Che stagione, che partite, che tennis. Sarà impossibile dimenticare le storie di un 2021 leggendario: da Djokovic solo contro tutti alla conquista, poi fallita, del Calendar Golden Slam, alle ambizioni di leadership nutrite da Medvedev, Zverev e Tsitsipas, fino alle imprese di Sinner e Berrettini, rispettivamente il più giovane italiano di sempre ad entrare tra i primi dieci nel ranking ATP e il primo italiano in assoluto ad arrivare in finale a Wimbledon.
Tra tutti i match che mi hanno tenuto compagnia e che mi hanno emozionato, ne ho scelti quaranta, per una classifica, anzi, un viaggio, lungo un anno.
40. ATP 250 Parma, 1° turno – Flavio Cobolli df. Marcus Giron: 3-6, 7-6 (8-6), 7-6 (7-4)
“Un altro talentuoso teenager italiano”: così si diceva su TennisTV dopo la prima vittoria di Flavio Cobolli nel circuito maggiore. Una vittoria arrivata contro lo statunitense Marcus Giron, onesto ribattitore la cui stagione si ricorda per guizzi particolari, ma che è stata sufficientemente buona da garantirgli un posto in top 100 a fine anno. Fuori dai primi 400 nel ranking ATP prima di ricevere un invito per giocare a Parma, Cobolli ha bisogno di quaranta minuti per adattarsi in campo. Dopodiché, perso il primo parziale, paradossalmente sembra destinato a vincere il match. Dritto, rovescio, smorzata, da un lato all’altro, scegliendo sempre il momento giusto per rischiare, anche senza ricevere punti gratuiti dal servizio. La terra rossa aiuta gli intelligenti, si sa. La partita finisce 6-3 al terzo set? Neanche per sogno. Al momento di chiudere il match, l’incantesimo si spezza: in fondo Flavio ha soltanto 18 anni. Il teenager di Firenze subisce il controbreak a trenta, spreca tre match point in risposta, subisce un altro break a zero, si trova sotto di tre match point. Spinto dall’adrenalina e dall’incoscienza, riesce a rifugiarsi nel tiebreak. Tiebreak che vince giganteggiando in risposta, da veterano. Il nastro fortunato sul finale non cambia il giudizio complessivo: che sia nata una stella?
39. US Open, 1° turno – Andreas Seppi df. Marton Fucsovics: 2-6, 7-5, 6-4, 2-6, 7-6 (15-13)
Un capolavoro di abnegazione, perché a volte voler vincere è più importante di avere le energie per vincere. Il 2021 di Fucsovics è terribilmente sottovalutato. I momenti migliori? La finale a Rotterdam, fermato soltanto dal vero Rublev, non dalla versione sbiadita di fine stagione, e i quarti di finale a Wimbledon, sconfitto forse dal più forte di sempre, da Novak Djokovic. Seppi, che non è mai stato appariscente in carriera, figurarsi oggi, risponde con la vittoria contro Auger-Aliassime al Roland Garros e la semifinale a Eastbourne, in ricordo di un tempo neanche poi così lontano in cui gli italiani a proprio agio sull’erba erano una rarità. A New York nessuno vuole sprecare tempo, in fondo la Grande Mela è la città che non dorme mai. Ci si augura che la partita tra un trentasettenne ormai stanco fisicamente e un trentenne dal piano tattico un po’ troppo convenzionale finisca per essere lineare e di breve durata. Per un set e mezzo la promessa sembra destinata a essere mantenuta: Seppi insegue, insegue e non riesce mai neanche a essere incisivo in risposta. Poi, però, come da classico assioma sportivo, da una chance sprecata, ossia la palla break non sfruttata da Fucsovics sul 5-5, arriva una chance concretizzata, ossia il break confezionato nel game successivo che vale l’equilibrio sostanziale. Il canovaccio si ribalta e Seppi inizia a collezionare rimpianti potenzialmente fatali: si guadagna un break di vantaggio nel quinto set, salvo restituirlo in un battito di ciglia, poi si procura un match point in risposta senza dover andare al tiebreak – agli US Open non si va a oltranza, il che è un crimine capitale. Si diceva, il tiebreak: 15-13, per un totale di 28 punti, di cui 10 in forma di match point, di cui 3 in forma di match point al servizio. L’epos a volte si scrive anche su un campo periferico.
38. ATP 250 Anversa, 2° turno – Jannik Sinner df. Lorenzo Musetti: 7-5, 6-2
Da un altoatesino più vicino ai quarant’anni che ai trenta, a un altro altoatesino di venti anni più giovane. Più un altro italiano, nato più o meno cinquecento chilometri più giù, nella città famosa per le cave di marmo da cui Michelangelo Buonarroti si è rifornito per scolpire “La pietà”. La meglio gioventù d’Italia ha i nomi di Jannik Sinner e Lorenzo Musetti. Glaciale, sempre misurato, apparentemente imperturbabile il primo; passionale, estroso ed emotivo il secondo. Rovescio a due mani ed esplosività da fondocampo il primo; rovescio a una mano e creatività il secondo. Espressione di un tennis moderno e fisico il primo; ultimo baluardo un tennis meravigliosamente vintage il secondo. Sui social network il nuovo sport nazionale sembra essere metterli l’uno contro l’altro. Sminuire Jannik per esaltare Lorenzo, sminuire Lorenzo per esaltare Jannik. Sottolineare le sconfitte di uno per mettere in luce i successi dell’altro, criticare i comportamenti di uno per prendere a esempio l’altro. Sinner e Musetti si erano già incrociati a Roma nel 2019: in palio una wild card per entrare nel tabellone principale. Aveva vinto Jannik, annullando un match point a Lorenzo. Abbracciati a rete, però, entrambi probabilmente avevano avuto la sensazione che la loro “prima volta” fosse stata semplicemente un’amichevole, un antipasto, una partita per “bambini”. Ad Anversa Sinner e Musetti sono ormai uomini. L’altoatesino è esploso per primo: insegue l’ingresso in top ten, la partecipazione alle ATP Finals di Torino, i record di precocità e i sogni che non pensava di avere. Il toscano ha mostrato lampi di genio tra Acapulco e il Roland Garros, ma poi si è smarrito tra dubbi esistenziali e problemi di cuore: nulla che non sia successo ai teenager di tutto il mondo e di tutte le epoche. La partita dura un set, il primo, vinto da Sinner di esperienza – una parola che non è usata con ironia. Il tennis italiano non è mai stato in mani migliori di così.
37. ATP 500 Queens’, finale – Matteo Berrettini df. Cameron Norrie: 6-4, 6-7 (5-7), 6-3
Il primo italiano a trionfare nel Club della regina, il primo a riuscirci da testa di serie numero 1 dal 1985, anno in cui un tale Boris Becker poi vinse Wimbledon da teenager neanche un mese dopo. Berrettini si presenta al Queens’ con i favori di pronostico, ma accompagnato dal pregiudizio secondo cui siamo un popolo di buongustai, di impiccioni e di “terraioli”. Il romano si sente a proprio agio sul verde ben oltre i vantaggi che derivano da un servizio che spesso sfiora i 220 km/h. Incredibilmente per un tennista alto un metro e novantasei, sembra che le fragili ginocchia di Matteo siano state costruite per piegarsi sui prati e sembra che il suo slice al veleno, unico dono di natura dal lato del rovescio, sia un’arma letale sull’erba. In finale Berrettini si trova di fronte Cameron Norrie, britannico, ma di origini sudafricane, dal tennis strano, ma efficace. “Cam” aveva giurato a gennaio di potersi avvicinare alla top ten. A giugno sembra più che mai intenzionato a mantenere la promessa. Già archiviate le vittorie contro Murray ed Evans, per Matteo è ghiotta la tentazione di chiudere il torneo beffeggiando chi, sventolando la Union Jack, vuole importare “it’s coming home” anche nel tennis. Sul 4-4 nel secondo set, l’italiano si guadagna due palle break, che però non sfrutta. La beffa sembra dietro l’angolo, specialmente perché Norrie vince il successivo tiebreak grazie a un unico mini-break in apertura. Vi immaginate perdere una finale senza offrire palle break? Sul 3-3 nel terzo parziale la situazione si ripete: altre due chance non sfruttate. Si va avanti spalla a spalla, 4-3 Matteo, 40-0 Cameron. Da lì in poi il britannico non vincerà più un punto.
36. ATP 250 Melbourne 1, semifinale – Jannik Sinner df. Karen Khachanov: 7-6 (7-4), 4-6, 7-6 (7-4)
Vincere un torneo dopo essere stato sotto di un match point: niente di strano se si parla di Novak Djokovic o Rafa Nadal, straordinario se il protagonista si chiama Jannik Sinner, che non ha ancora compiuto 20 anni e che, soprattutto, è patrimonio d’Italia. Chiedersi quali siano le prospettive di un teenager che ha chiuso il 2020 mettendo in bacheca il primo titolo ATP sembra quasi pretestuoso a inizio stagione. Nel frattempo in Australia l’emergenza coronavirus esiste, ma non esiste, grazie a regole draconiane che hanno contribuito a creare un ecosistema felice, ma al prezzo di lockdown esasperati ed esasperanti per ogni tampone che ritorna positivo dopo le analisi in laboratorio. Le vittorie di Sinner contro Vukic, Bedene e Kecmanovic sono un patrimonio praticamente acquisito in partenza, tre sgambate defaticanti durante le quali l’altoatesino non perde neanche un set. Khachanov, invece, è il primo vero test in stagione, perché il russo è un ex numero 8 nel ranking ATP e ha vinto un Masters 1000 nel 2018. Jannik spreca un set point sul 5-4 nel primo parziale, subisce un break subito dopo e come reagisce? Immediato controbreak salvando un set point, e successivo tiebreak vinto con attenzione irreale. Sul 4-3 nel secondo set, però, il meccanismo si blocca: si chiama inesperienza. Incredibile, ma vero, a diciannove anni si ha ancora molto da imparare. E di nuovo, sul 5-4 e servizio nel terzo parziale, in una situazione a specchio come nel primo set, non è sufficiente un margine di 30-0 per abbreviare la partita. L’orologio segna 180 minuti. Tre ore di guerra. Due game dopo arriva il primo match point, ma non per Sinner. Un normale teenager avrebbe messo la racchetta in borsa, psicologicamente stremato. Invece l’altoatesino risponde “dritto per dritto”, letteralmente. Non serve aggiungere come va a finire al tiebreak, ma serve dire come finisce il torneo: con la vittoria di Jannik in finale contro il connazionale Stefano Travaglia. E non importa se il partito di chi «Voglio tutto subito», si prenderà il lusso di criticarlo per la sconfitta al debutto agli Australian Open contro Shapovalov. Meglio sentirsi traditi da un sorteggio beffardo e dalla stanchezza.
35. ATP 250 Santiago del Cile, 1° turno – Frances Tiafoe df. Nicolas Jarry: 7-6 (9-7), 6-7 (7-9), 7-6 (9-7)
Abolite la stagione sudamericana sulla terra rossa, dice qualcuno. A essere sincera, non so quale sia il senso di giocare in anticipo di due mesi su una superficie che impegna i top player soltanto ad aprile. Eppure, il match tra Tiafoe e Jarry potrebbe essere una risposta in direzione ostinata e contraria. Già la premessa è motivo di discussione: il cileno sta cercando di tornare ad alti livelli dopo una squalifica di quasi un anno per doping. Un cileno a Santiago del Cile: che dite, non si merita una wild card? Per chi crede nella “cancel culture”, ovviamente no. Un po’ come se il destino volesse rinfacciare la scelta agli organizzatori, la partita si snoda su tre tiebreak, tutti e tre conclusosi 9-7. Jarry, che è ancora arrugginito, ma che conosce alla perfezione le caratteristiche di un campo in altura, adotta uno stile di gioco intriso di tatticismo: martellare al servizio. Metterà a segno 29 ace (neanche fosse Isner) e nove doppi falli (fisiologici), oscurando un Tiafoe che si difende con 13 ace e quattro doppi falli. Nei primi due tiebreak chi è rimasto a mani vuote ha avuto la possibilità di concretizzare almeno una chance: il cileno ha un set point sul 7-6 nel primo parziale, lo statunitense addirittura ha quattro match point sparpagliati tra il dodicesimo game del secondo set e il successivo tiebreak. Di match point gliene serviranno altri tre, prima di risolvere una partita ormai diventata uno psicodramma.
34. Wimbledon, 1° turno – Nick Kyrgios df. Ugo Humbert: 6-4, 4-6, 3-6, 6-1, 9-7
Che Ugo Humbert sia un ragazzo di rara educazione e sportività sarà sembrato evidente nel momento in cui, più o meno cinque minuti dopo aver vinto ad Halle, scopre di essere stato sorteggiato contro Nick Kyrgios a Wimbledon e invece di maledire il sorteggio infame, pubblica una Instagram Story in cui si diceva entusiasta per il bis dopo gli Australian Open. Nick, al primo torneo non in Australia più o meno dopo un secolo, accetta felice il guanto di sfida – una rarità in stagione: il risultato è una partita lunga cinque set, di cui il quinto ovviamente proseguito quasi a oltranza e finito 9-7 per l’ex numero 13 al mondo. Niente match point non sfruttati da rivivere ancora e ancora: per Humbert il rimpianto ha la forma di un’amnesia paralizzante. Sul 7-7 il mancino di Metz si trova sotto 0-40 in un amen. Reagisce senza tremare nei primi due punti, ma poi crolla nel terzo. Nel game successivo, però, l’australiano è chiamato a rimontare anche lui dal 15-40. Esiste una leggenda secondo la quale nel tennis i francesi sono particolarmente inclini al “je regrette” – dimenticatevi di Edith Piaf. Inutile avere rimorsi di fronte al rovescio lungolinea di Kyrgios, ma è normale che Humbert si chieda perché non sia riuscito a sconfiggere un avversario fuori forma ed emotivamente instabile. Ugo chiuderà il 2021 con cinque sconfitte di fila. A settembre. Come Nick. Che peccato.
33. ATP 250 Anversa, 1° turno – Andy Murray df. Frances Tiafoe: 7-6 (7-2), 6-7 (7-9), 7-6 (10-8)
Tre ore, quarantacinque minuti, match point non sfruttati da un lato e dall’altro, per un altro capitolo di una storia a firma di Andy Murray, l’uomo con un’anca metallica. Lo scozzese arriva ad Anversa furioso con se stesso più che con i sorteggi. A Indian Wells Sir Andy ha sconfitto il nuovo “nino de Espana” Carlos Alcaraz che, potrebbe essere suo figlio, ma poi non ha concesso il bis contro quell’Alexander Zverev che non gli sta simpatico e con cui, un po’ per caratteristiche tecnico-tattiche, un po’ per la maggiore esperienza, ritiene di potersela giocare se aiutato dal fisico, un po’ come era avvenuto a Cincinnati nel 2020. Per Murray la sfida contro Tiafoe è un cubo di Rubik: in campo Frances sarà creativo o svogliato? Primo paradosso: tutti e tre i set durano più di un’ora. Secondo paradosso: le statistiche non si spiegano: Sir Andy mette a segno 21 ace e 4 doppi falli, ma regala anche 10 palle break. Terzo paradosso: più che per i match point non sfruttati o non salvati, la partita probabilmente si decide due ore prima di “game, set and match”. Sul 6-5, 40-30, nel primo set, infatti, Tiafoe si auto-sabota con un sanguinoso doppio fallo. Altro momento highlights: sul 5-4, 30-40, sempre nel primo set, lo statunitense tenta una smorzata neanche poi così malvagia, ma Murray si traveste da centometrista e si guadagna il controbreak. Smorzata mancata, smorzata subita: sul secondo match point a favore, il tocco di Sir Andy va perfettamente dove deve andare. E per “Big Foe” non è sufficiente avere un’ottima reattività nelle gambe. Per una partita così, serve una corsa “bionica”.
32. Australian Open, 3° turno – Dominic Thiem df. Nick Kyrgios: 4-6, 4-6, 6-3, 6-4, 6-3
Impossibile non avere nostalgia di un Thiem in versione deluxe con il coraggio e la freddezza degni di un vincitore di uno Slam. L’austriaco arriva in Australia da favorito per tornare a casa con un altro Major. E Djokovic? Melbourne è un feudo che non tradisce mai, ma non è detto che il serbo abbia metabolizzato la squalifica agli US Open. E Medvedev? Il russo è davvero a proprio agio sul cemento, ma a inizio anno sembra sempre essere arrugginito fisicamente. Il destino, però, decide che Thiem non deve avere vita facile in Australia. Kyrgios sarà anche terribilmente fuori forma, ma ha momenti di genio e sregolatezza, anzi, di onnipotenza tennistica, con i quali ha annullato due match point al secondo turno contro Humbert. Domi e Nick non si sono mai davvero incrociati in campo: Una volta avevano giocato sette game a Nizza, nel 2015, un’epoca fa, prima che l’australiano si ritirasse. Un’altra volta avevano promesso di darsi battaglia in Laver Cup nel 2019, prima che arrivasse il forfait in casa “Team World”. “Third time is a charm” soprattutto per Kyrgios che per due set surclassa l’austriaco di dritto e si prende il lusso di “scherzarlo” con un servizio dal basso a suggellare il doppio 6-4. Poi, però, ci si cambia d’abito e di fondamentali. Thiem ritrova il rovescio, soprattutto in lungolinea, e inchioda l’australiano a scambiare da fondocampo, lì dove l’estro un po’ viene penalizzato. I tweener non sorprendono più, le energie iniziano a venire meno e il pubblico non ha più voglia di tifare. Mostrate la partita ai bambini e chiedetegli come vogliono essere da grandi: volenterosi e umili come Dominic o fantasiosi, ma fumosi come Nick.
31. Masters 1000 Miami, semifinale – Jannik Sinner df. Roberto Bautista Agut: 5-7, 6-4, 6-4
«Tu non sei umano», aveva detto Alexander Bublik al nostro enfant prodige Sinner dopo il loro match nei quarti di finale a Miami. Chissà cosa avrà pensato guardando in televisione la vittoria di Jannik in semifinale contro Roberto Bautista Agut, IL regolarista per antonomasia nel circuito ATP, “la roccia”, che poi sarebbe il soprannome attribuitogli da Roger Federer durante la Laver Cup nel 2019. Di fronte a chi non sbaglia mai una scelta, a chi non si spazientisce mai e a chi, senza fondamentali fenomenali, ha costruito una carriera da top ten ed è versatile su ogni superficie, sembra inevitabile smarrire la bussola, travolti dallo sconforto esistenziale. Succede sempre a Daniil Medvedev, che non ha mai vinto in carriera contro lo spagnolo. A volte succede persino a Novak Djokovic, rimontato a Doha e Miami nel 2019 e costretto a soffrire a oltranza tra Wimbledon e Cincinnati nei successivi dodici mesi. Perché, quindi, criticare Sinner per aver sentito la pressione sul 5-5 nel primo parziale? Salto temporale: il tasto “play” ci porta nel settimo game del secondo set, il game che si vince psicologicamente più che fisicamente. Jannik finisce 0-40 in un attimo: potenzialmente la partita si avvia a conclusione. Invece, messo di fronte a una situazione da “dentro o fuori”, il diciannovenne altoatesino sceglie di rimanere dentro al match: vincente di rovescio apparecchiato da un paio di back al veleno, volee al cardiopalma e contrattacco di rovescio dal lato di campo scoperto. Il pubblico chiede il bis e viene accontentato: sul 5-4 nel terzo set Bautista Agut riceve in regalo tre rovesci imprendibili, tutti che si stampano sulla stessa mattonella. Lo spagnolo era stato avanti di un break neanche un quarto d’ora prima.
Michela Curcio