Dove eravamo rimasti? 5 gennaio 2020, prima edizione di ATP Cup. Un ragazzo biondo e sorridente demolisce un avversario che ha gli occhi di ghiaccio ed espressioni di disappunto continuamente stampate sul volto. Durante quel match ci saranno padri vittime di improperi in tre lingue diverse, marchiani doppi falli che difficilmente si vedono in una partita tra professionisti e un pubblico che alla fine lascerà lo stadio un po’ interdetto – sì, il pubblico poteva ancora gustarsi lo sport dal vivo.

441 giorni, una pandemia, una finale Slam persa, una figlia (Mayla è nata da poco più di una settimana e sembra aver già ereditato il broncio da papà) e inenarrabili bombe mediatiche che mi ruberebbero infinito tempo per riassumerle dopo, Stefanos Tsitsipas e Alexander Zverev tornano a sfidarsi su un campo da tennis. E per la prima volta “the winner will take it all” – per dirla alla ABBA maniera. Per la precisione, chi vincerà si porterà a casa un trofeo a forma di pera – sì, il frutto – e un sombrero, perché siamo ad Acapulco, non dimentichiamolo. Stef e Sascha non si sfideranno nell’ultimo atto di un Major – e chissà quanto si dovrà aspettare ancora – ma meglio non snobbare un ATP 500. Anche perché “if you wait too long, it will be gone”. Il jukebox dice “Wait” dei Get set Go.

Eppure in questa strana settimana di tennis – ma tutte le settimane sembrano strane a chi vive in emergenza sanitaria da più di un anno – le priorità sembravano essere altre. 1) Sinner e Musetti vengono già paragonati a Federer e Nadal, o a Sampras e Agassi, o a Borg e McEnroe: speriamo però che i tifosi da tastiera non gli salteranno alla giugulare quando inciamperanno – e succederà. 2) Medvedev è salito alla posizione numero 2 nel ranking interrompendo il dominio di Federer, Nadal, Djokovic e Murray che durava dal 2005 – quasi che i Big 4 fossero i Beatles del tennis e Sir Andy fosse Ringo Starr. 3) Rublev si sarà anche fermato a quota 23 vittorie negli ATP 500, ma la striscia resterà imbattuta per decenni – aspettate, non è vero, anche questa volta uno tra i tenori ha conservato il record, ossia re Roger. 4) Caccia al nuovo messia tra la Next (Next) Gen. Tra i nomi gettonati, Carlos Alcaraz, spagnolo come Rafa, Hugo Gaston, che ha travolto di dropshot Wawrinka e Thiem al Roland Garros, ma che è troppo discontinuo, Sebastian Korda, che è figlio d’arte, ma non sembra importarsene, Brandon Nakashima, che si è perso un po’ nel post-lockdown, ma meglio non servirgli sul rovescio secondo ESPN, Holgen Rune, che già forma una coppia d’oro con Clara Tauson in Danimarca, Juan Martin Cerundolo che al primo torneo ATP ha vinto il titolo e Felix Auger-Aliassime a cui invece sono già andati di traverso sette piatti. Dovrebbero chiamarlo “the sport paradox”: sbatti le palpebre e in un attimo sei finito, sopravvalutato. Tsitsipas e Zverev hanno 45 anni in due. Sascha ne ha 23 – numero che equivale alle finali ATP giocate in carriera – e Stef 22. In quale universo, quindi, “ti svegli una mattina e sei vecchio”? Se lo chiedeva Alessandro Baricco in “Novecento”, ma la risposta dovrebbe essere: “in nessuno”. Immaginate di guardare con disprezzo tutti i ventenni che non si sono ancora laureati e che non hanno ancora un lavoro…

Comunque, i numeri parlano: il tedesco-russo e il greco-russo – insieme al russo-russo (ossia Medvedev) che probabilmente li guarderà con attenzione in televisione – sono il futuro a cui guardare se si cerca una rivalità che possa suscitare rabbia, amore, crisi di nervi, pianti incontrollati e risate isteriche non necessariamente in questo ordine.

Si dice che Tsitsipas e Zverev non vadano per niente d’accordo. È vero, ma è anche falso. Leggenda su Twitter narra che più o meno nel 2002-2003, i genitori di Stefanos non avevano i soldi per comprargli l’attrezzatura da tennis, così gli Zverev gli regalarono completi e racchette dismessi di mini-AZ. Solidarietà tra vecchi compagni di doppio: Alexander senior e mamma Julia rappresentato insieme l’Unione Sovietica in un tempo non precisato. E mamma Julia e mamma Irina si erano incrociate in campo più o meno venti anni prima. Avevo vinto Tsitsi-mama, per la cronaca. Ma torniamo a noi: se mi chiedeste su quale sito di preciso ho letto questa storia, non vi saprei rispondere, ma mi piace pensare che non sia una fake-news. Non è invenzione da fan-fiction, invece, la trasferta di (doppia) famiglia per partecipare all’Orange Bowl nel 2010: a raccontare l’aneddoto, un imbarazzato Stefanos durante la Laver Cup nel 2019. «Eravamo ossessionati da “Dj got us falling in love”», ha detto il greco. Una canzone che oggi sembra terribile all’ascolto, ma noi nati negli anni Novanta siamo stati la generazione Usher, prima che Pitbull iniziasse a duettare più o meno con tutti i grandi nomi del pop mondiale.

Dicevamo che si amano e si odiano. Il “lessico familiare” in stile Natalia Ginzburg non vale niente se a Toronto nel 2018 tu difendi il titolo vinto dodici mesi prima contro Roger Federer, sprechi la possibilità di servire per il match sul 5-3, hai due match point a disposizione e perdi tiebreak e quarto di finale. «La partita di oggi è stata assolutamente patetica e non credo che lui (Stefanos) abbia giocato bene», disse un inviperito Zverev prima di lasciare, in modo francamente inelegante, una conferenza stampa zoppa in partenza. Scaramucce da campo, se soltanto il tedesco non ricordasse con rancore anche il torto subito all’asilo nel 1999. Così, quando i due si ritrovano nel Master 1000 di Madrid nel 2019 – e Sascha si presenta di nuovo ai nastri di partenza da defending champion – alla domanda: «Nel prossimo turno affronterai Tsitsipas, che ne pensi?», lui risponde, imperturbabile: «Perché, ha vinto?». Servirà l’intervento divino di Federer e Nadal per “ricongiungerli”. In che modo il miracolo sia avvenuto non si sa, ma a ottobre, il nativo di Amburgo cambierà registro: «Stefanos è il mio compagno di Laver Cup, abbiamo avuto modo di conoscerci meglio e adesso ci capiamo molto bene». Armistizio segnato? Sì, ma non troppo. Perché se è vero che il greco ha evitato esultanze esagerate dopo la vittoria di cui sopra in ATP Cup, Tsitsipas e Zverev resteranno, per carattere e modo in cui sono stati cresciuti, due facce di una stessa medaglia. Sono accomunati dalla voglia di vincere e dall’essere daddy’s boys, tanto che forse senza i papà-coach non sarebbero dove sono oggi, si distinguono per personalità: filosofico, empatico, mediterraneo Stefanos; pragmatico, per niente diplomatico e nordico Sascha.

Gli head to head raccontano di una rivalità che sulla carta stenta a decollare: il greco conduce per 5-1 negli scontri diretti e il tedesco ha vinto soltanto il primo – a Washington nel 2018. Non che durante i match il campo non abbia parlato, però. Proprio a Washington Tsitsipas prolungò il secondo set con una volee in tuffo alla Becker – ma sul cemento. A Madrid, invece, Zverev riuscì in un tweener impossibile che lo aiutò a trascinarsi fino al parziale decisivo. E poi la partita più bella, a Beijing: Sascha che va avanti 3-0, Stefanos che lo riacciuffa, ma non riesce a servire per il set sul 5-3, Sascha che ha tre set point nel tiebreak, Stefanos che vince un parziale eterno e almeno una racchetta frantumata a testa. Dovendo dare un giudizio strettamente tecnico e ovviamente personale, il greco diverte di più, il tedesco forse (e sottolineo forse) ha un pizzico di talento in più. Tsitsipas non imposti la partita sulla diagonale di rovescio e scenda con regolarità a rete: se iniziano a giocare a piattino non ci sarà partita. Zverev rimanga clinico nella visione di gioco e non abbia paura di rischiare con la seconda di servizio: si troverà di fronte un avversario che non ha pazienza in risposta. Un pronostico? 70% Stefanos, 30% Sascha. Ma lunga vita a “les petits principes”. Firmato, Antoine de Saint-Exupery.

Michela Curcio