Gli occhi intensi, fanciulleschi e pieni di lacrime, la mano che chiede indietro il microfono. “So che questo giorno è particolarmente straziante per gli Stati Uniti. Volevo soltanto dire che spero di poter essere forte e resiliente come lo è stata New York negli ultimi 20 anni. Grazie per avermi supportato e tifato. Vi voglio bene”: parole di Leylah Fernandez, finalista agli US Open, 19 anni, che non era ancora nata l’11 settembre 2001, la data che ha segnato il ventunesimo secolo prima ancora che iniziasse, il giorno in cui il mondo intero ha dato una nuova definizione alla parola terrorismo nel momento in cui le Torri Gemelle, simboli di vivacità culturale e di strapotere economico, sono crollate come carta velina dopo l’attacco di Al Qaeda. Storie di cui la teenager Leylah non ha ricordi per chiari motivi anagrafici. Storie che non conosce neanche Emma Raducanu, l’altra “bimba terribile”, la diciottenne che ha scritto la storia diventando la prima a vincere uno Slam partendo dalle qualificazioni. E così, alla fine, “it’s coming home”, come non avveniva dai tempi di Virginia Wade a Wimbledon nel 1977.
Niente appuntamento con la leggenda per Novak Djokovic, invece. Nel giorno in cui già si preparavano i titoli di giornale celebrativi per il serbo, la paura prima e Daniil Medvedev poi hanno rovinato la festa a “robot Nole”. La crepa di umanità che si era intravista alle Olimpiadi contro Alexander Zverev – uno che di pianti sull’Arthur Ashe se ne intende – è riemersa con ancora più prepotenza contro il russo, a cui va il merito di aver compreso il momento, una qualità non così scontata persino per il numero 2 nel ranking. E così, altre lacrime, di chi ha perso un sogno che forse non tornerà, di chi si è scoperto amato nella debolezza dopo aver passato un decennio a provare a essere amato nella forza. Si scrive sport, si legge vita. Nella città in cui tutto può succedere, nello Slam in cui tutto può succedere.
Michela Curcio
Articolo pubblicato su “Parola di Vita” in data 16/9/2021
