“Chariots of fire” come la canzone colonna sonora di un film, “Momenti di gloria” che più di tutti dice “Olimpiadi” nell’immaginario comune.

Tokyo 2020 per convenzione linguistica, Tokyo 2021 da calendario: non importa, perché la rassegna a cinque cerchi, da sempre, è momento di patriottismo universale.

La storia comincia nel lontano 776 a.C. quando a Olimpia, in Grecia, ci si sfidava in gare di corsa, pugilato, lotta e pentathlon: eventi dedicati a Zeus e talmente sentiti che in quel periodo di competizione agonistica agguerrita, ma leale, persino i conflitti tra “polis” si fermavano. Nacque così l’idea di “tregua olimpica”, lo schiaffo in faccia tirato dallo sport alla guerra.
Il concetto di “Giochi” raggiunse l’apice tra il VI e il V secolo a.C. quando le discipline olimpiche salirono a venti e alla manifestazione venne data una scansione temporale di quattro anni. Ed è proprio da qui che arriva la distinzione tra Olimpiade (l’intervallo di tempo tra un’edizione
e un’altra) e Olimpiadi (la rassegna vera e propria). Niente inclusività, però: la partecipazione alle gare era riservata a chi vantava antenati greci, ma soltanto i membri delle classi sociali più facoltose avevano il tempo sufficiente per dedicarsi agli allenamenti. Inoltre, dall’evento erano esclusi schiavi, barbari, assassini, sacrileghi e donne. Un mondo spesso soggetto a cataclismi che si teneva in precario equilibrio grazie a una finestra di agonismo: inevitabile che, con la progressiva conquista della Grecia da parte di Roma, le Olimpiadi perdessero importanza. In principio sorsero problemi legati alla sicurezza delle manifestazioni, poi, lentamente, emersero magagne di corruzione. La storia, quindi, riprende quasi due millenni dopo: già nel XVII secolo in Inghilterra si teneva un festival sportivo che prendeva il nome dai leggendari Giochi. Un esempio seguito anche da Francia e Grecia, fin quando, a metà del XIX secolo, un gruppo di archeologi tedeschi scoprì le rovine dell’antica Olimpia. Era tempo di chiedere al mondo un revival. L’uomo che riuscì nell’impresa risponde al nome di Pierre de Coubertin. Il barone francese forse non partì da un ideale nobile – cercava infatti una spiegazione alla sconfitta nella guerra franco-prussiana nel 1870-1871 – ma
si convinse presto di come lo sport potesse unire le nazioni oltre ogni mira di conquista. Nel 1892, anno in cui si celebrava il quinto anniversario dell’Unione delle Società francesi degli sport atletici, De Coubertin chiese il rilancio dei Giochi olimpici, ma senza successo. Pierre, però, non si arrese e ci riprovò nel 1894, durante un congresso presso l’Università della Sorbona a Parigi.
Questa volta ci riuscì: due anni dopo, nel 1896, si ripartì da Atene, per le prime Olimpiadi dell’età contemporanea. Fin da subito i Giochi furono un successo: con 241 atleti, furono – per l’epoca, chiaramente – il più grande evento sportivo internazionale mai organizzato.


Una rassegna a cinque cerchi su tutte? L’edizione tenutasi a Città del Messico nel 1968.
Dieci giorni prima di dare
il via alla manifestazione, il 2 ottobre 1968, nella Piazza delle tre culture, un gruppo di studenti manifestò pacificamente contro la grossa spesa sostenuta dal presidente Gustavo Diaz Ordaz per costruire gli impianti sportivi a norma. In risposta, l’esercito sparò ad altezza d’uomo. Nono- stante l’indignazione popolare, il presidente del CIO, Avery Brundage, si adoperò perché il programma olimpico seguisse la regolare scansione. Così, durante
la cerimonia di apertura, gli studenti fecero volare un uccello e un aquilone a forma di colomba nera sul palco presidenziale: una reazione a un atto percepito come una repressione. Repressione alla quale non si piegarono Tommie Smith e John Carlos: durante la cerimonia di premiazione dei 200 metri piani, i due statunitensi alzarono il pugno chiuso guantato in nero in segno di protesta contro il razzismo e ascoltarono l’inno nazionale americano con il capo chino, tenendo gli occhi fissi sulle proprie medaglie. Un atteggiamento analogo venne adottato anche dalla ginnasta ceca Vera Caslavska che, dopo aver vinto la medaglia d’oro nel corpo libero, rifiutò di guardare la bandiera dell’URSS a seguito dell’invasione sovietica della Cecoslovacchia.

Il gesto le costò un ritiro forzato dalle competizioni e il divieto di viaggiare per 12 anni.Oggi, le imminenti Olimpiadi di Tokyo 2020 prevedono un programma di 33 sport per un totale di 50 discipline divise in 339 eventi – ossia 339 chance di una vita per atleti che sognano la medaglia d’oro.L’Italia si presenterà ai nastri di partenza con 384 alfieri, uomini e donne che onoreranno il Tricolore e l’Inno di Mameli. Quattrodi loro avranno il compito di portare in alto ancheil nome della Calabria: si tratta di Giovanni Tocci, il tuffatore di Arcavacata alla seconda esperienza olimpica dopo Rio de Janeiro 2016 e che sarà impegnato sia nelle gare in sincro che in quelle individuali, Simone Alessio, il classe 2000 di Catanzaro che gareggerà nel taekwondo, il pallavolista di Rossano Daniele Lavia e il vibonese Antonio Valentini, vice-allenatore sempre della squadra di volley.

Michela Curcio

Articolo pubblicato su “Parola di Vita” in data 22/7/2021