Ultimo atto esplosivo e “baltico” in Gran Bretagna, epilogo da “tutto in famiglia” in Germania: in finale nel WTA 500 di Eastbourne, Jelena Ostapenko si è imposta su Anett Kontaveit con il punteggio di 6-3, 6-3, mentre nel WTA 250 di Bod Homburg, la profeta in patria Angelique Kerber è tornata a vincere un titolo dopo tre anni sconfiggendo Katerina Siniakova per 6-3, 6-2. Diamo i voti alle protagoniste dei due tornei.
Jelena Ostapenko: 9
Nulla da dire: quando la Ostapenko prende la mira e spara vincenti, diventa pressoché imbattibile. Ultima ad averlo sperimentato, una Kontaveit che non ha un buon rapporto con le finali, ma che, al netto di qualche risposta disperata in situazioni di punteggio ininfluenti, non è riuscita a tenere il ritmo della lettone ed è stata assalita da mitragliate sul proprio servizio. Un trattamento che, andando a ritroso, Jelena aveva riservato anche alla Rybakina, alla Jabeur e alla Pavlyuchenkova, mentre, un po’ a sorpresa per la propria avversione a costruirsi un piano B, contro la geometrica Kasatkina aveva quasi abusato – ma con successo – di dropshot al millimetro. La ventiquattrenne di Riga è la più giovane in attività ad aver vinto almeno un titolo su ogni superficie (Roland Garros sulla terra rossa, Seoul sul cemento, l’Open di Lussemburgo in condizioni indoor ed Eastbourne sull’erba), nonché è la seconda wild card a prendersi il torneo dopo la Seles. Talento.
Anett Kontaveit: 8
A proposito di prendere la mira, la Kontaveit si è disunita nel momento di concretizzare una settimana durante la quale aveva superato in tre parziali l’ostacolo Kuznetsova, aveva spazzato via la Andreescu, si era salvata in calcio d’angolo contro la Golubic, con la svizzera che aveva servito per il match, e aveva un po’ riposato in semifinale per il ritiro della Giorgi. Mai in partita contro la Ostapenko, per quanto in teoria il piano tattico di Jelena e la superficie su cui si giocava non la svantaggiassero, l’estone non è mai riuscita a guadagnarsi punti facili al servizio, smarrendo così i riferimenti tattici anche in risposta, a parte un unico game sul 5-2 nel primo set in cui ha inanellato quattro fucilate di rovescio frutto più di rabbia che di un’inerzia girata a proprio favore. Anett vanta otto finali WTA (su tutte le superfici, tra l’altro), ma ne ha vinta solo una, nel (fu) International di Hertongenbosch (quindi sull’erba) nel lontano 2017: ansia da prestazione?
Elena Rybakina: 8
Se la Rybakina non fosse stata acciaccata avrebbe messo in piedi una battaglia più vivace contro una Ostapenko ispirata. La kazaka, corretta a non ritirarsi e a non privilegiare Wimbledon, non aveva più energie in semifinale, complici le fatiche eccessive contro la Dart – in un match che si poteva chiudere mezz’ora prima se Elena avesse sfruttato il match point in risposta sul 6-5 nel secondo set – e contro la Sevastova, alla quale, al contrario, è stato necessario annullare due match point nel tiebreak del secondo parziale. E poi, non si sottovaluti lo sforzo psico-fisico di sconfiggere una Svitolina fuori fase, ma ancora in top five. Non si poteva reagire meglio alla delusione per la sconfitta al Roland Garros e alla falsa partenza sull’erba nel WTA 500 di Berlino.
Aryna Sabalenka: 7
Fino al match nei quarti di finale contro la Giorgi, la Sabalenka sembrava aver trovato la quadra sull’erba, spazzando via una Pera che sa essere imprevedibile nella ricerca di vincenti impossibili e rifilando un doppio 6-1 a una Riske che, al contrario, conosce benissimo la superficie – la Barty si ricorderà di Wimbledon 2019. Contro l’italiana, però, la bielorussa, pressata dal dritto e dal rovescio di Camila, è ricaduta preda di vecchi demoni, iniziando a forzare tutto e dimenticandosi che i serve and volley timidamente visti a inizio partita potevano essere una soluzione alternativa, non tanto in un secondo set dominato con tanto di bagel, ma nell’incerto terzo parziale. A Wimbledon il tabellone sorride: sarà la volta buona in uno Slam?
Daria Kasatkina: 7
Aggressiva per un set, sempre più sulla difensiva nei successivi due parziali: il match tra acqua santa (Kasatkina) e diavolo (Ostapenko) si è concluso a favore di Jelena, ma Daria sembra aver davvero compreso come adattare il proprio piano tattico all’erba. Niente più topspin e dritti a banana, ma traiettorie più piatte e pesanti che, se non trovano il vincente, almeno portano le rivali a muoversi da un lato all’altro di campo: così la russa ha rimesso in piedi una partita incredibile contro una tale Swiatek, rifilandole un bagel e un 6-1 dopo il 4-6 iniziale, ma, soprattutto, destabilizzando mentalmente la polacca, notoriamente solida e sicura di sé. La WTA cerca ancora una protagonista in grado di dosare intelligenza e potenza sul verde: DashKa si candida.
Elina Svitolina: 4
Due sole semifinali in stagione (nel WTA 1000 di Miami e nel WTA 500 di Stoccarda, dolorosamente sconfitta dalla Barty in entrambi i match): così la Svitolina si presenterà a Wimbledon per difendere i 720 punti guadagnati con la semifinale (ah, l’ironia) raggiunta nel 2019. Impossibile che l’ucraina si sia dimenticata come si gestisce una partita, ma i passaggi a vuoto di cui è sempre più sono segnali inquietanti per chi nei prossimi mesi si gioca la qualificazione alle WTA Finals e la permanenza in top ten. Contro un’inesperta Badosa ci si può anche permettere di non riuscire a servire per il match per ben due volte, ma contro una Rybakina più spregiudicata, quasi Elina partiva sfavorita, visto lo stato di forma di entrambe. Serve ritrovare solidità.
Bianca Andreescu: 5
D’accordo, la Andreescu giocava il terzo torneo in carriera nel circuito maggiore sull’erba, ma alzi la mano chi, nonostante sia la sesta testa di serie a Wimbledon, la annovera tra le favorite. Abbandonata dal servizio e non ancora in grado di sfruttare la propria varietà tattica anche sul verde, la canadese si era già esposta al ritorno di fiamma della qualificata McHale all’esordio. Contro la Kontaveit, poi, nonostante il tentativo di rimanere in partita nell’atteggiamento, Bianca è sembrata spaurita e non è mai riuscita a completare l’aggancio. Segnali tetri.
Iga Swiatek: 5
Robottino Swiatek sulla terra rossa, inesperta Iga sull’erba: quasi tranquillizza che la polacca abbia ancora da imparare su una superficie relativamente nuova, nel senso che comunque la ventenne di Varsavia ha vinto Wimbledon juniores nel 2018. Il circuito maggiore, però, è una storia a parte. E se la Watson ha terribilmente difettato di esperienza, graziandola dalla sconfitta nonostante fosse in vantaggio 4-1, 40-0 e doppio break nel set decisivo, una Kasatkina sempre più ritrovata ha aspettato che l’ex regina del Roland Garros sfogasse il proprio slancio nel primo parziale per poi mandarla a lezione di come non si scivola e di come ci si piega sul verde e lasciandole un unico game fino a fine match. I pronostici con vista sui Championships non sorridono.
Belinda Bencic: 5
Arrivare in finale in un WTA 500, non portare a casa il titolo, dover subito salire sull’aereo e soffrire per il jet-leg: la Bencic aveva già avuto quest’esperienza tra Adelaide e Doha. Brucia, però, che Belinda avesse iniziato il proprio percorso a Eastbourne con una roboante vittoria in meno di un’ora ai danni di una Martic troppo passiva. Contro la Golubic, la svizzera non è stata aiutata dal servizio e nell’unico momento in cui era passata in vantaggio nel secondo set, non è riuscita a consolidare il break, innervosendosi con facilità irrisoria. Nonostante il passaggio a vuoto in Gran Bretagna, “Beli” resta l’under 25 che più digerisce l’erba: che sia una contender per Wimbledon?
Cori Gauff: 6
La kryptonite della Gauff? La Sevastova, brava a irretirla con un sorso della propria medicina, ossia la rimonta da una situazione di punteggio disperata. Ventiquattro ore prima, la statunitense era stata in grado di risalire da uno 0-6, 1-3 prima, 4-5 e 5-6 poi e 2-4 con break nel terzo set infine, contro una Mertens maestra di geometrie, ma non di killer instinct. Per questo motivo sui social imperversava il soprannome di “the comeback queen”. E invece contro la lettone la teenager di Atlanta ha sentito la pressione al momento di chiudere una partita e si è innervosita vedendo la vittoria sfilare via. Un atteggiamento ancora più comprensibile se ci si trova di fronte a una diciassettenne prodigio, un inciampo curiosamente strano se si pensa che le due avevano già giocato sfide speculari agli US Open 2020 e nel WTA 1000 di Miami. Una statistica aiuta a tornare in prospettiva: nel 2021 Coco ha comunque vinto 11 incontri su 15 finiti al parziale decisivo.
Karolina Pliskova: 4
Insufficienza non tanto dovuta alla prestazione contro la Giorgi, ma agli effetti che la sconfitta a Eastbourne ha avuto su una Pliskova che non era sembrata fuori dalla crisi neanche nel WTA 1000 di Roma (finale esclusa, ovviamente), figurarsi ora che non ha ancora vinto un match in stagione sull’erba – in teoria la superficie a lei più congeniale. Non riuscendo a difendere il titolo vinto a Eastbourne, Karolina uscirà dalla top ten per la prima volta dopo 230 settimane – era la seconda striscia più lunga attiva dopo lo streak di 367 settimane della Halep (ancora aperto). E dire che a inizio anno Kaja aveva scelto coach Bajin per tentare l’assalto a uno Slam.
Anastasia Pavlyuchenkova: 4,5
Mezzo voto in più per giustificare le difficoltà di transizione dalla terra rossa all’erba, ma dalla Pavlyuchenkova, che ora è una finalista Slam, ci si aspetta molto di più su una superficie che ne esalta il dritto e il rovescio piatti e pesanti. Invece, timida nel cercare la profondità, la russa è stata spazzata via da una Ostapenko che non deve essere pregata a tirare forte non appena subodora di averne la possibilità. Si ha l’impressione che 6-1, 6-3 finale non abbia restituito una fedele immagine di quali siano le prospettive e le ambizioni di Nastia a Wimbledon.
Kiki Bertens: 4
Era evidente che la Bertens non si fosse ripresa fisicamente dopo l’operazione al tendine d’Achille e che la frustrazione avesse lasciato spazio alla rassegnazione di non riuscire a competere con le top player. Per questo motivo, che l’olandese abbia annunciato il ritiro non più tardi di fine 2021 non sorprende. Se Kiki, però, cerca il canto del cigno, serviranno molta più spinta e grinta rispetto alla sconfitta contro la Rogers, non tanto perché la statunitense fosse stata ripescata come lucky loser, ma perché Shelby non ha esperienza sull’erba. Tardiva la reazione d’orgoglio nel secondo set, tragico il bilancio sulle palle break salvate (una su sei). In stagione, l’ex numero 4 del mondo ha vinto un unico match contro la sedicenne Jimenez Kasintseva, fuori dalle prime 700 nel ranking.
Marketa Vondrousova: 4
Forse per la Vondrousova sarebbe stato meglio iscriversi a Bod Hamburg, così da ritrovare fiducia nei propri mezzi in vista di un Wimbledon nel quale non sarà testa di serie, ma non vorrà essere incontrata da nessuno nei primi turni, non fosse altro che non si sa mai quando ritroverà la forma che la ha portata in finale al Roland Garros nel 2019. La ventunenne di Sokolov, invece, ha scelto di mettersi alla prova in un tabellone complessivamente ben più ampio ed è stata sorteggiata contro una Jabeur fresca di titolo a Birmingham. Il risultato? 6-3, 7-6 che non spiega il divario nelle statistiche. Sette ace e un doppio fallo Ons, zero ace e otto doppi falli Marketa. 3 palle break concesse dalla tunisina, 13 palle break concesse dalla ceca. Bisogna lavorarci su.
Samantha Stosur: 4,5
Copia e incolla dalla scorsa settimana: la Stosur cerca l’ultimo ruggito da ex-campionessa Slam, ma le energie fisiche non sembrano esserci. Contro una Golubic che però poi ha sgambettato anche la Bencic, l’australiana non è mai stata avanti nel punteggio, non si è mai procurata una palla break e, al contrario, ne ha concesse ben 14, spalmate su 9 turni alla battuta su 10 in tutta la partita. Per riuscire a superare un paio di turni a Wimbledon, Sam dovrà sistemare in fretta il servizio.
Svetlana Kuznetsova: 6
L’erba non ha mai sorriso in carriera alla Kuznetsova, ma chissà che per la russa non possa arrivare un acuto over 30 approfittando di segnali nel complesso incoraggianti arrivati dalla sconfitta contro una aggressiva Kontaveit. In campo per quasi due ore, Svetlana ha pagato un servizio dalle mille e uno bizze: otto ace, ma anche sette doppi falli e undici palle break concesse. La classe 1985 si è salvata soprattutto nel secondo parziale, nel momento in cui ha sperato di poter prolungare la propria permanenza in campo e completare la rimonta, ma nel terzo set ha smarrito la freddezza nel quinto e nell’ottavo game. Un crocevia decisivo, condizionante anche in risposta.
Paula Badosa: 4
L’erba non è la terra rossa: ne sa qualcosa la Badosa, che ha provato a mettere in campo il proprio tennis d’attacco, ma che, nonostante la grinta, si è lasciata travolgere dalla frenesia nel tiebreak decisivo contro una Svitolina tutt’altro che mentalmente solida. Transizione di superficie a parte, però, che la spagnola non sia stata in grado di subodorare le difficoltà di concentrazione di Elina e che abbia giocato un finale di partita costellato di errori non forzati di dritto, spinge a porsi una domanda amletica: “Che piano B ha Paula se il vincente proprio non vuole saperne di rimanere in campo?”. E ancora: “Perché non intervallare una risposta più interlocutoria a un rovescio aggressivo se dall’altra parte si vede una top five in difficoltà?”. Risposte che la ventitreenne iberica dovrà trovare in fretta prima di Wimbledon, dove sarà nuovamente testa di serie.
Marta Kostyuk: 5
A proposito di chi non ha un piano B al proprio tennis iper-aggressivo, la Kostyuk ha un po’ steccato la “seconda” sull’erba, dopo un debutto sulla superficie a Birmingham che almeno la aveva vista vincere un match. Di fronte a una Sevastova ripescata come lucky loser, ma che vale di più di una top 70 nel ranking WTA, l’ucraina ha provato a salvarsi annullando un match point nel tiebreak del secondo set, ma è stata immediatamente ricacciata indietro nelle proprie ambizioni di rimonta da una Anastasia che si è presa il break in apertura di terzo set e che non si è più voltata indietro. E poi, occhio al fattore seconda di servizio: il 30% di punti vinti è un’inezia sul verde.
Camila Giorgi: 8
Voto che premia la Giorgi per un torneo interpretato da top ten, surclassando in potenza Pliskova e Sabalenka e mostrando anche segnali di acume tattico – non è sembrato casuale che la marchigiana continuasse a rispondere nei piedi di Karolina e Aryna, che non sono fulmini di guerra in uscita dal servizio. Rimanesse sempre così concentrata, Camila sarebbe persino tra le favorite a Wimbledon – siamo sicuri che Svitolina, Pavlyuchenkova e Badosa non siano felici di saperla nel proprio lato di tabellone. Invece, nel momento in cui sembrava che il torneo fosse indirizzato verso Macerata, è arrivato il risentimento alla coscia, da monitorare proprio per non compromettere i Championships. La Kontaveit ringrazia: l’impressione è che sarebbe stata la prossima vittima.
Angelique Kerber: 9
Angie is back. A inizio 2021 la Kerber sembrava essersi lasciata andare mentalmente e la sfortuna nei sorteggi non aiutava a darle fiducia. Invece, incontrare ex campionesse Slam come Azarenka (nel WTA 1000 di Madrid), Kvitova (nel WTA 1000 di Madrid), Halep e Ostapenko (nel WTA 1000 di Roma) e di nuovo Azarenka (nel WTA 500 di Berlino), hanno aiutato la tedesca a ritrovare prima la voglia di competere ad alti livelli, poi anche la solidità fisica di cui ha bisogno per tramutare la difesa in attacco. D’altronde, senza solidità psico-fisica non si lasciano due game sia a Yashina che a Blinkova e non si rimonta un set sia alla Anisimova che alla Kvitova – tra l’altro nella stessa giornata. A quel punto, spinta dal pubblico di casa, la mancina di Brema era sulla cresta dell’onda, inseguendo quel titolo WTA che non arrivava dal 2018. Anzi, i cinque game lasciati alla Siniakova in finale si devono a qualche balbettio di troppo al servizio. Ora occhi puntati in vista di Wimbledon.
Katerina Siniakova: 8
Se anche la Siniakova avesse seguito le orme della compagna di doppio Krejcikova e avesse vinto un WTA 250 alla vigilia di uno Slam, per scaramanzia ci si sarebbe affrettati a scommettere un paio di Euro su di lei per i Championships. Ironia a parte, se la ceca giocasse ogni torneo così, varrebbe ben più di un ranking da numero 75 del mondo in singolare. Incisiva con il dritto e con il rovescio e sensibile a rete, Katerina ha rimontato un break di svantaggio al terzo set a una Pegula in gran forma, ha spento le velleità di una Siegemund un po’ trattenuta e ha disinnescato la generosa corsa di una Sorribes Tormo che ha provato ad adattare la superficie al proprio tennis e non il proprio tennis alla superficie. Il coraggio non ha pagato in finale contro una Kerber robottica, ma la Konta non dovrà sottovalutare la venticinquenne di Hradec al primo turno di Wimbledon.
Petra Kvitova: 8
Voto alto perché se è vero che a Bod Homburg non si è vista la miglior Kvitova, se non altro Petra ha dato l’impressione di esserci comunque con il fisico e di aver quasi completamente recuperato dallo sfortunato infortunio alla caviglia occorsole in conferenza stampa al Roland Garros. Il servizio va calibrato meglio – sette doppi falli contro la Kerber, di cui almeno quattro in momenti sanguinosi, rischiano di essere ancora più fatali a Wimbledon – e la freddezza non è mai stata una specialità della casa, ma se la ceca si accende in risposta, il sogno di un terzo titolo a Londra è più che concreto. E in fondo, in Germania, la sconfitta non è arrivata contro Piter o Li, brave comunque a strapparle un set, o contro una Podoroska inesperta sull’erba, ma contro una Angie rivitalizzata e che ha vinto anche lei i Championships. E se questa fosse la finale tra due settimane?
Nadia Podoroska: 6,5
Mezzo voto in meno per la pessima gestione di tiebreak contro la Kvitova, un errore da rookie che ha impedito alla Podoroska di raggiungere la prima semifinale nel circuito maggiore sull’erba. Però in effetti l’argentina è una rookie sulla superficie e i match contro Guth e Tig non potevano essere granché indicativi. Contro la tedesca, Nadia ha beneficiato di un numero importante di doppi falli (nove) e di errori in risposta, mentre contro la rumena, la ventiquattrenne di Rosario si è complicata la vita da sola, diventando lei una macchina di doppi falli (otto), bilanciati però con un buon numero di ace (sempre otto). Contro Petra l’iper-aggressività può pagare per un match point (o quattro), ma una pluri-campionessa di Wimbledon se rimane in partita poi trova la soluzione.
Amanda Anisimova: 6,5
Classica Anisimova: la statunitense sembrava essere arrivata a Bod Homburg in vena di sfracelli. I dettagli? 6-2, 6-1 in 51 minuti alla Kovinic e agevole 6-1, 7-5 in poco più di un’ora alla Petkovic. Di fronte alla Kerber, prima rivale temibile da classifica, la statunitense aveva ripreso da dove si era interrotta 48 ore prima: 6-2 in meno di trenta minuti e vincenti carambolati da ogni lato di campo. E poi? Al primo break subito, in modo un po’ inaspettato, Amanda ha perso la sensibilità sia con il dritto che con il rovescio, ostinandosi con gli uno-due che non fruttavano punti e non tentando neanche un back interlocutorio che forzasse la tedesca all’errore. Inesperienza, ma rimane anche la sensazione che la teenager di Freehold si scoraggi con troppa facilità.
Alize Cornet: 7
La Cornet ha perso una partita che aveva in pugno, sprecando persino un match point sul 6-5, 40-15 con un doppio fallo – beffardamente l’unico in tutto il match – ma, insieme alla Azarenka, è stata protagonista di una tra le sfide più lottate del 2021. Coraggiosa sulla seconda di servizio della bielorussa e motorino da fondocampo, la transalpina si è davvero illusa di poter riequilibrare almeno per un soffio uno tra gli head to head più sbilanciato del circuito, che adesso recita 8-0 per Vika. Perché Alize non è riuscita a completare l’opera? Per gli usuali dubbi che si affollano in testa e perché da sempre difetta di killer instinct, anche davanti a una rivale infortunata. Se è in forma e in fiducia, però, la francese, riscopertasi a proprio agio sull’erba va temuta a Wimbledon.
Andrea Petkovic: 6
In virtù di una vittoria di esperienza e di personalità contro una Cirstea stanca dopo le fatiche di primavera, si poteva chiedere alla Petkovic di ripetersi contro una Anisimova che per ora in stagione – WTA 1000 di Miami a parte – non aveva dato segnali positivi nell’atteggiamento in campo? Forse sì, ma la statunitense, svegliatasi in giornata, ha dimostrato di essere più fresca fisicamente, più lucida nelle scelte tattiche e anche a proprio agio sull’erba sia al servizio che nel timing in risposta soprattutto con il rovescio. In compenso, la tedesca si incoraggi: con un po’ di fortuna nel sorteggio, Wimbledon potrebbe regalarle qualche soddisfazione in più del previsto.
Clara Tauson: 5
Unica attenuante: che la Tauson non abbia mai giocato un match sull’erba nel circuito maggiore. La danese, però, non sembra aver iniziato il proprio ambientamento sul verde sotto le migliori premesse. Il match contro la Blinkova non era impossibile in termini di ranking e di caratteristiche di gioco, proprio perché nei mesi scorsi Clara aveva impressionato sul cemento per pesantezza di dritto e rovescio. Invece, annullati due set point nel primo parziale e trascinata la russa al tiebreak, la Next Gen di Copenhagen si è mostrata in tutta la propria inesperienza lì quando doveva sfruttare l’inerzia a favore. Più che nei successivi due set, la partita si è decisa in quel momento.
Martina Trevisan: 5,5
Nel bilancio tra una prima volta in carriera sull’erba e una partita che non sembrava così proibitiva contro la Sorribes Tormo, proprio perché anche la spagnola non si esprime al meglio sul verde, la Trevisan non si riterrà totalmente soddisfatta. Al netto di una promettente reattività in risposta, se la toscana vuole togliersi qualche soddisfazione ai Championships – e sappiamo che negli Slam Martina si esalta – sarà più che necessario sistemare il servizio, tanto più che sul verde non si prescinde da questo fondamentale. Essere 4-2 e break nel primo set e perderlo per 6-4, inevitabilmente cambia l’economia di una partita più su grass più che su qualsiasi altra superficie.
Michela Curcio