro vinti. Un segnale di freddezza e di fiducia nei propri mezzi che va testato alla distanza, ma che per ora suggerisce stimmate da potenziale big. Per fermare la sorpresa Jack, il britannico più giovane di sempre nei quarti di finale al Queens, ci voleva una vecchia volpe sul verde: il connazionale Norrie, conoscitore di tutti i segreti di questi campi.
Frances Tiafoe: 7,5
Mezzo voto in più perché Tiafoe non si vedeva così avanti in un torneo nel circuito maggiore dall’ATP 250 di Nur Sultan di fine 2020. Un’iniezione di fiducia per un Next Gen il cui tennis-spettacolo paradossalmente è diventato prevedibile e ha finito per dare certezze a chi sapeva di dover soltanto attendere un blackout psico-fisico di Frances. Al Queens lo statunitense prima ha contenuto con intelligenza un Bedene che sembrava inattaccabile al servizio per un set e mezzo, poi è stato maturo nel gestire il ritorno di fiamma di un redivivo Troicki, lanciato dal successo contro Sonego. Bello e corretto il match contro Shapovalov: ha vinto il più in forma, ma se “Big Foe” imparerà l’arte di essere concreti, tornerà tranquillamente in top 30.
Andy Murray: 7
La commozione di esserci nonostante un’anca che ormai non funziona più e la gioia di strappare una vittoria sull’amata erba – anche se il Paire di oggi non è un test così probante: finchè Murray proverà ancora queste emozioni, riuscendo a suscitarle anche nel pubblico, vederlo in campo avrà sempre senso. Poi, ovvio che di fronte a un Berrettini che forse è il miglior Next Gen sul verde, il britannico sia costretto a spingere su ogni punto, finendo per perdere le misure con il dritto e a commettere anche errori gravi di rovescio. Eppure, chi osa criticare la wild card per Wimbledon?
Aslan Karatsev: 5
I primi approcci con l’erba restituiscono un Karatsev sorprendentemente non così esplosivo con il dritto e il rovescio. Come si spiega che una macchina di vincenti come Aslan non sappia adattarsi a una superficie in teoria favorevole? Semplicemente perché il circuito Challenger offre poche chance di impratichirsi sul verde e perché il timing per affondare il fendente cambia radicalmente. Se già il lucky loser Tabilo incartava il russo, forse bisognerebbe parlare di conquista se si è rimasti in partita per un set contro un Norrie nato e cresciuto sul verde. Il sogno ATP Finals si complica.
Alexander Bublik: 5
L’imprevedibile Bublik, che non sarà testa di serie a Wimbledon, potrebbe anche regalare qualche scherzetto ai Championships, sempre che mostri un atteggiamento e un’abnegazione diversi da quelli mostrati al Queens. Già insofferente contro Chardy, al punto che il parziale di 24 ace e 11 doppi falli è indicativo di quanto abbia sollecitato il proprio servizio, il kazako si è affidato fin troppo a questo fondamentale anche contro Draper, sperando che il britannico balbettasse un po’ di più in risposta. Risultato? Nei due tiebreak, Sascha B è stato surclassato da un Jack bravo a subodorare il momento in cui accelerare, senza rinunciare a spingere in fase di palleggio. Il 7-0 di fine partita è emblematico.
Viktor Troicki: 7
Voto di incoraggiamento perché Troicki aveva annunciato fin da inizio stagione che si sarebbe ritirato a fine 2021, ma fino a ora non aveva raccolto neanche uno straccio di soddisfazione di fine carriera. Tradotto in risultati, il serbo non aveva ancora vinto un match nel circuito maggiore da gennaio. La maledizione si è spezzata – ahi noi – contro un Sonego che non sembrava così acerbo sull’erba in partenza, se non fosse che il torinese ha avuto un’unica palla break nell’ultimo game della partita, quando ormai era troppo tardi. Il serbo, poi, aveva iniziato bene anche contro Tiafoe, procurandosi tre chance di salire 2-1 e break nel primo set. Alla distanza, però, la freschezza di Frances ha spento gli entusiasmi di un Viktor in cerca di rinascita.
Feliciano Lopez: 6
Il campione uscente ha salutato il Queens mestamente, ma senza poter pretendere più di tanto contro un esplosivo Shapovalov, nel remake di un match andato in scena sette giorni prima nell’ATP 250 di Stoccarda e che già aveva visto Lopez affannare e salvarsi temporaneamente solo grazie a un tieabreak interpretato in modo suicida da “Shapo”. Piuttosto, la partita vinta all’esordio contro il qualificato Marchenko ha dimostrato che Feliciano sa ancora come incartare di esperienza gli avversari posizionati più in basso di lui nel ranking. Spetta allo spagnolo capire se per ora ci si possa accontentare e se si possa accettare con serenità che per competere contro i top ten o top 20 servirebbe un aiuto dalla carta d’identità.
Alexei Popyrin: 4
A chi si chiede perché Popyrin non esploda mai nonostante una combinazione servizio-dritto che potrebbe lasciare impietrito chiunque sull’erba, si mostri la partita persa da Alexei contro il padrone di casa Evans. Non serve tirare più forte se dall’altra parte qualcuno resta clinico nei momenti più importanti – ossia salvando cinque palle break su cinque concesse e sfruttandone due su tre a favore. Che lo strappo decisivo sia arrivato dopo che l’australiano aveva avuto quattro chance di riaprire la partita nel quarto game del secondo set è un segnale non incoraggiante dal punto di vista mentale. Wimbledon sarà un’incognita.
Reilly Opelka: 4
Ironia di Opelka: nel Master 1000 di Roma, tra i tornei che meno si adatta al proprio stile di gioco per superficie e per altitudine di campo, lo statunitense ha raggiunto una inaspettata semifinale, sconfitto da “the king of clay” Nadal. Sull’erba, invece, dove il servizio gioca un ruolo pivotale nel conquistare vittorie su vittorie, Reilly per ora ha steccato. Non sono serviti 27 ace per avere la meglio su un coriaceo, ma non così adattabile al verde, Millman: il ventitreenne di St. Joseph ha difettato in killer instinct nei due momenti in cui serviva chiudere con una prima vincente: sul 5-4 e servizio nel terzo parziale e sui successivi due match point sul 6-4 nel tiebreak decisivo. Le orme di Querrey a Wimbeldon sono lontane.
Fabio Fognini: 7
In onestà? Da un Fognini che sull’erba non ha mai trovato particolari soluzioni e che sempre più spesso non è neanche assistito dalle proprie gambe, forse quasi non ci si aspettava che potesse debuttare sulla superficie in modo così convincente, non tanto per la vittoria contro Lu, vittoria che però poteva sembrare così scontata da nascondere insidie al contrario per Fabio, ma per la sconfitta tirata contro un Cilic ex finalista a Wimbledon nel 2017 e che arrivava fresco di trionfo nell’ATP 250 di Stoccarda. Pochi rimpianti per il break di vantaggio perso nel secondo set, né sul set point nel dodicesimo game, annullato da Marin con un ace. Occhio al vecchio leone italiano.
Jannik Sinner: 4
Così non va, Jannik. Bisogna bocciare Sinner per la sconfitta contro Draper al Queens per il modo in cui l’altoatesino ha smentito chi ne loda la freddezza nei momenti delicati di match. Essere 4-0, 40-15 nel primo set e perderlo per 7-6 è un errore che non si perdona a chi si trova stabilmente in top 20 e ha già i numeri per sfondare in top ten. Se poi l’italiano ha la possibilità di servire per il secondo set sul 5-4, ma subisce di nuovo il controbreak, vuol dire che la facilità di apprendimento nelle situazioni difficili si sta un po’ sgretolando. Le attenuanti? La prima: se per Jannik il Queens rappresentava il debutto sull’erba, Draper conosce molto bene la superficie, essendo stato finalista a Wimbledon juniores nel 2018; la seconda: il Next Gen di San Candido sta lavorando su una diversa meccanica di servizio, situazione che comprensibilmente gli toglie certezze. I detrattori che non vedevano l’ora di sfogare la loro antipatia non sono migliori.
Lorenzo Sonego: 4
A proposito di delusioni in casa Italia, bisogna preoccuparsi per Sonego? Fin quando il torinese ha perso nell’ATP 250 di Parma dal futuro vincitore Korda (anche se la sconfitta era stata bruciante soprattutto nel primo set) nessuno si era allarmato: avere un contraccolpo psico-fisico dopo la semifinale nel Master 1000 di Roma era più che naturale. Un po’ più lungo il processo per metabolizzare la sconfitta al Roland Garros, ma se in un match non si hanno grandi chance di impensierire il proprio rivale, non si deve rimuginare più di tanto. Però al Queens Lorenzo aveva avuto un sorteggio agevole contro un Troicki che poteva vincere soltanto aggrappandosi all’esperienza – come effettivamente è successo. Perché non impostare la partita dal punto di vista fisico? In fondo Lollo vanta un titolo ATP sul verde (ad Antalya nel 2019). Misteri.
Stefano Travaglia: 6
Sufficienza politica per un Travaglia che ha provato a giocarsela nel derby contro Berrettini, ma che è stato tradito dal proprio servizio prima nel momento di conservare il break ottenuto in apertura di entrambi i set, poi durante il tiebreak, quando maggiormente servono nervi saldi ed esperienza. Comunque, buon che il marchigiano abbia lanciato segnali incoraggianti per quanto riguarda la propensione sull’erba. Magari non raggiungerà la seconda settimana a Wimbledon, ma con il sorteggio giusto, chissà che non ci regali una vittoria o due ai Championships.
Michela Curcio
