«Il nonno è stato un mito per tutta la famiglia, perché è morto a 31 anni da eroe. Era una testa matta calabrese». Alessandra Povia Valdimiro, nipote di Filippo, ricorda così l’aviatore di Parenti, tra le vittime italiane durante la Prima Guerra Mondiale e che, per le sue gesta, ricevette con motu proprio la Medaglia d’Argento al valor militare sul campo. Una figura talmente motivo d’orgoglio, che tutti gli eredi hanno voluto omaggiare quel coraggioso patriota a cui la Calabria ha dato i natali. «Il figlio di mia figlia si chiama Filippo e io stessa ho ripreso il cognome Valdimiro. Siamo orgogliosi di firmarci così», spiega.
Ma chi era il capitano Valdimiro? «Secondo i documenti a mia disposizione – racconta la signora Alessandra – il nonno è nato a Parenti nel 1885. Poi ne ho perso le tracce in archivio, quindi ho motivo di credere che sia stato spedito in collegio. Ricompare nelle carte di famiglia a 17 anni, quando si era trasferito a Modena per frequentare l’Accademia Militare, un’accademia così prestigiosa che per entrarvi bisognava pagare una retta di 2500 lire e due cavalli – pensi che per andare negli Stati Uniti servivano 100 lire». E continua: «Cruciale per la sua carriera fu l’influenza di uno zio-tutore che era un grande ufficiale nell’Esercito regio a Torino. Grazie a questo aggancio, il nonno si è poi trasferito a Pinerolo per frequentare la Scuola di Cavalleria: in quell’ambiente, dove si mangiava con posate d’argento, conobbe Francesco Baracca e Fulco Ruffo di Calabria, con i quali andò in Francia per prendere il brevetto di aviazione. Quando tornarono in Italia, era da poco scoppiata la Prima Guerra Mondiale, così tutti e tre decisero di servire il Paese combattendo in cielo contro gli austriaci nella zona del Carso». Nello specifico, nel 1908 Filippo Valdimiro fu nominato sottotenente nel reggimento “Cavalleggeri di Vicenza”. Otto anni dopo, nel 1916, fu promosso a capitano e gli fu assegnato il comando della IV squadriglia di Verona.
Tra le tante eroiche imprese di guerra che hanno visto protagonista il coraggioso aviatore di Parenti, la distruzione di una statua in legno nel pieno centro di Trieste e che sbeffeggiava i nostri soldati caduti in guerra. «I nemici – spiega la signora Alessandra – avevano costruito questo monumento in ricordo di una battaglia vinta da Tegetthoff, il quale aveva detto che marinai di ferro, ossia gli austriaci, avevano sconfitto marinai di legno, vale a dire gli italiani. E in molti ne approfittavano per tirargli contro chiodi d’oro, argento e bronzo. Quando il nonno venne a conoscenza di questa storia, si rivolse al mitragliere e gli intimò di mantenere il silenzio perché sarebbero tornati indietro e avrebbero distrutto il monumento». Un atto di patriottismo in un’epoca segnata da sentimenti irredentisti e dal desiderio di riconquistare Trieste. Ma anche un atto di insubordinazione che, in teoria, sarebbe stato da punire in corte marziale. Ma Filippo il patriota non poteva accettare una simile onta nei confronti di quella Patria che aveva giurato di difendere. «Volando bassissimo sulla città, sganciò tre bombe, distrusse la statua e riuscì a non finire preda di un attacco nemico», spiega la nipote. Proprio la signora Alessandra, molti anni dopo, riuscì a mettersi in contatto con quel mitragliere che non si era tirato indietro. «Dopo aver letto un articolo pubblicato sul quotidiano “La Stampa” nel 1978, ho scoperto che il Sergente Moretto Aroldo viveva in Argentina e che durante la Prima Guerra Mondiale era tornato in Italia per difendere il Paese. Ci siamo scambiati una lunga corrispondenza, fin quando, qualche mese dopo, non mi ha spedito uno scialle di pelliccia da dare a mia nonna: “Perché la tenesse calda come il suo Filippo”», racconta non senza emozionarsi.
Il Capitano Valdimiro non riuscì a tornare a casa dalla guerra. «Il 17 settembre 1916 – dice la nipote – il nonno è stato circondato da cinque velivoli nemici ed è stato mitragliato all’addome. Il “Caprone”, così si chiamava il suo aereo, era scoperto dalla vita in su e gli aviatori guidavano al vento, potendosi difendere soltanto con la pistola di dotazione. Non disse niente e riuscì a riportare il mezzo in territorio italiano per non consegnarlo ai nemici, ma quando la truppa rientrò alla base, gli altri componenti dell’equipaggio capirono che aveva perso tantissimo sangue. Trasferito all’ospedale di Avio, morì pochi giorni dopo». E aggiunge: «Fu una tragedia: la nonna rimase vedova pochi anni dopo averlo sposato».
I cimeli di guerra appartenuti al Capitano Valdimiro oggi si trovano al Museo della Cavalleria di Pinerolo. «Abbiamo deciso di donare le sciabole, i cappelli, gli accessori d’argento e le foto, perché non volevamo che andassero persi», spiega la nipote. E conclude: «Tutti gli oggetti sono conservati in una vetrina realizzata in noce pesante e con un vetro anti-proiettile. A casa, però, sono rimasti il cappello da aviatore – con il numero 24 che simboleggiava il suo squadrone – e tre foto: una del “Caprone”, una in cui si vede il nonno sull’aereo e una che lo ritrae in divisa».

Articolo pubblicato su “Parola di Vita” in data 18/2/2021
Michela Curcio