Dieci preferenze svelate, trenta ancora da scoprire: la seconda parte di una personale classifica, anzi, di un viaggio, lungo un anno.

30. ATP 250 Doha, 2° turno – Roger Federer df. Dan Evans: 7-6 (10-8), 3-6, 7-5

Qualsiasi graduatoria di fine anno senza Roger Federer sembra un’eresia, anche se “il maestro” ha compiuto quaranta primavere l’8 agosto, anche se “il Re” ha giocato soltanto quattordici partite nel 2021, vincendone appena nove. Tra le partite comunque meritevoli di menzione, come le sfide finite in lotta contro Cilic e Koepfer al Roland Garros e i lampi di classe contro Norrie e Sonego a Wimbledon, impossibile non scegliere il 10 marzo, il C-day, “c” come “comeback”, come rientro. Roger è arrugginito, i piedi si muovono con rapidità sorprendente per un quarantenne che arriva da un intervento in artroscopia al ginocchio, ma in modo confusionario per chi ha vinto 20 Slam. Le risposte steccate di rovescio vanno in doppia cifra dopo un numero di game fin troppo basso. Il dritto ciabattato sul set point nel tiebreak è da matita rossa. Inevitabile andare al terzo set, lì dove Federer si tira fuori dal baratro nel settimo game, il più delicato psicologicamente. Sul 5-4, lo svizzero ha un match point in risposta. Non lo sfrutta, come gli è successo troppe volte in carriera – Wimbledon 2019 suggerisce qualcosa. I brividi corrono lungo la schiena: meglio essere cinici. Sul 6-5, Evans conferma di sentire la pressione e il secondo match point è decisivo. Pericolo scampato, ma non troppo. Partita successiva, contro Basilashvili: Federer ha un match point sul 5-4. Non lo sfrutta. Poi subisce il break a 15 nel game successivo. D’accordo, il georgiano poi vincerà il torneo. Eppure, che rimanga il dubbio che, avesse vinto ancora, poi Roger avrebbe toccato quota 104, spiega la grandezza di un fenomeno.

29. Wimbledon, quarti di finale – Denis Shapovalov df. Karen Khachanov: 6-4, 3-6, 5-7, 6-1, 6-4

What if: due parole valide sia per Shapovalov che per Khachanov. A sfidarsi sono il più precoce enfant prodige di Canada e il più precoce enfant prodige di Russia. What if: cosa sarebbe successo se Shapovalov avesse rispettato le aspettative dopo la vittoria contro Nadal nel Masters 1000 di Montreal, nel 2017, quando era ancora numero 143 nel ranking ATP? Cosa sarebbe successo se Khachanov avesse continuato a esprimersi come quando aveva trionfato nel Masters 1000 di Parigi Bercy nel 2018? A quasi 22 anni e a 25 anni appena compiuti, un “semplice” quarto di finale in uno Slam già profuma di chance che non tornerà più, anche se non si capisce bene perché. Denis rischia di più, ma soffre di più e spreca di più. Karen sbaglia di più, ma si salva di più. Il folle equilibrio quasi si spezza sul 3-2 nel quinto set, con il canadese che non sfrutta un vantaggio di 40-0 in risposta. Sarà il trailer di un break che arriva a due game dal traguardo e a cui segue un finale di partita senza sussulti, stranamente. Quarantotto ore dopo, Shapovalov finirà per rimpiangere la sconfitta contro Djokovic, senza però averne motivi. Khachanov, invece, rimarrà, insieme a Rublev, l’unico “generazione tardi anni Novanta” di lusso a non essere ancora arrivato tra i primi quattro in uno Slam. Il canadese chiuderà la stagione con due finali (perse) e una semifinale in un Major. Il russo risponderà con una medaglia d’argento alle Olimpiadi. Eppure non ci si scrolla di dosso la sensazione che per entrambi il 2021 sia stato insufficiente. Problemi da predestinati.

28. ATP Finals, round robin – Daniil Medvedev df. Jannik Sinner: 6-0, 6-7 (5-7), 7-6 (10-8)

Chissà che senso possa avere giocare una partita senza scenari di qualificazione ancora aperti, dicevano. Il match sarà la giusta passerella per un italiano fortunato nella sfortuna, mormoravano. Come volevasi dimostrare: questa sera non ci si diverte, avranno pensato dopo il primo set non tanto gli spettatori in tribuna, ma lo stesso Medvedev, pizzicato dalle telecamere mentre sbadigliava in faccia a Sinner. Invece, metabolizzato un 6-0 che avrebbe tagliato le gambe a chiunque e galvanizzato dalla palla break annullata sul pronti (di nuovo), via, Jannik rinasce come una fenice. Il finale di secondo set è un compendio che spiega perché Sinner presto ambirà a posizioni nel ranking potenzialmente mai esplorate da un italiano. Non per niente Jannik chiuderà la stagione con un incredibile 22-14 alla voce tiebreak, incredibile soprattutto perché l’enfant prodige nato in Alto Adige ha soltanto (e semplicemente) 20 anni. L’intero terzo parziale, invece, ci ricorda ancora una volta perché Medvedev spesso e volentieri ha una relazione complicata con chi si trova sugli spalti. Come ci si spiega un quinto game in cui il russo si dimentica che non è necessario tirare sempre una prima di servizio e in cui sembra quasi seccato per non aver subito un doppio break? Ricordandosi che Daniil si nutre di un’emotività a tratti esilarante, a tratti sfrontata, a tratti difficile da digerire, ma sempre sincera in equilibrio instabile tra la voglia di non dare spiegazioni e la voglia ancora più grande di sfidare se stesso e di vincere partite che si complica da solo. Quando la furia si spegne e Medvedev ritrova il self-control, Sinner ricasca nel peccato di gioventù di soffrire la bagarre emotiva. E per quanto ci sia il tempo per una nota lieta di un punto concesso sul 5-4, 40-0 (non esattamente in una fase “calda”), rimangono agli atti soprattutto i due match point non sfruttati da Jannik nel successivo tiebreak (ancora lui) e una stretta di mano un po’ borbottante tra i due. Tutta esperienza per il secondo top ten che l’Italia vanterà in classifica a fine stagione.

27. Masters 1000 Indian Wells, 2° turno – Andy Murray df. Carlos Alcaraz: 5-7, 6-3, 6-2

La seconda volta contro un fab four non si dimentica mai – la prima volta non vale, specialmente se hai diciotto anni, sei spagnolo, stai provando a riscrivere record di precocità che appartengono saldamente a Nadal e ti trovi di fronte proprio Rafa, tra l’altro sulla terra rossa. Andy Murray ha un’anca bionica, un ranking che non rispetta i valori messi in mostra in campo e una commovente voglia di reinventarsi senza rinunciare al tennis che gli ha permesso di diventare “Sir”. Carlos Alcaraz ha 18 anni, un fisico decisamente più sviluppato rispetto ai coetanei e un dritto che terrorizza per come è veloce, pesante, piazzato e liftato tutto insieme. Ci si aspetta che lo spagnolo possa sentire un po’ la pressione, inibito dal mix di un palcoscenico chiamato “il quinto Slam” e un avversario conosciuto come l’unico numero 1 che ha interrotto temporaneamente il triumvirato di Federer, Nadal e Djokovic. Infatti Alcaraz va sotto 0-3, 0-40 in un amen, quasi come se non fosse il ragazzo terribile abituato a giocare le partite importanti con la personalità di un futuro numero 1. E di nuovo, l’iberico non è più una superstar in crescita, ma semplicemente un normale diciottenne che ha ancora molto da imparare, quando sul 4-5, 30-40 deve fronteggiare un set point. Il modo astuto e un po’ fortunato con cui si salva porta Murray, che nel frattempo non vince più un game nel primo parziale, a imparare qualcosa a propria volta. Per esempio a sorprendere Alcaraz sull’1-1 nel secondo set con un servizio da sotto, neanche si chiamasse Nick Kyrgios. Chissà che proprio la sorpresa di scoprire che anche le leggende si divertono a reinventarsi in modi imprevedibili non abbia finito per destabilizzare Carlitos. Esperienza: la qualità che ancora gli manca – e menomale.

26. Roland Garros, 3° turno – Alejandro Davidovich Fokina df. Casper Ruud: 7-6 (7-3), 2-6, 7-6 (8-6), 0-6, 7-5

A fine anno Ruud chiuderà da numero 8 nel ranking ATP, mentre Davidovich Fokina dimostrerà di non essere poi così progredito dopo un 2020 interessante. Negli Slam, però, avviene spesso che le carte si spariglino e i pronostici si ribaltino. E il Roland Garros, il Major “più tattico” finisce per regalare al pubblico la partita “Next Gen” più anarchica in stagione. La premessa: tra il norvegese e lo spagnolo i rapporti non sono idilliaci. Le Next Gen ATP Finals di Milano sono il teatro in cui va in scena il primo psicodramma tra di loro. Davidovich Fokina sostiene di essersi infortunato – con Alejandro non sai mai fino a che punto sia vero – e piange, anche se il telespettatore medio da reality show giura di aver visto lacrime a secco. Giusto provare compassione per il teenager, ma poi l’iberico torna in campo e corre più di prima. Casper, allora, si irrita così tanto che, tre mesi dopo, durante la partita tra Davidovich Fokina e Seyboth (chi l’ha più visto) Wild a Rio de Janeiro, a domanda: “Per chi tifi?” risponde tutt’altro che diplomaticamente: “Take a wild guess” (prova a indovinare). E non è detto che la scelta di parole non fosse strategica. A Parigi Alejandro vince entrambi i tiebreak, il che vuol dire che si sente maggiormente in fiducia, ma Casper gli ricambia la cortesia con un inequivocabile 6-0 nel quarto set. Il gran finale vede un ultimo game da 21 punti, quattro match point non sfruttati, quattro palle break non sfruttate e un servizio dal basso, proprio su una palla break, tanto per gradire. In gergo televisivo si userebbe l’aggettivo “trash”.

25. Masters 1000 Cincinnati, semifinale – Andrej Rublev df. Daniil Medvedev: 2-6, 6-3, 6-3

«Sconfiggere Medvedev è come prendere il diploma al liceo»: parole di Rublev, protagonista di una rimonta non tanto contro il numero 2 nel ranking, ma contro i propri complessi da “brutto anatroccolo”, di chi si è appiccicato addosso l’etichetta di eterno secondo, di damigella d’onore che porta le fedi alla sposa, ossia Daniil, l’amico d’infanzia e collega che Andrej deve affrontare in semifinale a Cincinnati partendo da uno svantaggio di 0-4 negli scontri diretti. Pronti, via e infatti il russo più giovane si trova sotto di un set in un amen. Nel tennis, come nella vita, però, non serve che avvengano una serie di sfortunati eventi: ne basta uno soltanto. Sull’1-1, 15-15, in una situazione che sembra essere in parità formale, ma non sostanziale, Medvedev frana su una telecamera a bordocampo nel tentativo di arginare un violento dritto di Rublev. Apriti cielo: il russo – questa volta il più grande – inizia a sbarellare: non è possibile che quell’oggetto si trovi in quel posto in quel momento. In effetti a Toronto gli non era mai successo di schiantarsi e rotolare per terra così malamente e goffamente, rischiando anche di infortunarsi al braccio destro. Se esistesse il destino, si penserebbe che non potrebbe esistere un segno più chiaro di così. Andrej evidentemente ci crede e sei game e cinque palle break mette a segno lo strappo che gli vale il primo set vinto in carriera contro Daniil. Passati altri sei game, il moto di emancipazione riemerge ancora più prepotente in forma non di uno, ma di due break, che indirizzano definitivamente la partita verso Rublev. Il modo di dimostrare che la protesta non è un fuoco di paglia? Vincere anche la finale contro Zverev – neanche a dirlo, precedenti 0-4 per il tedesco. Come finisce? 6-2, 6-3 che ti taglia le gambe in 59 minuti. Ribellarsi richiede tempo.

24. Masters 1000 Parigi Bercy, 3° turno – Alexander Zverev df. Grigor Dimitrov: 7-6 (7-4), 6-7 (3-7), 6-3

Mettete uno di fronte all’altro due tra i più recenti ex numeri 3 nel ranking ATP. In che modo distinguerli? Il più creativo contro forse il più regolarista da fondocampo, il più elegante rovescio a una mano contro il più efficace rovescio a due mani, il più gentile contro (forse) il più scontroso: il risultato sarà una partita destinata ad andare avanti per più di tre ore e destinata a essere decisa dall’abilità di sfruttare al meglio le chance che arrivano sulla racchetta. La chance non sfruttata da Dimitrov che, dopo aver riacciuffato un primo set nel quale Zverev era stato clinico, si smarrisce nel tiebreak. La chance non sfruttata da Zverev, che spreca due match point in risposta sul 6-5 nel secondo set, inizia ad avere flashback legati alla sconfitta contro Taylor Fritz nei quarti di finale di Indian Wells e va in blackout nel successivo tiebreak. La chance, anzi, le sette chance non sfruttate da Dimitrov, che nel settimo game – sempre lui – si trova 40-0 sul servizio di Zverev, ma poi si inchioda nel punteggio. Le due chance su due sfruttate da Sascha negli ultimi tre game di match. Ricordate la domanda iniziale? La risposta in realtà è semplice: gli ex numero 3 nel ranking si distinguono per il cinismo.

23. ATP 500 Acapulco, quarti di finale – Lorenzo Musetti df. Grigor Dimitrov: 6-4, 7-6 (7-3)

“Fuori di testa, ma diverso da loro”. Sono i giorni in cui i Maneskin hanno appena vinto Sanremo e spopolano su tutte le radio d’Italia, nel Paese che non aveva mai avuto una “rock band” indigena. Anche Lorenzo Musetti sembra “diverso da loro”. In un panorama di regolaristi da fondocampo, il teenager italiano ha il coraggio di inventare: smorzate, lob, rovesci a una mano, slice. Di prestigio il successo contro Schwartzman, in quel momento ancora in top ten, ma la cui classifica dava la sensazione di essere un premio alla carriera. Istrionico il bis contro Tiafoe, che non sai mai fino a che punto abbia voglia di vincere piuttosto che di intrattenere. Il terzo indizio che si trasforma in una prova, quindi, è il match di quarti di finale contro Grigor Dimitrov, ex numero 3 nel ranking ATP, un creativo che non ha raccolto in carriera quanto ci si aspettava per talento. Ne vien fuori una partita frizzante, dove il servizio diventa sempre meno un fattore e dove, game dopo game, ci si sente riportati indietro nel tempo a un’epoca di “frizzi e lazzi”, di tocchi delicati, di giocate aggressive, a volte anche di qualche errore francamente incomprensibile, ma soprattutto di rovesci a una mano, che se si stampano in lungolinea sono ancora più belli. Come regalo per lo spettacolo offerto, ulteriormente impreziosito da un match point spettacolare, Musetti raggiunge la prima semifinale ATP in carriera. A 18 anni. Partendo dalle qualificazioni. Una ventata di novità in un panorama impregnato di conformismo.

22. Masters 1000 Roma, quarti di finale – Novak Djokovic df. Stefanos Tsitsipas: 4-6, 7-5, 7-5

Vicino. Vicino. Sempre più vicino. E comunque a bocca asciutta. Stefanos Tsitsipas aveva iniziato a litigare con la concretezza già prima di lasciarsi sfuggire un Roland Garros che sembrava vinto contro Djokovic. A fine stagione, sembra facile guardarsi indietro e leggere meglio i segni che sono sempre stati visibili agli occhi di chi ha visto le partite con attenzione. Rieccoci sugli spalti al Foro Italico, quindi: il servizio di Nole proprio non ha intenzione di funzionare, il che non sarebbe neanche grave se soltanto il serbo non sprecasse palle break a oltranza. Stefanos è in controllo: set e break di vantaggio. Sul 4-3 nel secondo parziale deve soltanto vincere otto punti. Il greco si blocca, va sotto 0-40, inizia a pensare un passo alla volta, ha tre palle per mantenere il prezioso vantaggio, ma galeotta diventa l’undicesima chance: Djokovic è tornato in partita. Sul serio? In realtà, no. Game successivo e Tsitsipas ha ben tre opportunità per andare a chiudere il match con il servizio. A chiudere il set, invece sarà Nole. Inerzia ribaltata? Macché. Terzo parziale, terzo game e il serbo riprende da dove si era interrotto, in negativo. A Tsitsipas servirebbe riprendere l’abaco per chiedersi quanti punti gli servono per vincere. Anzi, la partita si accorcerebbe anche se il greco sfruttasse quattro palle per il doppio break sul 3-1. Pensate di sapere come andrà a finire la partita, sì? Non vi sbagliate, ma abbiamo il tempo di un ultimo psicodramma. Sul 5-4 e servizio a Stefanos servono quattro punti. Sul 6-5 gliene servirebbe uno, la palla break che gli permetterebbe di provarci ancora. La calcolatrice si è rotta.

21. Australian Open, quarti di finale – Stefanos Tsitsipas df. Rafa Nadal: 3-6, 2-6, 7-6, 6-4, 7-5

Quante volte Nadal aveva perso una partita in uno Slam dopo aver avuto un vantaggio di due set? Risposta fino al 2020: una. Contro Fabio Fognini, agli US Open 2015. Risposta dal 7 febbraio 2021: due. La seconda impresa va ascritta a Stefanos Tsitsipas, il talento greco con il rovescio a una mano che ricorda Roger Federer e che, in ossequio allo svizzero, spesso viene rimproverato perché preferisce la bellezza alla concretezza. Ovviamente nessuna rimonta impronosticabile si realizza senza un aiuto che arriva dalla fortuna o un errore che non si ripeterà mai più o uno stato di grazia inspiegabile. Siamo al tiebreak nel terzo set: sull’1-0 e mini-break a favore, Rafa, che come sempre si è costruito il punto in maniera impeccabile, si approccia a rete per uno smash elementare, ma, sviato dalle luci, smarrisce la coordinazione e sbaglia. Sarà il fermo immagine che precederà un evento sfortunato. Da lì in poi Stefanos vince il tiebreak, si guadagna le prime palle break di tutta la partita – nel quarto parziale – e rimanda il discorso in volata. Siamo sul 5-5 al quinto set, per la gioia di chi ama la numerologia. Nadal subisce il break a zero, quasi fosse “normale” e sentisse la pressione anche lui. Tsitsipas si appresta a chiudere la partita, spreca due match point e offre al maiorchino la chance di agguantare un incredibile tiebreak: prima di servizio vincente. A seguire Rafa sbaglia un comodo dritto uncinato al volo e in pratica il match termina qui. La storia è oggi.