Nell’antichità, fenomeni naturali, come vulcani e terremoti, venivano attribuiti alla potenza divina. Analogamente, per millenni, si pensava che i minerali avessero poteri soprannaturali, per la loro bellezza e lucentezza. Tra pietre preziose e religione c’è sempre stato un legame molto profondo, qualunque fosse la professione di fede.

Oro, argento e gemme rivestivano un ruolo fondamentale nel tabernacolo del tempio ebraico. La leggenda, inoltre, racconta che i Dieci Comandamenti furono scolpiti su tavole di zaffiro. Nella religione indù, diamante, rubino, zaffiro, smeraldo e corallo sono solo alcune delle pietre considerate ricche di radiazioni cosmiche benefiche. La giada, invece, è da sempre consacrata a Buddha. Infine, nel mondo musulmano, la pietra nera del tempio della Kaaba a La Mecca è simbolo di santità, in quanto riafferma il patto celeste che lega Dio agli uomini. Secondo la leggenda, la reliquia, bianca all’origine, si annerì per il contatto con i peccatori.

Soprattutto nel Cristianesimo, però, molte pietre preziose assunsero un’importanza notevole, fin da quando, nelle catacombe, i primi cristiani adornarono con diamanti i simboli dell’agnello e del pesce. Con il finire delle persecuzioni, queste gemme andarono ad arricchire anche calici e altri oggetti di culto. Inoltre, durante la costruzione dei primi altari cristiani, a ogni dono dello Spirito Santo corrispondeva una pietra specifica. Per esempio, il diamante era simbolo di fortezza, lo zaffiro di saggezza, lo smeraldo di comprensione e il rubino di devozione.

Agli albori del culto cristiano, risale anche l’uso degli anelli episcopali che divennero specifici attributi liturgici durante il settimo secolo. Nello specifico, quelli vescovili sono ornati con un’ametista, simbolo per eccellenza di umiltà, pietà e spiritualità. Questa pietra semipreziosa ha struttura cristallina, appartiene alla famiglia dei quarzi e si può trovare in natura in vari colori, dal lavanda al viola scuro, a seconda delle quantità di elementi cromofori in essa contenuti. Su quelli cardinalizi, invece, sono incastonati rubini o zaffiri, rispettivamente variante rossa o blu di un unico minerale: il corindone, un cristallo di ossido di alluminio. Il rubino è emblema di forza e di felicità, mentre lo zaffiro simboleggia purezza e fedeltà. La scelta della pietra preziosa da incastonare sull’anello episcopale è indicativa del grado nella gerarchia ecclesiastica. In Calabria, tra le varie reliquie, è famoso l’anello dell’arcivescovo Francesco Converti, in oro e ametiste, conservato presso il Museo Diocesano “Monsignor Aurelio Sorrentino” di Reggio Calabria.

Non solo gli anelli episcopali, ma anche i rosari e le stole, nel corso dei secoli, furono impreziositi di gemme. A Savona, nel diciannovesimo secolo, un’anonima benefattrice, donò una Corona del Rosario, in filigrana d’argento, coralli rossi e pietre dure. Il raffinato manufatto fu probabilmente realizzato da alcuni argentieri originari della Sardegna. Come testimoniato da simili reliquie, conservate presso la Pinacoteca Nazionale di Cagliari, l’isola vanta una storia antichissima nella produzione di vistosi rosari, sia in oro che in argento, usati non per devozione personale, ma come ornamento per la testata del letto. A Faenza, invece, è stata rinvenuta una stola cremisina arricciata in oro e tutta grandinata di perle, zaffiri e rubini, nelle croci e nelle corone dello stemma papale.

Nel corso dei secoli, inoltre, varie pietre preziose hanno anche adornato cimeli d’arte cristiana. Per esempio, la Stauroteca di Cosenza è stata realizzata su una lamina d’oro, con la tecnica del Cloisonné che prevede l’incastonatura di granati entro un reticolato di cellette ad alveolo. La reliquia cosentina è artisticamente affine ai bellissimi mosaici di Monreale. Per questo motivo, si può supporre che sia stata prodotta nell’opificio normanno di Palermo. L’opera è detta anche “Croce di Federico”, perché fu donata dall’imperatore Federico II, nel 1222, per la consacrazione del Duomo di Cosenza.

Al giorno d’oggi, il rapporto tra uomo e minerale ha perso di spiritualità. Nell’attuale società consumistica, si discute non tanto sulla bellezza, ma sul valore economico di un solitario o di un bracciale tempestato di diamanti e zaffiri. Ci si dimentica, però, che, in antichità, le pietre preziose non erano soltanto fonte di profitto. L’ordinata disposizione degli atomi nei minerali è stata descritta, per la prima volta, soltanto nel 1848, dal naturalista francese Auguste Bravais. Lo studio della mineralogia si è affermato soltanto in virtù delle recenti scoperte scientifiche. Grazie a tecniche analitiche sempre più sofisticate, è possibile spiegare la diversa colorazione e struttura chimico-fisica delle pietre preziose. La tecnologia, tuttavia, non può interpretare il simbolismo che si nasconde dietro la bellezza di un anello episcopale o di una stola in oro. L’arte cristiana è stata a torto accusata di eccessiva opulenza. Invece, su ogni reliquia religiosa, ogni rubino, zaffiro o diamante ha un significato profondo, in perfetto equilibrio tra storia e spiritualità.

Articolo pubblicato su “Parola di Vita” in data 12/10/2017

Michela Curcio