La fase finale di Euro 2020/2021 entrata nel vivo, l’ultima settimana di tennis pre-Wimbledon, le emozioni di Formula 1 e MotoGP, le semifinali di playoff di NBA e le finali di playoff NHL e l’inizio del Tour de France: il weekend trascorso ci regala cinque riflessioni.

  • Europei 2020/2021: l’Italia continua a sognare

Quasi tutte in pericolo, tutte salve in extremis – qualcuna più di altre. E così gli ottavi di finale di Euro 2020/2021 sono (stati) dall’alto verso il basso: Belgio-Portogallo; Italia-Austria; Francia-Svizzera; Croazia-Spagna; Svizzera-Ucraina; Inghilterra-Germania (preparate i pop-corn); Olanda-Repubblica Ceca e Galles-Danimarca. In sintesi, un paio di scontri interessanti, un occhio a un tabellone complicato per la Nazionale e una parte bassa di draw sbilanciata al ribasso. Ma si vada per ordine: ci si riagganci agli ultimi match di girone eliminatorio. Sacrificare in un battito di ciglia sia la Polonia di Lewandowski che la Spagna di Morata sarebbe stato troppo per l’appeal di una competizione in cui alla fine non si elimina mai nessuno per davvero. Il nodo di ogni polemica sta nell’attacco: “Lewa” potrà anche segnare una doppietta da solo, ma se poi Szczesny subisce tre reti, lo sforzo diventa vano. In contemporanea, Torres è tornato al gol in Nazionale e propizia l’autogol di Kucka per il 5-0 definitivo, mentre Morata ha sbagliato il rigore che avrebbe potuto stappare la partita contro la Slovacchia già prima. Se possibile la Germania è andata ancora più vicina all’eliminazione: in svantaggio per 1-2 all’ottantaquattresimo minuto, la squadra di Low stava vincendo soltanto in tema di diritti umani, grazie agli stadi di un po’ tutta la nazione illuminati di arcobaleno per dispetto agli estremismi di ultra-destra di Orban e all’ipocrisia della UEFA. Con un Gosens poco ispirato e con un Muller che ha giocato 30 minuti da acciaccato – una variabile da aggiungere a ulteriori ed eventuali siparietti in conferenza stampa dalla dubbia ironia – a togliere le castagne dal fuoco ci hanno pensato Kai Havertz, uomo della provvidenza per il Chelsea già in finale di Champions League e Leon Goretzka, colui che si scagliò contro i negazionismi deliranti di Alternative fur Deutschland (AFD) e che ha risposto ai fischi e ai cori omofobi arrivati dai tifosi ungheresi mimando il gesto di un cuore sotto la curva. Iconico. Meno iconico, invece, il big match tra Francia e Portogallo, remake dell’ultimo atto agli Europei 2016, ma che non valeva più granché, visto che i transalpini erano già certi di aver passato il turno – non spieghiamo il complicato sistema della differenza reti applicato alle terze classificate per ogni girone. Ronaldo ha continuato a inanellare record e gol – ma entrambi su rigore, il che sui social gli è valso il soprannome di Penalty-naldo? Allora il figliol prodigo Benzema gli ha risposto con una doppietta che toglie un po’ di più a Giroud la maglia per essere non tanto titolare, ma anche semplicemente comprimario o protagonista parziale in questa competizione. Il “gruppo della morte” si è chiuso con un «e vissero tutti felici e contenti». Almeno fino a sabato. Quando la Danimarca ha continuato a sognare con un 4-0 di squadra che ha annichilito il Galles di Bale e Ramsey e quando l’Italia si è aggrappata all’unica “Chiesa” che in questo momento non suscita polemiche sacrificando l’inviolabilità di 1069 minuti di Donnarumma in un 2-1 strappato all’Austria durante i tempi supplementari, ma guadagnando ufficialmente la striscia di successi più lunga di sempre in Nazionale, 31 vittorie di fila, meglio degli uomini di Renato Pozzo. E poi fino a domenica, quando l’Olanda è stata la prima vittima eccellente contro l’ottima Repubblica Ceca di Patrick Schick – ma che disastro De Ligt – e quando Belgio e Portogallo non hanno dato spettacolo, Lukaku e Cristiano Ronaldo hanno chiuso il loro personale head to head in parità e a decidere il match è stato il gol di Hazard. La squadra di Mancini affronterà i “Diavoli rossi” per un posto in semifinale, ma che partita sarà senza De Bruyne? E che Italia sarà senza Giaccherini (per chi coglie l’ironia)?

  • Pen-ultimo tango sull’erba, poi Wimbledon

Ultimo tango, poi Wimbledon, ossia LO Slam, il momento più alto di un intero anno di tennis, la storia che trascende e diventa leggenda. Aspettando di scoprire se Djokovic aggancerà Federer e Nadal a quota 20 Major o se re Roger andrà oltre se stesso e si regalerà un sogno chiamato “21”, occhio a Daniil Medvedev e Alex De Minaur. Il russo ha vinto il primo titolo sull’erba sconfiggendo in finale nell’ATP 250 di Maiorca un redivivo Sam Querrey che sarà una mina vagante ai Championships, sempre che non spenga l’interruttore come gli è successo sul 3-3, 40-0 nel primo set. Momento quasi interlocutorio di match, partita ancora tutta da scoprire e come si comporta lo statunitense? Commette quattro doppi falli di fila e si auto-breakka. E Dominic Thiem? In tabellone con una wild card per ritrovare fiducia in se stesso, impegnato al debutto contro Adrian Mannarino e in controllo nel primo set, sul 5-2, 15-15 ha impattato con il dritto durante un normale scambio e ha sentito un crack al polso. Immediato il ritiro, ancora più fulminee le radiografie, ma la diagnosi è stata indigesta: tutore per cinque settimane, forfait a Wimbledon e swing nord-americano e qualificazione alle ATP Finals a forte rischio. No, chi vince non si prende tutto. Dalla Spagna, all’Inghilterra: nell’ATP 250 di Eastbourne, il diavoletto di Sydney ha sconfitto un commovente Lorenzo Sonego che ha dato battaglia per due e mezza, che ha provato a sfondare il motorino australiano a fondocampo, senza riuscirci, ha provato a variare con il dropshot, venendo però bruciato dalla prodigiosa corsa di “Demon” e non ha avuto paura di rischiare il vincente, avendo successo a fasi alterne, come alla fine è normale che sia. Che magia, però, il punto sul 5-3 nel tiebreak, per provare a darsi una chance e per costringere il ventiduenne “aussie” a correre sempre un po’ di più. E che commozione quando Lollo ha dedicato la settimana britannica alla nonna scomparsa quindici giorni fa. Tempo di grandi ritorni, invece, nella WTA. Vedere Angelique Kerber piegarsi oltre la fisica e regalare vincenti di dritto e di rovescio in squat ha riportato gli spettatori indietro nel tempo al 2018, quando la tedesca vinse Wimbledon (Slam numero 3 in una carriera da 13 titoli totali – per ora) da protagonista contro Serena Williams. Più che il match contro una Siniakova volenterosa, ma con meno cilindrata, la finale anticipata è stata contro una Kvitova ancora un po’ acciaccata dopo l’infortunio alla caviglia subito in conferenza stampa (già…) al Roland Garros, che ha difettato di killer instinct al servizio, ma che sembra essere gasata per un’edizione di Championships che ha già perso per forfait la campionessa uscente Simona Halep e una Naomi Osaka che ha ancora bisogno di tempo. Se si aggiunge che Iga Swiatek, Bianca Andreescu e Sofia Kenin non danno garanzie sull’erba londinese al momento, che Aryna Sabalenka ha una relazione complicata con gli Slam e che l’unica under 25 che conosce la superficie, ossia Belinda Bencic, non è famosa per solidità mentale, chissà che non ci possa essere un bis di Petra vs Angie. L’alternativa? Una Jelena Ostapenko che nel WTA 500 di Eastbourne ha approfittato di una Anett Kontaveit che continua ad avere un pessimo rapporto con le finali nel circuito maggiore – l’estone ne ha vinta una su sette. Si sa, se la lettone si porta da casa il mirino, diventa pressoché ingiocabile. Un po’ come una Camila Giorgi che in Gran Bretagna è sembrata rinata, tanto da spazzare via due top ten (anzi, una top five e una ex top ten) come Karolina Pliskova e proprio la Sabalenka. Occhio, però, perché nel momento migliore, l’italiana ha accusato fastidi alla gamba che, ahi lei, potrebbero pregiudicarne il cammino ai Championships. Che sfiga.

  • Formula 1 e MotoGP: scenari ribaltati

Sette giorni fa ci si chiedeva se la tendenza non si fosse invertita e in effetti sembra proprio di sì: la Formula 1 ha trovato una rivalità, la MotoGP un dominatore. Nel regno delle quattro ruote, il GP d’Austria ha incoronato di nuovo un Verstappen clinico per tutto il weekend, dal miglior tempo nelle libere alla pole position, fino a una gestione di gara perfetta. Hamilton, da fenomeno quale è, ha capito che bisognava pensare a contenere i danni e infatti è arrivato secondo al traguardo. In classifica piloti ci sono 13 lunghezze di differenza: niente di irraggiungibile, ma Super Max ha messo un mattoncino in più verso un titolo che per talento meriterebbe prima di subito. Capitolo Ferrari: qualcuno ha criticato Leclerc per aver sbagliato la manovra in partenza e aver rovinato la domenica del povero Pierre Gasly. Giusto. Qualcuno ha elogiato Charles per essersi messo alle spalle l’errore e di aver visto la bandiera a scacchi da settimo all’arrivo, nonostante dopo l’incidente fosse scivolato in diciottesima posizione – persino dietro alle Haas di Schumacher e Mazepin (a proposito, il russo ha completato un altro Gran Premio senza andare a muro, ma per non infastidire i colleghi serviranno ancora mesi di pratica). Giusto anche questo. La sintesi? Guidare questa Ferrari significa dover sempre rischiare, altrimenti non si raccoglie nulla. E d’accordo, Sainz ha chiuso al sesto posto senza sfracelli, ma il Carlo di Spagna non è sottoposto alle stesse pressioni mediatiche del Carlo di Montecarlo. Pressioni mediatiche che, per ora, Fabio Quartararo sta gestendo decisamente meglio rispetto al 2020. Il francese ha veleggiato tranquillo nel GP di Assen, anche detto “il tempio della velocità”, tenendo a distanza Zarco, quarto al traguardo e secondo in classifica piloti a 34 punti di distacco e il volenteroso Bagnaia, unico orgoglio rimasto nell’Italia a due ruote, considerato che l’italo-brasiliano Morbidelli si è operato al ginocchio dopo aver riportato la lesione al menisco e al legamento crociato anteriore sinistro. E allora si torna sempre lì, dalle vecchie glorie in disarmo. Valentino Rossi in Olanda conosceva soltanto la vittoria, tanto che proprio ad Assen ha trionfato dieci volte in carriera e proprio ad Assen è arrivato il suo ultimo (per ora) successo nella classe maggiore nel 2017. E oggi? Caduta durante l’ottavo giro di gara, moto distrutta e per fortuna nessuna conseguenza fisica. Le sirene di ritiro suonano, ma il Dottore pretende, giustamente, il diritto alla privacy. Marc Marquez negli ultimi anni conosceva soltanto la vittoria, fino a quando in un brutto giorno di estate 2020, in Spagna, è scivolato e si è distrutto il braccio, in un calvario che dura da un anno tra recuperi affrettati e operazioni sbagliate. Oggi il “Carboncito” è settimo al traguardo ad Assen e anche per il 2021 ha rinunciato a quel titolo iridato numero nove che significherebbe l’aggancio proprio a Rossi. Il tempo passa anche per il “Cannibale”: a febbraio 2022 sono 29 anni. Il fisico reggerà?

  • NBA e NHL: l’ultimo atto si avvicina

Per ora niente sorprese. Per ora. Le finali di Conference in NBA sono e restano una chance incredibile per tutte le quattro franchigie rimaste, ma al momento in entrambe le serie si procede secondo pronostico. A Est, il primo sussulto è venuto non dai Milwaukee Bucks, ma dagli Atlanta Hawks. Il motivo? Non che ci fosse qualcosa nell’aria, ma perché coach Budenhozen ha cannato completamente la preparazione di partita in fase difensiva, lasciando a Trae Young la libertà di mettere a segno ben 48 punti nell’economia del 116-113 finale. Registrato che non era tempo di esperimenti, però, gara 2 e gara 3 hanno avuto un esito diverso. Da notare: la stella di Giannis Antetokounmpo non sta ancora brillando al proprio massimo – anche se nell’ultima partita il greco è stato autore di 33 punti a referto – ma fin quando Khris Middleton chiude la partita a quota 38 punti, forse ancora c’è tempo. Chiaramente, però, in Italia le simpatie non possono che andare altrove: Danilo Gallinari deve ancora salire sopra i 20 punti nella serie, ma dovesse accendersi anche lui, la rimonta è ancora possibile. E poi, chi più del Gallo merita di andarsi a giocare l’anello fino all’ultimo? Anello che, probabilmente, a Ovest rimarrà una maledizione per i Los Angeles Clippers. Perso (di nuovo) Kawhi Leonard, coach Lue non è riuscito a perfezionare gli aggiustamenti tattici che sarebbero serviti dopo essere scivolati in svantaggio 2-0 contro i Phoenix Suns. E d’accordo che il duo George-Jackson si era preso sulle spalle i compagni per portarsi sul 2-1 e d’accordo che anche nelle serie contro Dallas Mavericks e Utah Jazz, i Clippers erano stati indietro di due match, ma la scaramanzia già non funziona più perché i Suns hanno reagito in gara 4 e sono a una partita dalla finalissima. Nei playoff di NHL, invece, si sa già chi sono le “last two standing: saranno Tampa Bay Lightning e Montreal Canadiens a contendersi la Stanley Cup. I campioni uscenti si sono spinti fino in gara 7 contro i coriacei New York Islanders e hanno tremato per tutto il primo periodo, in un match palpitante per la posta in gioco non indifferente. A decidere la serie, il gol di Yanni Gourde, arrivato a inizio secondo tempo a legittimare una superiorità di costruzione che aveva visto la squadra di mister Jon Cooper tirare in porta 31 volte contro le 18 dei newyorkesi. Per ora niente maledizione da titolo, quindi. Anzi, resta vivo il sogno di centrare una doppietta che dal 2000 in poi è riuscita soltanto ai Pittsburgh Penguins nel biennio 2016-2017, di conquistare la terza coppa della propria storia e di rendere la piccola città di Tampa, sperduta in un’immensa Florida, una metropoli di sport. Per gli uomini di coach Barry Trotz, invece, è arrivata un’altra delusione, se possibile ancora più bruciante rispetto a un anno fa: questa volta è stato compiuto un passo in più nella serie, ma per riportare nella Grande Mela quel trofeo che manca dal quadriennio 1890-1983, bisognerà attendere. Attesa che i Montreal Canadiens non sono più disposti a sopportare. Qualificatisi con il brivido ai playoff – erano arrivati quarti in Divisione Nord – e a secco dal 1993, nonostante siano la formazione più titolata in NHL con ben 24 Stanley Cup, i canadesi hanno sconfitto gli eterni semifinalisti dei Vegas Golden Knights per 4-2. E chissà che il piccolo surplus di energia risparmiato non possa tornare utile da martedì.

  • Tour de France 2021: i tifosi non dimentichino il rispetto

Una partenza con il botto, anzi, con la botta. Ci sarebbe da ridere, se non fosse che sembra quasi beffardo che una “fan” piantata sul percorso che caratterizza la prima tappa del centottesimo Tour de France datato giugno 2021 possa portare a una maxi-carambola che coinvolge cinquanta ciclisti. La discordia nasce da un cartello: «Allez Opi Omi». Forza nonno e nonna. Un incoraggiamento senza dubbio nobile nelle intenzioni, ma non si sa se più sprovveduto o irrispettoso nella pratica e che costerà alla signora una inevitabile denuncia. L’intralcio ha tirato giù Tony Martin e il tedesco ha tirato giù tutti, incluso un Nibali che ha tuonato: «Serve più rispetto da parte dei tifosi. Il gruppo è come un treno lanciato, basta poco perché deragli». In pratica, il ritorno alla normalità – in teoria, perché sembra improbabile che, con queste premesse, da qui a tre settimane non si riscontrino positività al coronavirus tra i ciclisti in gara – quasi ha portato i big a rimpiangere la “bolla”, la solitudine, il silenzio al posto di chi chiede una borraccia o un polsino. E se poi, a sette chilometri dal traguardo, sono i corridori stessi a sbandare e a eliminarsi a vicenda, si maledirà un po’ il destino perché un asso come Chris Froome è tornato in ospedale per accertamenti, due anni dopo la caduta al Delfinato e i tormenti in terapia intensiva. Non che a Geoghegan Hart, vincitore al Giro d’Italia nel 2020, sia andata meglio nella caduta, comunque. Alla fine, quindi, a fine gara festeggia soltanto il padrone di casa Julian Alaphilippe, maglia gialla al termine della prima tappa, anche lui con un po’ di sangue sul ginocchio – perché non si sa mai – ma premiato per attacco perfetto fin dall’inizio della salita della Fossa dei Lupi. «Quando è partito sembrava un missile», ha commentato laconico il rivale Wout Van Aert, a terra nella prima carambola – quella grottesca. Però neanche il tempo di vestirsi di color canarino che Mathieu Van der Poel vince la seconda tappa, da Perros-Guirec a Mur-de-Bretagne, e si prende l’outfit tanto ambito, con tanto di dedica al nonno Poulidor, eterno secondo alla “Grande Boucle”. E attenzione anche a Primoz Roglic che comunque ha chiuso la Brest-Landerneau al terzo posto.

Michela Curcio