Non chiamateli Cenerentola: in finale nell’ATP 500 di Dubai il (non più) sorprendente Aslan Karatzev ha spazzato via un generoso Lloyd Harris per 6-3, 6-2, coronando così un’altra settimana straripante dopo l’exploit agli Australian Open. Diamo i voti ai protagonisti del torneo.

Aslan Karatzev: 10

Si scrive tennis, si dice Russia – e probabilmente sarà così per i prossimi anni. Karatzev si è ufficialmente unito a un team di stelle che annovera Khachanov, Medvedev e Rublev (in ordine di exploit) e che oggi demolirebbe chiunque in Coppa Davis. Che per Aslan sia arrivato il primo titolo ATP, tra l’altro di categoria 500, sembra quasi irrilevante, perché il moscovita ha impressionato per quanto facilmente lascia partire fucilate di dritto e di rovescio e perché non sembra avere dubbi o paure: vede la pallina, tira un vincente. Se manterrà questo stato di forma, chissà che non lo vedremo in top ten e a Torino. Nel frattempo si trova già alla posizione numero 27 nel ranking.

Lloyd Harris: 9

Un po’ la stanchezza, un po’ il destino, Harris non aveva armi per contrastare un Karatzev straripante. Il sudafricano, però, ha dimostrato di non avere timori reverenziali contro i big e di saper subodorare le difficoltà di chi si trova di fronte. Tre esempi: Lloyd ha portato a casa il 97% di punti con la prima di servizio contro un Thiem a disagio in risposta, ha aspettato con pazienza che Nishikori finisse la benzina nel terzo set e ha punito con prepotenza i passaggi a vuoto di uno Shapovalov troppo distratto dal 4-3 nel secondo set. In finale il ventiquattrenne di Città del Capo non ne aveva più: in fondo era stato in campo per oltre 11 ore, match di qualificazione inclusi.

Andrey Rublev: 7

La striscia di successi di Rublev negli ATP 500 si ferma a 23, ma davanti a un monumentale Karatzev, macchina di vincenti in stato di forma spaziale. Non succede spesso che il dritto di Andrey sia tremolante e che il russo non riesca a sfondare martellando da fondocampo. E dire che il ventitreenne di Mosca non sembrava neanche stanco o deconcentrato a Dubai: non aveva perso neanche un set prima di arrivare in semifinale e, soprattutto, non aveva neanche mai subito un break. Il record di Federer resta lontano, ma i progressi di Andrey restano speciali.

Denis Shapovalov: 6

Classici momenti da Shapovalov, o meglio, da “Sciupavalov”, come qualcuno lo ha soprannominato su Twitter, a Dubai. Il canadese si è guadagnato la sufficienza perché è arrivato in semifinale in un ATP 500. Però quanto grida vendetta quel vantaggio di un set e un break contro Harris, con il sudafricano che sembrava in debito di ossigeno? Finché Denis non troverà una soluzione ai blackout che gli rovinano le partite, potrà anche vincere match scintillanti e mettere a segno una pioggia di vincenti, come con Struff, Hurkacz e Chardy, ma la sua bacheca continuerà a ospitare un unico titolo: quello vinto a Stoccolma nel 2019 – un’epoca fa.

Kei Nishikori: 7

In effetti la domanda sembrava più che mai opportuna alla vigilia: quale Nishikori si sarebbe presentato a Dubai? La versione deluxe vista a Rotterdam o il Kei stanco e sbiadito di Montpellier? Probabilmente una via di mezzo che assomiglia, però, al tennista che fu in top 10 dal 2014 al 2017 e di nuovo nel biennio 2018-2019. Mobile e cinico nel disinnescare le (poche) fucilate di Opelka, sprecone prima, lucido poi nel soffocare il tentativo di rimonta di Goffin, dominante contro Bedene. Contro Harris aveva finito l’ossigeno. Ossigeno da ritrovare con pazienza.

Roberto Bautista Agut: 7

Se Bautista Agut riguarda la partita contro Sinner non troverà granché da rimproverarsi – as always. Anzi, lo spagnolo ultimamente sembra aver abbandonato la tendenza a essere attendista, conducendo sempre lo scambio con maestria, ma alzando più spesso il ritmo con il dritto e il rovescio. Costringendo l’altoatesino a interpretare una partita profondamente tattica e a scegliere con attenzione maniacale il momento per tirare il vincente, altrimenti avrebbe perso il punto, RBA lo ha imbrigliato per quasi tre ore, anche recuperando il break di svantaggio nel terzo set. Per il titolo numero 10, però, bisognerà attendere ancora.

Karen Khachanov: 5

Tirare a raccogliere punti qua e là non deve essere l’obiettivo di un Khachanov un tempo ragazzo prodigio e oggi quarto nella gerarchia del tennis di Russia. Nuovo torneo, nuova rimonta evitabile – questa volta arrivata contro uno Chardy che è la sorpresa di inizio stagione. Però, KK non si consideri esente da responsabilità: vinto il primo set dopo un tiebreak abbastanza tranquillo e avuta una palla break a inizio secondo parziale, il moscovita non è riuscito più a pressare il francese in risposta. La finale in un torneo ATP gli manca dal 2018 – non proprio poco tempo fa.

Alex De Minaur: 4

Assente ingiustificato a Dubai: così si riassume la breve apparizione di De Minaur negli Emirati Arabi. D’accordo, si legga alla voce: “Chardy è la sorpresa di inizio stagione”, ma nel primo set l’australiano aveva vinto l’80% di punti al servizio – senza distinzioni tra prima e seconda – e, di conseguenza, non aveva offerto neanche palle break. In modo forse imprevedibile, Demon si è scoperto inesperto – un paradosso per chi vanta quattro titoli e dieci finali ATP a 22 anni. Che la sconfitta agli Australian Open contro Fognini non sia ancora stata digerita? Chissà.

Dominic Thiem: 3

Thiem è in crisi, inutile negarlo. L’insufficienza sarà anche troppo netta, ma l’austriaco deve auto-spronarsi, fisicamente e mentalmente, e ricordare le prodezze di cui sa rendersi protagonista – prima tra tutte aver vinto uno Slam sei mesi fa. Il Dominic visto contro Harris è stato troppo brutto per essere vero: mai uno strappo in risposta – tanto da non essersi mai costruito una palla break – e troppe imprecisioni al servizio. Intelligente, ma anche coraggiosa, la scelta di non andare a Miami: chissà se riuscirà a ricaricare le pile prima che inizi la stagione sulla terra rossa.

Jannik Sinner: 8

Sul 2-1 40-15 sul servizio di Karatzev nel terzo set quasi sembrava che Sinner potesse ribaltare l’inerzia di un match stregato. Non sfruttate le palle break, invece, l’altoatesino è stato travolto, senza responsabilità, dai vincenti a raffica di un Aslan ingiocabile. Jannik piuttosto guardi con orgoglio alle partite contro Bublik e Bautista Agut. Fenomenale nell’incrinare le certezze del kazako in un momento in cui tutto sembrava andar male, tatticamente illuminato nel modo in cui ha smontato il piano dello spagnolo: per il classe 2001 sono lezioni da ricordare.

Lorenzo Sonego: 7

Esordio direttamente al secondo turno e vittoria in carrozza contro uno Zapata Mirallas non abituato a muoversi sul cemento, sconfitta onorevole contro un Karatzev on fire che, però, aveva perso il primo set: difficile chiedere di più a un Sonego che se non altro sembra essersi messo alle spalle il doppio passaggio a vuoto tra Rotterdam e Montpellier, ritrovando numeri importanti al servizio e annullando con concretezza sette su nove palle break concesse in due match. Il torinese si presenterà al via nel Master 1000 di Miami da possibile outsider.

Marco Cecchinato: 4

Niente da segnalare: tra Cecchinato e il cemento sembra che l’amore non sia destinato a sbocciare. Incontrare Gasquet al primo turno di un torneo non promette mai bene, però il palermitano è subito sparito dal campo dopo aver sprecato una palla break sull’1-0 nel primo set e ha vinto soltanto due punti su ventinove sulla prima di servizio di “Richie”. Il post-lockdown sembrava aver restituito al circuito ATP un Marco più sereno. Invece nel 2021 il ruolino di marcia attualmente recita una vittoria e sei sconfitte stagionali.

Lorenzo Giustino: 6

Sufficienza politica per un Giustino fortunato non soltanto a essere ripescato nel tabellone principale, ma a disputare direttamente il match di secondo turno contro Bedene, grazie al forfait last-minute di Coric. Né il napoletano ha granché di cui rimproverarsi: non si è mai costruito neanche una palla break e ha portato a casa due punti su 25 sulla prima di servizio dello sloveno. Se poi ai 10 ace di Aljaz si contrappongono gli 8 doppi falli di Lorenzo, il quadro è completo.

Michela Curcio