Prima gli atleti più famosi che si vaccinano per dare l’esempio, poi le società che mettono i tifosi in condizione di ricevere il prezioso siero per tornare a tifare in sicurezza: negli Stati Uniti d’America lo sport a stelle e strisce non è soltanto intrattenimento, ma un fenomeno culturale e un’arma contro il Covid-19.
In principio fu l’MLB: da febbraio lo stadio che ospita i New York Yankees è stato parzialmente riconvertito ad hub vaccinale. Tra un inning e un hotdog, quindi, chi lo desidera ha avuto e avrà accesso al provvidenziale vaccino. La linea è stata poi seguita dal Levi’s Stadium e dal Citi Field, che accolgono rispettivamente i San Francisco 49ers e i New York Mets. L’NBA non è stata da meno: il 2 maggio, nel match tra Milwaukee Bucks e Brooklyn Nets, la squadra di casa ha offerto ai presenti la possibilità di ricevere la prima dose di Pfizer. E le stelle da copertina? Nessun sentimento no-vax: il 70% di professionisti impegnati tra basket e baseball negli USA ha già completato il ciclo di vaccinazione anti-Covid.
Il paragone con l’Italia è impietoso. Tante polemiche da parte di chi ritiene (a torto) che lo sport non sia anche cultura, poche azioni concrete. Mettendo da parte i testimonial ipocriti di campagne regionali fallimentari (Dybala e Ibrahimovic, per dire), soltanto l’Allianz Stadium (casa della Juventus) e la Dacia Arena (stadio che ospita l’Udinese) sono stati adibiti a hub vaccinali – ma non per i tifosi. Quanto agli atleti, la priorità è immunizzare chi disputerà Olimpiadi ed Europei, mentre chi vive nel limbo del semi-professionismo al momento continua a rischiare il contagio. Che autogol.
Michela Curcio
Articolo pubblicato su “Parola di Vita” in data 28/10/2021
