Venti preferenze svelate, venti preferenze da scoprire: la terza parte di una personale classifica, anzi, di un viaggio, lungo un anno.

20. ATP 500 Acapulco, finale – Alexander Zverev df. Stefanos Tsitsipas: 6-4, 7-6 (7-3)

Tre partite nel 2021, tre blockbuster, una rivalità destinata a prendersi più di una prima pagina di giornale per i prossimi dieci anni. Chi crede ai corsi e ricorsi storici sarà sorpreso di scoprire quanti epici “uno contro uno” abbiano cambiato volto dopo un iniziale vantaggio negli scontri diretti di 5-1. Due esempi? Il bilancio tra Federer e Nadal dopo i primi sei match giocati era 5-1 per il maiorchino. Rafa avrebbe poi vinto anche il Roland Garros prima che la striscia positiva si interrompesse in finale a Wimbledon. E ancora: il bilancio tra Federer e Djokovic dopo il sesto atto l’uno contro l’altro recitava 5-1 per Roger – oggi è ribaltato per 27-23 in favore di Nole. Anche Zverev e Tsitsipas si presentano in finale ad Acapulco con un 5-1 in favore di Stefanos. 5-1, come il punteggio verso il quale potrebbe tranquillamente avviarsi il primo set. Già sotto 0-1, 0-30, complici le luci, Zverev si distrae su uno smash elementare e perde il punto e teoricamente la partita sembrerebbe già finita qui, anche perché nel frattempo Tsitsipas sembra in giornata con il dropshot. Il verbo chiave, però, è “sembrare”. Il greco spreca due chance su tre per andare 5-1 con errori non forzati di dritto e da lì in poi 5-1 diventa il parziale di game vinti dal tedesco – parziale che nel frattempo gli garantisce il primo set. A inerzia cambiata, Zverev si trova in una situazione che non gli succedeva da Toronto nel 2018: avanti di un set, di un break e con un match point a disposizione. Invece, Sascha si sfalda in preda ai dubbi. Come a Toronto. E poi, sprecate cinque palle break nuove di zecca, il tedesco deve anche annullare un set point, riuscendoci con una seconda di servizio ben oltre il tremebondo. Tiebreak, allora, come a Pechino, con Zverev che era avanti 6-3 e che ha finito per perderlo 8-6. L’equilibrio al ribasso si spezza con un passante di rovescio irreale di Sascha sul 2-2. Passante dopo il quale Tsitsipas si gira verso il papà alla ricerca di una spiegazione che non c’è. Per Zverev sono 14 titoli ATP in carriera (a 23 anni e su 23 finali): per la prima volta dopo gli US Open, il piccolo principe è tornato tra i grandi.

19. Masters 1000 Madrid, finale – Alexander Zverev df. Matteo Berrettini: 6-7 (8-10), 6-4, 6-3

Se esistesse un premio per la partita più sottovalutata di stagione, si saprebbe già a chi assegnarlo. Matteo gioca soltanto di dritto, Sascha spinge soltanto di rovescio, entrambi soffrono se non si aiutano con il servizio, hanno detto di loro. Niente di più falso. Niente più di un confronto di stili così evidente e marcato è in grado di polarizzare il pubblico. Il diavolo e l’acqua santa, il predestinato e il volenteroso, il nordico e il mediterraneo, Germania contro Italia – una sfida che nello sport ha sempre fascino: quando Alexander vinceva il Masters 1000 di Roma a 20 anni nel 2017, Matteo, di quattordici mesi più anziano di lui, navigava tra Futures e Challenger, con l’obiettivo di entrare tra i primi 200 al mondo. Come spesso avviene in una partita tra chi ha un servizio che funziona molto bene, una singola scelta è decisiva per il set. La singola scelta si chiama una scellerata, inconcludente, insensata, inspiegabile e folle, soprattutto folle seconda di servizio tirata a 228 km/h da Zverev sull’8-8 nel tiebreak del primo parziale. E che, ovviamente, è out. Forse, però, i top ten hanno diritto a un numero limitato di decisioni senza senso. Quindi Sascha si ricorda che se inchioda Matteo sulla diagonale di rovescio non soltanto lo costringe a scambiare da un lato di campo meno favorevole, ma lo sfianca molto più velocemente in termini di energie fisiche anche nel momento in cui l’italiano prova a spostarsi sul dritto. Non è uno scherzo: il match si trasforma in una partita a scacchi. Il doppio fallo con cui Berrettini si consegna verso un mortifero terzo set è la prova che la ragnatela di Zverev inizia a dare frutti. Ulteriori segnali funesti arrivano dagli errori non forzati di Matteo con il dritto. E per chi pensava che, dopo il match point, non ci fosse più nulla da dire, arriva la sorpresa: nonostante non abbiano nulla in comune, Sascha e Matteo sono amici. Anzi, buoni amici. La conferma arriverà prima in Laver Cup, quando i due si travestiranno da compagni di doppio, poi alle ATP Finals – e tutti sappiamo perché. Non chiedetegli di assomigliarsi, però, perché i due parlano persino lingue diverse: tedesco, inglese e russo Zverev; italiano, inglese e spagnolo Berrettini.

18. Masters 1000 Roma, semifinale – Novak Djokovic df. Lorenzo Sonego: 6-3, 6-7 (5-7), 6-2

Non sei un vero gladiatore se non dai l’anima a Roma, non importa se al Colosseo o al Foro Italico. Che Sonego partisse sfavorito contro Djokovic in più o meno qualsiasi pronostico non serve ricordarlo, ma alla voce “scontri diretti” tra Novak e Lollo il bilancio recita uno stravagante e incomprensibile 1-0 per il torinese. Stranezze tipiche di Vienna, il torneo famoso per tabelloni a maglia stretta ed etichette di classifica a maglia larga. Sonego, il lucky loser con lo status da top 50, contro Djokovic, la wild card che ha già suggellato la leadership nel ranking ATP dopo il successo contro Coric. Ed è proprio perché il serbo non ha più motivazioni che si spiega il 6-2, 6-1 a favore di Lorenzo. Il “Djoker” sbaglia tutto, è in ritardo su tutto e sembra aver mandato in campo una controfigura: così si spiega che abbia raccolto appena tre game, un minimo in carriera. Inevitabile che a Roma per Djokovic le premesse siano diverse, ma Sonego, che ha sconfitto Thiem e Rublev al ritmo di “Loca” di Aka7Even, vede la semifinale non come un obbligo ma come un privilegio. In fondo, Lorenzo è “semplicemente” il primo italiano tra i primi quattro a Roma da quando, nel 2007, Volandri si macchiò di lesa maestà sconfiggendo Federer. Dopo un primo set prevedibile, la partita si infiamma in volata: Sonego spreca due set point sul 5-4, subisce un break sanguinoso sul 5-5, salva due match point sul 6-5 e si spinge al tiebreak. Il tutto mentre il pubblico grida al cielo cori da stadio. Djokovic sa di dover mostrare rispetto per Roma e così sul 4-4 corregge lui in persona una chiamata arbitrale a proprio favore. Nel terzo parziale Sonego va subito 40-0 sul servizio di Nole. L’inerzia a favore, però, si spegne qui, con il torinese tradito dalla tensione e da un dritto che non tradisce quasi mai. La favola finirà mezz’ora dopo, tra i sorrisi (tanti) e i rimpianti (tantissimi). Peccato, ma che gioia.

17. Masters 1000 Montecarlo, quarti di finale – Andrej Rublev df. Rafa Nadal: 6-2, 4-6, 6-2

Prima che Rublev iniziasse a barcollare emotivamente e fisicamente più o meno dopo la finale persa in un battito di ciglia a Cincinnati, Andrej aveva inaugurato la stagione con la prima semifinale in un Masters 1000, a Miami, e, neanche un mese dopo, la prima finale di categoria a Montecarlo. La finale, tra l’altro, era stata legittimata dall’unico marchio di fabbrica che legittima un uomo sulla terra rossa: la vittoria contro Rafa Nadal. Una vittoria difficile da pronosticare in partenza perché Rublev sembra sempre soffrire di un “complesso di Calimero” contro chi è più in alto di lui nel ranking. Se poi il russo si trova di fronte l’idolo di infanzia, l’elemento emotivo diventa ancora più un elefante in una stanza. Infine, al quadro già complesso si aggiunga che Andrej ha un piano tattico che ruota intorno al principio secondo il quale per vincere bisogna tirare più forte di tutti: una gioia per chi, come Rafa, assorbe la forza bruta altrui per reindirizzarla lì dove deve andare. Tutto chiaro? Invece Rublev vince il primo parziale 6-2 contro un Nadal alla peggiore partita in carriera in servizio. Chi si ricorda un set in cui il maiorchino ha commesso cinque doppi falli? Per Rafa piove sul bagnato: il russo va avanti 4-3 e servizio anche nel secondo set, sopravvivendo a cinque palle break ma sprecandone tre. Troppo grande l’umiliazione perché nel mancino di Manacor non scatti neanche un minimo moto di ribellione verso la sconfitta, in forma di un passante di dritto uncinato su un quasi smash non risolutivo di Andrej. Tre game dopo, è subito terzo set. Set nel quale, però, avviene qualcosa di insolito per Nadal sulla terra rossa: subire tre break di fila – e che ci sia un controbreak di intervallo è irrilevante. Che sia il primo scricchiolio di un regno destinato alla gloria eterna? I trionfi a Barcellona e a Roma indicherebbero di no, ma le sconfitte a Madrid e al Roland Garros suggeriscono di sì.  

16. Masters 1000 Roma, 3° turno – Rafa Nadal df. Denis Shapovalov: 3-6, 6-4, 7-6 (7-3)

Lezione numero infinito di come non esista buca profonda per Nadal sulla terra rossa. Rafa arriva a Roma un po’ in crisi – non ridete. Gli scricchiolii si sprecano. Indizio numero 1: a Montecarlo il maiorchino ha perso da Rublev, non esattamente un maestro di tattica. Il che significa che Nadal non è riuscito a stargli dietro per intensità fisica. Indizio numero 2: a Barcellona Rafa ha portato a casa la “dodecima”, ma al prezzo di andare al terzo set contro Ivashka, ai tempi in cui il bielorusso non era ancora entrato in top 100, e contro un Nishikori fuori forma e al prezzo di impiegare 3 ore, 38 minuti e un match point salvato contro uno Tsitsipas sempre più erede al trono sulla terra rossa. Indizio numero 3: a Madrid il mancino di Manacor è imploso mentalmente contro uno Zverev che neanche sette giorni prima implodeva mentalmente a propria volta commettendo 14 doppi falli contro Ivashka (sempre lui) a Monaco di Baviera. A Roma, sul 6-3, 3-0, 30-0 a favore di Shapovalov, quasi chiunque si sta preparando per celebrare il funerale: un Rafa che subisce quattro game su sei game al servizio sembra davvero voler abdicare. I break subiti sarebbero persino cinque su sette se Nadal non salvasse la palla per il 4-0 costruendo una ragnatela attenta in cui il canadese finisce per essere imbrigliato. Pazienza, due break sono meglio di uno, ma uno è meglio di zero. Sul 6-3, 3-1, 40-0 sembra che il game e la partita non abbiano più nulla da dire. Invece Shapovalov si spegne e Rafa si accende: fuga da Alcatraz completata. Pronti, ripartenza, via: nel terzo set lo scenario si ripete quasi identico, con il canadese che torna avanti 3-1 e servizio. Psicodramma in arrivo? Sì, ma non soltanto in forma di controbreak. Sul 6-5 il mancino classe 1999 ha due match point e li spreca con un errore non forzato di rovescio e una stecca di dritto. Il tiebreak premia il più cinico e Nadal andrà a vincere la “decima” a Roma contro Djokovic. Il re per ora non è morto, ma il verdetto definitivo arriverà al Roland Garros.

15. Australian Open, 2° turno – Nick Kyrgios df. Ugo Humbert: 5-7, 6-4, 3-6, 7-6 (7-2), 6-4

Prima che Nick e Ugo si affrontassero senza esclusione di dritti e rovesci sull’erba di Wimbledon, ci sono stati Kyrgios e Humbert che trasformavano una partita potenzialmente interessante di secondo turno agli Australian Open in una sfida di rimpianti, di punti impossibili e di sportività. In Australia, dopo settimane di lockdown in stile Guantanamo per chiunque entra nel Paese, l’emergenza coronavirus sembra essere sotto controllo. Nick, tra gli eletti che non si sono sottoposti a quarantena, perché chiuso a casa da marzo 2020, sarebbe più che avvantaggiato fisicamente, se non avesse sprecato il proprio tempo a giocare a “Call of duty”. Ugo, invece, viene da due titoli ad Auckland e ad Anversa ed è chiamato a dimostrare di non essere semplicemente un mancino dal servizio di difficile lettura e dall’improbabile, ma efficace, rovescio lungolinea. Tra una valanga di ace – saranno 57 in cinque parziali – e qualche smorzata fantasiosa, l’inerzia cambia sul finire di quarto set: Humbert, che nel precedente game di servizio ha salvato tre palle break, ha un match point per dare un dispiacere al pubblico. Non ne approfitta, ma ha subito un’altra chance. La risposta di Kyrgios? Infilarlo con un violento rovescio in cross approfittando di un timido approccio verso la rete con il back di Ugo. Quel che avviene dopo è bagarre. Un controbreak, alla prima chance, un tiebreak, altri passanti di rovescio, altri approcci a rete discutibili, una palla break non sfruttata dal francese in apertura di quinto set, una palla break sfruttata dall’australiano a seguire. E poi verso il finale, ricco di emozioni, sorrisi e complimenti. Il tennis ha bisogno di entrambi: di Nick il maestro di estro e di Ugo il maestro di fair play.

14. Masters 1000 Indian Wells, ottavi di finale – Grigor Dimitrov df. Daniil Medvedev: 4-6, 6-4, 6-3

Ormai non succede spesso che Medvedev si trovi in vantaggio di un set e di due break e imploda su se stesso come uno juniores qualunque, tanto più che il russo aveva vinto gli US Open neanche un mese prima. Grigor Dimitrov, invece, ex numero 3 al mondo, vanta tre semifinali Slam – più di quanto molti desiderano in carriera – ma non ha mai raggiunto una finale in un Major – il che è meno di quanto lui desiderasse per sé in carriera. La concretezza distingue il campione dal fenomeno: così per quanto Grigor e Daniil abbiano in comune la vittoria nel Masters 1000 di Cincinnati e alle ATP Finals, il russo poi ha aggiunto in bacheca uno Slam e altri 3 Masters 1000, spalmati in tre anni diversi, a Shanghai, Parigi Bercy e Toronto. Sul 6-4, 4-1 per Medvedev lo stadio si sta svuotando. E invece accade l’imprevedibile. Com’è possibile, ci si chiede. Disastri simili succedono a Tsitsipas sempre più spesso, a Zverev molto di meno dopo le Olimpiadi, ma non a Daniil che è talmente sicuro di sé e impertinente da sfidarsi fino al proprio limite di attenzione per dimostrare di saper sempre tenere a freno la propria follia. La rottura prolungata però continua anche nel terzo set, mentre il bulgaro è talmente galvanizzato da vivere un autentico stato di grazia, tra tweener, attacchi in lungolinea e volee in spaccata. Sul 2-5 di svantaggio Medvedev capisce che il gioco non è più divertente, ma ormai è troppo tardi: per vincere Indian Wells dovrà aspettare un altro anno. Dimitrov, invece, penserà che per vincere Indian Wells non c’è più tempo. E, caricatosi di pressione già contro Hurkacz, finisce per soccombere ai propri demoni in semifinale contro un Norrie dai mezzi tecnici non così irresistibili.

13. US Open, 1° turno – Stefanos Tsitsipas df. Andy Murray: 2-6, 7-6 (9-7), 3-6, 6-3, 6-4

Se cercate un motivo per cui dal 2022 le soste al bagno saranno regolamentate da tempi più che stringenti, chiedetelo a Tsitsipas. Il greco arriva agli US Open da favorito, ma non troppo. Fino al Roland Garros, Stefanos sembrava il Next Gen più pronto a mettere in crisi il dominio di Djokovic. Persa la finale a Parigi, però, il ventitreenne di Atene ha iniziato a pensare un po’ troppo. Se il tonfo a Wimbledon contro Tiafoe si ascrive alla categoria: “sconfitte fisiologiche”, le tre rimonte di fila subite alle Olimpiadi contro Humbert, a Toronto contro Opelka e a Cincinnati contro Zverev sono indice di fragilità psicologica. Si aggiunga, poi, che gli US Open sono l’unico Slam in cui Tsitsipas non ha raggiunto la seconda settimana e si capirà la preoccupazione per un sorteggio che gli ha riservato un primo turno con la wild card più lussuosa che si possa incontrare in un torneo: Andy Murray. Un po’ come se Stefanos fosse ancora un teenager inesperto che sente la pressione di dover affrontare un fab four, il greco va sotto di un set, subendo soprattutto la combinazione smorzata e lob di un “Sir Andy” in grande spolvero. Servirebbe un break, anzi, un toilet break. Il pubblico già mugugna, ma sarebbe pretestuoso dire che la pausa abbia danneggiato lo scozzese. Anzi, Murray addirittura potrebbe portarsi avanti di due parziali, ma spreca due set point al tiebreak, di cui uno con il servizio. Il cronometro segna già due ore di partita. Ne trascorrono altre due e si arriva al quinto e decisivo parziale. Servirebbe un altro break, anzi, un altro toilet break, si dirà Tsitsipas. E infatti sparisce per altri otto minuti. Come a Cincinnati contro Zverev. E contro Auger-Aliassime. E contro Sonego. E contro Korda. Murray è a dir poco furibondo: così i muscoli si raffreddano, la concentrazione si affievolisce e la partita viene decisa dalle circostanze, non dal tennis. In effetti, Sir Andy non avrà tutti i torti, perché subirà il break, che si rivelerà decisivo, proprio nel primo game dopo la pausa bagno. «Ho perso tutto il rispetto che avevo per lui», tuonerà lo scozzese in conferenza stampa. E aggiungerà il giorno dopo su Twitter: «Stefanos Tsitsipas ci mette due volte il tempo per andare in bagno che serve a Jeff Bazos per andare nello spazio». Che altro aggiungere?

12. US Open, 3° turno – Carlos Alcaraz df. Stefanos Tsitsipas: 6-3, 4-6, 7-6 (7-2), 0-6, 7-6 (7-5)

Lo Slam maledetto: gli US Open per Stefanos Tsitsipas, che proprio non riesce a raggiungere la seconda settimana a New York. Che tra il greco e la Grande Mela non ci sia un rapporto d’amore è spiegabile con due immagini. La prima: nel 2019 il ventitreenne di Atene esce al primo turno contro Rublev – ai tempi in cui il russo non era ancora lontanamente un top ten – e, vedendosi negata un toilet break (ah, l’ironia) si rivolge all’arbitro francese chiamandolo “weirdo” e attirandosi fischi a raffica. La seconda: nel 2020 Tsitsipas ha sei match point al terzo turno contro Coric e, forse per la fretta, forse per un po’ di presunzione, li spreca commettendo sei errori non forzati. Carlos Alcaraz, invece, è all’esordio negli Stati Uniti, ma sembra già aver trovato il giusto “groove” con l’ambiente. Tanto che in neanche un quarto d’ora si trova 4-0 contro il numero 3 nel ranking ATP. Vertigini? Mai, perché lo spagnolo vince il primo set e va avanti di un break anche nel secondo parziale. Da lì in poi, iniziano i ribaltamenti di fronte, con Stefanos che trova dentro di sé la scintilla per inseguire il baby fenomeno iberico con grinta e umiltà. Come si traduce in numeri? Il greco sale da 1-3 a 5-3, ma poi va sotto 0-40 nel momento di chiudere il set – portato a casa senza tracolli emotivi. Il dramma emotivo, comunque, è dietro l’angolo. Tsitsipas guida 5-2 con doppio break nel terzo parziale e praticamente ripete lo psicodramma di dodici mesi prima, sprecando tre set point. Inerzia verso Alcaraz, che vince il tiebreak, ma che non sa come gestire lo status di favorito e rinuncia completamente a un quarto parziale che va via in meno di mezz’ora. Sbatti le palpebre ed è già successo, dicono gli inglesi. Sbattile ancora e vai al tiebreak nel quinto set, che non merita spoiler, ma merita di essere visto integralmente. Se mai qualcuno avesse dubbi, a New York nascono le stelle.

11. ATP Finals, round robin – Daniil Medvedev df. Alexander Zverev: 6-3, 6-7 (3-7), 7-6 (8-6)

Torniamo indietro di qualche riga: Tsitsipas vantava un bilancio di 5-1 contro Zverev prima che il tedesco gli si riavvicinasse con la vittoria in finale ad Acapulco. E Medvedev? Neanche fosse una partita a “sasso, carta, forbice”, fino al 2019 Sascha è in vantaggio 5-1 su Daniil nei confronti diretti. D’accordo, il russo vanta l’unico successo all’ultimo atto nel Masters 1000 di Shanghai – non esattamente bruscolini – ma il modo in cui il nativo di Amburgo ne neutralizza le abilità difensive è la prova di una differenza di talento difficile da quantificare. Tra il 2020 e il 2021, invece, cambia tutto. Improvvisamente Zverev sente su di sé la pressione di chi sa che non gli viene perdonato neanche uno sbaglio in campo, mentre Medvedev sfrutta a proprio favore il vantaggio derivato da risultati che sono arrivati senza fretta. A Torino sia il tedesco che il russo sono i rivali più accreditati di un Djokovic che insegue il record di vittorie alle ATP Finals. In un scontro fratricida che sembra essere il più credibile antipasto di futuro, Zverev parte contratto, subisce un break in apertura al termine di uno scambio in cui ha affannato a fondocampo per tutto il tempo e non trova mai il varco per ribaltare lo scambio. Trascinatosi al tiebreak nel secondo parziale, ma ormai prossimo al ko, però, il tedesco viene aiutato dal fato. Sull’1-1 l’arbitro chiama un discutibile fallo di piede a Medvedev che impazzisce completamente, che non riceve supporto dal pubblico – il quale ha scelto Sascha più o meno da quando ha consolato Berrettini in lacrime – e che in un amen si trova al terzo set. Set che si anestetizza per 40 minuti, fin quando prima, sul 5-5, Zverev non sfrutta una palla break, poi sul 4-2 nel tiebreak, regala un po’ troppo a un Daniil che non aspettava altro. Non basta l’improvvido serve and volley sul secondo match point: il russo chiude 8-6 e sembra mettere fine alla discussione sul “Next Gen” più “Now Gen”. Che i due possano ritrovarsi all’ultimo atto sembra una prospettiva stuzzicante, Djokovic permettendo. Che la partita finisca per essere terribilmente noiosa e sbilanciata forse non si poteva pronosticare. Si sa: una vittoria ai gironi equivale a una sconfitta in finale.

Michela Curcio