Se è vero che la forza di un gruppo è data dalle naturali diversità che diventano amalgama di chi lo compone, una squadra con un calabrese ha sempre una marcia in più. Nel basket, la promessa di sentire parlare un po’ il nostro dialetto in campo viene da Matteo Laganà, classe 2000, nato a Melito Porto Salvo, capitano nella Nazionale italiana under 18, ingaggiato dall’Olimpia Milano fresca finalista di Serie A e attualmente in fase di gavetta all’Orlandina, squadra di Messina che milita in Serie A2. Ultimo cestista eccellente di una famiglia “d’arte”, Matteo ha un fratello maggiore, Marco, nato nel 1993 e che vanta nel proprio curriculum presenze eccellenti in squadre di blasone come Biella e Cantù. E chissà cosa sarebbe successo se nel 2015 il playmaker di origini reggine non avesse subito la lesione del legamento crociato anteriore del ginocchio sinistro: probabilmente sentiremmo ancora parlare di lui molto più spesso. Come spesso si è parlato di papà Luciano, storica guardia soprattutto della Viola Reggio Calabria, con la quale ha collezionato 227 spalmate tra massima serie e campionato cadetto in un intervallo di tempo che va dal 1981 al 1991. Se si parla di pallacanestro, però, la mente inevitabilmente vola ai parquet di NBA, ai record di Michael Jordan con i Chicago Bulls e alla leggenda di quel Kobe Bryant che ci ha lasciato troppo presto. E allora ci si lanci in una narrazione un po’ avventurosa, ma suggestiva, e si ricordi che “The black Mamba” è stato adottato dalla Calabria, per la precisione da Reggio Calabria, città in cui si trasferì dal 1986 al 1987 quando papà Joe militò anche lui nella Viola Reggio Calabria. In quell’anno baby Kobe era un normale bambino di otto anni che andava a scuola, si allenava con la palla a spicchi in mano e partecipava alle gare di mini-basket organizzate nel quartiere. Un’esperienza che secondo lo stesso Kobe si rivelò fondamentale nella propria carriera perché in Italia e in Europa la pallacanestro si interpreta anche con una profonda attenzione all’aspetto tattico oltre che esercitando l’allenamento dei fondamentali. Da Kobe a Manu: anche Ginobili è stato scoperto lì dove lo Stivale finisce: l’ex asso dei San Antonio Spurs è stato lanciato sempre nella Viola ai tempi di Sandro Santoro e Sebastiano Grasso, prima di spiccare il volo prima nella Virtus Bologna e poi in NBA, in Texas, dove è rimasto per 16 anni. Ritiratosi nel 2018, l’italo-argentino è l’unico insieme a Bill Bradley ad aver vinto in carriera un titolo Euroleague, un “anello” e una medaglia d’oro olimpica.

Dalla Viola Reggio Calabria, fucina di talenti regionali e internazionali, alla gloriosa tradizione nel volley con le imprese della Tonno Callipo di Vibo Valentia. Reduce da una stagione tristemente conclusasi al dodicesimo posto nella fase di playoff a rovinare una regular season chiusa invece in quarta posizione in classifica, la squadra che prende il nome dal patron Pippo Callipo vanta in palmares tre Coppa Italia di Serie A2, vinte nelle stagioni 2002-2003, 2014-2015 e 2015-2016.

Nutrita anche la pattuglia di pallavolisti di spicco provenienti dalla Calabria: su tutti brilla la stella di Daniele Lavia, classe 1999, in forza al Modena da quest’anno dopo due anni da protagonista a Ravenna. Il nativo di Cariati aveva realizzato 258 punti in 21 partite giocate prima che il lockdown interrompesse la stagione 2019/2020 e soprattutto ne aveva messi a segno 26 in un match che avrà sicuramente sentito come un derby proprio contro la Tonno Callipo Vibo Valentia. Meno fortunato Simone Scopelliti, attualmente in forza al Tricolore in Serie A2, mentre, nella stessa categoria, il classe 1984 Davide Marra da due anni porta in dote tutta la sua esperienza all’Emma Villas dopo quattro anni, indovinate un po’, sempre nella Tonno Callipo Vibo Valentia. Da menzionare, infine, tra Serie A3 e Serie B, la ricerca di gloria di nomi come Manuel Bruno, Mattia Sorrenti, Ernesto Torchia, Gianluca Schipilliti e Samuele Aprile.

Michela Curcio

Articolo pubblicato su “Parola di Vita” in data 8/7/2021