Diciamolo francamente: perdere non piace a nessuno. Esiste, però, una dignità nel fallimento che deriva dalla consapevolezza di aver dato tutto e di essersi arresi a un avversario che è stato migliore o anche semplicemente più meritevole di te, oltre ogni fortuna e oltre ogni “what if”. Ne sa qualcosa Matteo Berrettini: seduto sulla panchina a bordocampo, subito dopo aver perso la finale di Wimbledon, lo Slam degli Slam, si è concesso un momento di emozione e di delusione, poi si è alzato, ha ricevuto dai reali di Inghilterra il canonico piatto di chi ha perso la partita e, con un grosso e sincero sorriso, ha ringraziato il pubblico e ha promesso a se stesso prima e ai tifosi poi, di riprovarci ancora, perché non è detto che una sconfitta sia una pietra tombale per la carriera. Piuttosto essere arrivati a un passo dal traguardo potrebbe rivelarsi un ulteriore sprone nella corsa verso quello Slam che non è più una utopia per l’Italia. Utopia sarà, invece, quell’ormai irritante “it’s coming home” che ci perseguita ormai da 55 anni, se l’Inghilterra – e il suo popolo – persevereranno nell’atteggiamento avuto sia prima che iniziasse la finale degli Europei contro la Nazionale, sia durante la cerimonia di premiazione dopo la beffa ai rigori. Fischiare l’inno di Mameli prima, togliersi la medaglia d’argento dal collo poi: la baby squadra di Southgate sarà anche multietnica e inclusiva, ma ha dimostrato di essere anche immatura e impulsiva nell’accettare che la strada verso un traguardo possa essere lastricata di inciampi anche per chi si sente baciato dall’aura della predestinazione. Il risultato? Kane e compagni si sono resi protagonisti di un metaforico autogol quasi grottesco, un po’ come se la sconfitta fosse patetica e ingiustificata e non ci fosse nulla da imparare. Il che non è esattamente il modo migliore sia di sopportare la delusione, sia, soprattutto, di costruire un ciclo e una mentalità vincenti. Citofonare a Mancini. Oppure a Berrettini che, in tribuna con la fidanzata Ajla a Wembley, già aveva dimenticato il dispiacere a Wimbledon, festeggiando, sugli spalti prima e in campo poi, i connazionali che gli avevano restituito il buonumore in fretta.

Michela Curcio

Articolo pubblicato su “Parola di Vita” in data 15/7/2021