Due Next Gen dai piedi rapidissimi e dall’impressionante solidità a fondocampo per un doppio primo titolo sull’erba in carriera: in finale nell’ATP 250 di Maiorca Daniil Medvedev ha sconfitto Sam Querrey con il punteggio di 6-4, 6-2, mentre all’ultimo atto nell’ATP 250 di Eastbourne, Alex De Minaur ha battagliato contro un monumentale Lorenzo Sonego, spuntandola per 4-6, 6-4, 7-6. Diamo i voti ai protagonisti dei due tornei.

Daniil Medvedev: 9

Si dirà che l’erba di Maiorca tutto sembrava tranne che un campo in superficie naturale, ma a Medvedev giustamente questa osservazione non importerà perché finalmente, all’undicesima finale vinta, è riuscito a mettere in bacheca il primo titolo ATP lontano dall’amato cemento. Il russo ha legittimato il proprio successo soprattutto in un match dominato contro un Querrey clamorosamente inceppatosi al servizio sul 3-3, 40-0. Niente paura, quindi, se Daniil non era sembrato brillante contro Moutet e aveva mostrato limiti di esperienza sul verde per un set contro Carreno Busta: l’ultimo ad aver giocato (e vinto) un torneo di preparazione a uno Slam senza impressionare, poi si è preso il Major in un modo che ha lasciato i detrattori senza argomentazioni.

Sam Querrey: 8

Che un big server come Querrey, forse anche favorito per esperienza e caratteristiche in finale contro Medvedev, perda le misure al servizio nel settimo game del primo set – il game per antonomasia – ed esca dalla partita, è un errore da rookie di cui bisogna tener conto in pagella. Detto questo, però, lo statunitense si riterrà soddisfatto per essere tornato protagonista in campo e non sui rotocalchi, tra l’altro legittimando il proprio cammino salvando un match point contro Bautista Agut nei quarti di finale. In fondo, Sam resta e resterà colui che ha impedito a Djokovic di sognare il Calendar Grand Slam a Wimbledon nel 2016, nonché vanta in palmares una semifinale ai Championships dodici mesi dopo. I big a Londra sono avvisati, sempre che il trentatreenne di San Francisco non decida di auto-breakkarsi e di commettere quattro doppi falli di fila.

Pablo Carreno Busta: 8

A proposito di Querrey, scoprendo che a Wimbledon è stato sorteggiato all’esordio proprio contro lo statunitense, Carreno Busta rimpiangerà ancora di più di essersi lasciato sfuggire un titolo che sembrava alla portata e di non aver tenuto l’intensità iniziale contro un Medvedev che per un set non ne aveva capito le variazioni al servizio. È innegabile, comunque, che lo spagnolo irrida alla tradizione nazionale perché dimostra di saper gestire in modo impeccabile la transizione dalla terra rossa verso superfici veloci, per quanto l’erba di Maiorca non sia sembrata esattamente naturale. Più che le vittorie contro Vesely e Thompson, sarà il cammino di PCB ai Championships che rivelerà alla Spagna se ha trovato un top player iper-versatile.

Feliciano Lopez: 7

Più di una sufficienza nonostante venga da pensare che Lopez avesse più di una possibilità contro un Mannarino che, per quanto sempre a proprio agio sull’erba, non sembrava imbattibile. E così, alla fine, in un anomalo terzo parziale, si è deciso tutto sulla percentuale di palle break: una su due salvata dallo spagnolo; una su una dal transalpino. A Feliciano non è bastato mettere in campo il 78% di prime e vincere oltre il 70% di punti al servizio, perché Adrien ha risposto con una percentuale monstre di 12 punti su 15 vinti con la seconda. Rimangono in archivio l’esibizione tutta eleganza sul verde contro il qualificato Kuhn e la lezione di esperienza a Khachanov.

Roberto Bautista Agut: 6,5

Sufficienza guadagnata grazie al primo quarto di finale sull’erba nel 2021. Eppure Bautista Agut non sembra recuperato aspettando un Wimbledon durante il quale difenderà i 720 punti in cascina fin dalla semifinale raggiunta nel 2019. Non trovare le misure in risposta contro Querrey di per sé non è clamoroso, se non fosse che poi, nel momento in cui si ha la possibilità di avere un set point nel secondo parziale, non è ammesso steccare il rovescio, altrimenti poi un mini-break diventa fatale nel tiebreak. Mezzo voto in più per il match contro Travaglia, interpretato in modo perfetto al servizio, tanto da perdere sei punti su 38 con la prima e tre su 18 con la seconda.

Casper Ruud: 6,5

Ruud non aveva mai vinto match nel circuito maggiore sull’erba, per cui aver spezzato la maledizione mettendo in fila i successi contro Simon e Sandgren già è un traguardo. Il norvegese, però, non sembra aver acquisito i movimenti per ben figurare su questa superficie, ostinandosi a cercare back in topspin e servizi in kick che sono inefficaci sul verde. Anzi, se la vecchia volpe Gilles non fosse stata abbandonata dal dritto nel tiebreak del secondo parziale, forse il nativo di Oslo avrebbe rischiato guai seri ben prima. Contro Medvedev, invece, il problema è stato più nella gestione di match che non nei movimenti: persi soltanto due punti al servizio fino al 4-4, Casper ha iniziato a boccheggiare, offrendo sempre palle break. Si è salvato una prima volta, ha deragliato dal 5-5 in poi. E nel secondo set il break subito è diventato normalità.

Karen Khachanov: 5

Nuovo torneo, vecchia pagella: Khachanov vince il primo set senza soffrire, vede che la strada si mette in discesa e smarrisce completamente le coordinate, permettendo a chi sta dall’altro lato di campo di ritrovare fiducia in se stesso e sicurezze tecnico-tattiche. Per quanto in stagione il russo abbia raggiunto la semifinale negli ATP 250 del Great Ocean Road e di Lione, il sospirato “presente” all’ultimo atto di un torneo non si sente dalla vittoria nel Master 1000 di Parigi Bercy contro Djokovic nel lontano novembre 2018 – e dire che KK ha un record immacolato nelle finali ATP. Le sconfitte arrivate seguendo il canovaccio descritto sopra? Contro Tsitsipas a Rotterdam, contro Ebden a Marsiglia, contro Chardy a Dubai, contro Sinner a Miami, contro Nishikori a Barcellona, contro Delbonis a Roma e di nuovo contro Nishikori al Roland Garros,

Corentin Moutet: 5

Che succede se metti un Moutet talentuoso, ma inesperto, ad affrontare su una superficie ostica come l’erba il numero 2 nel ranking ATP, che anche vede la propria pericolosità diminuire drasticamente lontano dal cemento? Che se il transalpino non sfrutta il break di vantaggio contro Medvedev nel primo set e che se dal 4-2 a favore si prende un parziale di quattro game a zero, non ci sono arbitri o falchi con cui prendersela. Errore diverso, ma sempre di inesperienza nel secondo parziale: essere spalla a spalla fino al 2-2 e poi uscire dalla partita è un disastro da imputare soltanto a se stessi. Un voto in più per la vittoria all’esordio contro Harris.

Miomir Kecmanovic: 4

Archiviato un 2019 splendido e vinto il primo titolo ATP nel 2020, ma in una Kitzbuhel con un players field da Challenger, complice la contemporaneità con gli US Open, Kecmanovic sembra sempre più un oggetto misterioso nel circuito maggiore. La cura Nalbandian prometteva sfracelli, ma al netto di un quarto di finale ottenuto nell’ATP 250 di Belgrado 1 – ma, di nuovo, senza affrontare sfide di rilievo – il serbo sembra involuto. E dire che Humbert si stava anche sforzando di tenere fede alla “legge Tommasi” e di essere eliminato all’esordio subito dopo aver portato a casa un trofeo – la stanchezza sa essere deleteria nella trasmissione di impulsi psico-fisici dal cervello alle gambe. Invece, alla fine le traiettorie mancine di Ugo si sono presentate in campo, dando a Miomir gli stessi problemi sperimentati da Zverev, Auger-Aliassime e Rublev ad Halle. La finale nell’ATP 250 di Antalya nel 2019, ossia quando il torneo era ancora su erba, è molto lontana.

Gilles Simon: 5

In teoria Simon non ha interpretato una pessima partita contro Ruud e gli ha anche annullato due match point sul 5-6, 15-40 nel secondo parziale mandandolo a lezioni di tattica in entrambe le circostanze se non fosse che poi, nel tiebreak successivo, il transalpino ha completamente perso il dritto, fondamentale con il quale ha regalato al norvegese i tre mini-break decisivi. La lezione per Gilles a Maiorca? Finché al moschettiere transalpino viene data la possibilità di impostare un match in intelligenza, i Next Gen devono ancora prendere lezioni da lui. Se invece la partita si vince per intensità o per resistenza fisica, la carta d’identità viene a riscuotere gli interessi.

Lucas Pouille: 6

Piccoli segnali di vita dal pianeta Pouille, anche se, vista la recita di KK ventiquattro ore dopo, vien da pensare che Khachanov fosse tutt’altro che imbattibile. Rischiata un’enorme frittata al primo turno di qualificazioni contro il numero 1898 nel ranking ATP Ktiri – diciottenne spagnolo al quinto match da professionista in carriera – il transalpino ha quasi dato la sensazione di essersi detto di aver toccato il fondo. Proprio per questo contro il russo è stato coraggioso al servizio e orgoglioso nel provare a rimontare di nervi una partita in cui aveva perso il primo set al tiebreak non sfruttando un set point in risposta. Il rimpianto? Che, come spesso gli succede dal rientro dopo l’operazione al polso, nei momenti decisivi finisca la benzina. I 13 ace di Karen non hanno aiutato.

Salvatore Caruso: 5

Un voto in più perché si sa che l’erba non è la superficie prediletta da Caruso, mentre Vesely sa sgambettare chiunque sul verde – perché non chiederlo a Sascha Zverev, per esempio? Tolte queste doverose giustificazioni, tocca ribadire ancora una volta che la crisi di Caruso non sembra aver fine. Non bisogna abituarsi alle sconfitte, ma si dovrebbe capire perché, nonostante il siciliano ci metta sempre grinta nel provare a uscire dalla buca, poi i match vanno via in modo se possibile ancora più beffardo. Un esempio? Il primo set contro il ceco: ripresosi il break sul 5-3 e annullati quattro set point a varie riprese, Sabbo ha completamente perso le misure nel tiebreak. Esclusa la vittoria con Catarina, il trentenne di Avola cerca ancora gioie nel 2021.

Stefano Travaglia: 6
Missione compiuta, ma niente straordinari: a Travaglia si chiedeva di non uscire subito contro un Pella in crisi nera e poi di tentare l’impresa contro un Bautista Agut lontano dalla forma migliore. Il marchigiano ha risposto più che presente contro l’argentino, forse accusando qualche passaggio a vuoto di troppo nel secondo parziale, ma non dando mai l’impressione di poter perdere, mentre è stato un po’ avulso dal contesto in risposta contro lo spagnolo, vanificando i 13 ace messi a segno con un misero bilancio di 9 punti su 56 vinti sulla prima e sulla seconda di RBA. Il processo di crescita passa anche dallo svolgere con attenzione quello che in gergo si chiama “compitino”.

Alex De Minaur: 9

Senza essere appariscente o senza avere un servizio, un dritto e un rovescio chissà quanto pesanti, De Minaur è alla nona finale nel circuito maggiore a 22 anni, al quinto titolo in carriera (il primo sull’erba) e ha raggiunto il best ranking di numero 14 al mondo. I segreti? La corsa, l’etica del lavoro e l’abnegazione: è impossibile sfondare il motorino australiano da fondocampo, ma è impossibile anche fregarlo con dropshot lavorati. Praticamente per strappargli il punto, devi lasciarlo fermo con vincenti su vincenti. Sonego ha anche provato a interpretare la finale in questo modo, sbagliando poco, ma “Demon” ha sbagliato anche meno. Si spera che la “regola Tommasi” non ne stronchi le ambizioni a Wimbledon: il primo turno contro Korda non è abbordabile.

Lorenzo Sonego: 10

De Minaur ci perdonerà un momento di patriottismo sfrenato nel voto a un Sonego che ha riacceso la luce nel momento in cui più doveva dimostrare personalità, ossia alla vigilia di Wimbledon. Neanche sette giorni fa ci si chiedeva se bisognasse preoccuparsi per Lorenzo e lui ha risposto con tre prestazioni da manuale: la vittoria potente e clinica contro il motorino Millman, che non regala nulla, il successo sereno contro un Bublik la cui sequenza di servizi da sotto nel settimo game del secondo set avrebbe spazientito anche il Dalai Lama, ma non il torinese, e l’affermazione non così scontata contro il lucky loser Purcell, rimasto in partita di orgoglio dopo il 6-1 iniziale. In realtà “Lollo” non ha molto da rimproverarsi neanche per il match perso contro l’australiano: era andato in vantaggio di un set ed è stato a due punti dal titolo sul 5-4 nel terzo set, ma Demon ha servito benissimo ed è stato impenetrabile da fondocampo. La stecca sull’1-2 nel tiebreak decisivo si paga più di quanto fosse giusto – ma che miracolo per rimanere in partita sul 3-5. E che emozione il ricordo per la nonna scomparsa da quindici giorni. Wimbledon aspetta.

Vasek Pospisil: 7

Voto di incoraggiamento per un Pospisil che, dopo il meltdown nel Master 1000 di Miami, aveva saltato tutta la stagione sulla terra rossa per i classici fastidi fisici di metà stagione. Difficile trarre indicazioni dal doppio 6-4 contro l’attempata wild card Ward o dal match vinto per il ritiro di Davidovich Fokina, non così indicativa neanche la sconfitta contro un De Minaur rivitalizzato sull’erba, anche se il canadese ha avuto un vantaggio di 3-0 nel secondo set: che pensare, allora, in vista di Wimbledon? Che se Vasek si accenderà al servizio e avrà pazienza con il dritto, in linea di massima un po’ di top player preferiranno vederlo lontano dalla propria porzione di tabellone.

Gael Monfils: 3

Ci si ripete non per cattiveria, ma perché il tempo di emergenza sanitaria sembra terminato: il ranking congelato è stato un atto di civiltà, ma ora Monfils non dovrebbe essere testa di serie non tanto negli ATP 250, ma negli Slam. Nuovo torneo, nuova sconfitta terribile in termini di classifica, questa volta contro il lucky loser Purcell, numero 2xx nel ranking ATP. Giova ricordare che Gael è un vincitore di Wimbledon juniores nel lontano 2004, ai tempi in cui accarezzava il Calendar Grand Slam dei piccoli, nonché ha un piano tattico potente e imprevedibile al punto giusto per gestire le insidie che si presentano sull’erba. E invece, da quando il tennis è uscito dal lockdown, il transalpino ha vinto un unico match: contro Seyboth Wild nell’ATP 250 di Lione.

Emil Ruusuvuori: 5

Mezzo voto in più perché Ruusuvuori era al primo torneo sull’erba nel circuito maggiore, ma che il finlandese non abbia compreso di dover sfruttare la propria freschezza atletica per mandare fuori fase un Seppi che, al contrario, se messo nelle condizioni di potersi affidare alla propria esperienza è ancora tutto da sconfiggere sull’erba, non è un buon segnale in vista di Wimbledon. Unico acuto, le due palle break avute nell’ultimo game del match, quando ormai era troppo tardi. Per ogni ulteriore analisi si rimanda ai 13 punti su 51 vinti in risposta. Troppo pochi persino sul verde.

Alexei Popyrin: 4

Copia e incolla da sette giorni fa: a chi si chiede come mai di Popyrin si dica “bravo, ma…”, si mostri il match perso dall’australiano contro Ivashka. Alexei potrebbe essere una mina vagante sull’erba – superficie che esalta chi possiede un servizio e un dritto piatti e potenti. Invece, il talento aussie è stato sorpreso da un Ilya che gli ha giocato a specchio, ma che, soprattutto, ha salvato nove palle break su dieci in tutto il match. Se sei avanti di un set e di un break, ma non chiudi e ti limiti a sperare che i tuoi errori non siano poi così gravi, la beffa è dietro l’angolo.

Jo Wilfried Tsonga: 4

Se neanche la stagione su erba rianima uno Tsonga sempre più abbandonato dal servizio e dal dritto, la situazione è disperata. A Eastbourne il transalpino si era trovato di fronte Gerasimov, nel remake di un match andato in scena nell’ATP 500 di Barcellona. D’accordo che il bielorusso ne guadagna in potenza su una superficie così veloce, ma in teoria il francese doveva partire avvantaggiato per l’esperienza di chi è arrivato due volte in semifinale a Wimbledon. Invece Jo ha sempre inseguito nel punteggio nel primo set e ha iniziato ad avere chance in risposta soltanto nel secondo parziale, quando la benzina stava iniziando a scarseggiare. Ennesima delusione nel 2021.

Michael Ymer: 4

Premesso che un Next Gen ha almeno dieci o quindici anni di onorata carriera nel tennis, Ymer è in ritardo sulla tabella di marcia per chi pronosticava che crescesse allo stesso ritmo di chi aveva disputato con lui le Next Gen ATP Finals nel 2019. Emblematico è il confronto con Davidovich Fokina: lo spagnolo non si è più voltato indietro spingendosi fino ai quarti di finale nel Master 1000 di Montecarlo e raggiungendo gli ottavi di finale agli US Open e i quarti di finale al Roland Garros; lo svedese invece non è andato oltre un best ranking di numero 67 al mondo. E nel confronto diretto a Eastbourne? Il ventiduenne di Skara era rimasto sempre attaccato nel punteggio e aveva strappato sul 5-3, ma poi non è riuscito a servire per il parziale e poi ha sprecato due set point in risposta nel game successivo. Da lì in poi, l’inesperienza.

Frances Tiafoe: 4

E dire che la stagione sull’erba era cominciata sotto i migliori auspici. Invece Tiafoe è tornato a essere vittima di vezzi e soluzioni leziose che finiscono per esporlo a scherzetti come la sconfitta contro la wild card Broady. Lo statunitense ha pagato la fragilità con la seconda di servizio – con soltanto sei punti su 20 vinti – e qualche tentennamento di troppo sulle palle break, sia concesse che create. Non sfruttare le chance inevitabilmente espone alla roulette russa che si chiama tiebreak, lì quando un unico mini-break sa essere fatale. Ed è quello che è successo a Frances.

Andreas Seppi: 7

Voto generoso che ignora un po’ il pasticcio combinato da Seppi da 3-2 e break nel terzo set contro il non irresistibile lucky loser Purcell per premiare ancora una volta la volontà e l’abnegazione di chi, a 37 anni, ancora lotta, si piega come un teenager e prova a imporre le proprie trame intelligenti su una superficie di potenza come l’erba. Il modo in cui l’altoatesino, ripescato anche lui da lucky loser, ha mandato a scuola Nishioka e Ruusuvuori è il motivo per cui ci si dovrebbe mordere la lingua al pensiero di mandare anticipatamente in pensione questo vecchietto. Il derby contro Sonego sarebbe stato il premio per un commovente 2021 post-Covid.

Michela Curcio