Da Superga a Leicester, passando da Medellìn. Il calcio nasce come aggregatore sociale e come spazio in cui il “cuore” può superare il talento, ma può anche trasformarsi in un incubo color rosso fuoco e grigio fumo. I colori che, sabato sera, si sono alzati in cielo nei pressi del King Power Stadium, dopo lo schianto dell’aereo con sopra a bordo il presidente del Leicester, Vichai Srivaddhanaprabha, sua figlia, due piloti e una quinta persona ancora non identificata. I colori che, due anni prima, avevano annunciato la morte di quasi tutta la Chapechoense. Quelli che, quasi settanta anni fa, si erano portati via il “Grande Torino”. Tre momenti in cui la tragedia ha sconfitto la favola.


Leicester è una città emotivamente a pezzi. I tifosi si affollano in lacrime verso lo stadio. Il ricordo della Premier League vinta nella stagione 2015/2016 è distrutto. Non c’è più il cinismo sottoporta di Jamie Vardy, non c’è più l’eterno secondo Claudio Ranieri che vince il campionato della vita a sessantaquattro anni. Il pensiero corre veloce, velocissimo al dolore di Chapecò, il cui club, la Chapechoense vide quasi tutti i suoi calciatori morire in un incidente aereo nei pressi di Medellìn. Quel 28 novembre 2016, la squadra, in dieci anni passata dalla Serie D alla Serie A brasiliana, stava andando a giocarsi la prima finale della sua storia. Avrebbe conteso la Copa Sudamericana ai più quotati colombiani dell’Atletico Nacional, poi è arrivato lo schianto. Oggi, a restare impresse, le immagini di Neto che abbraccia i soccorritori e il coraggio del portiere Jakson Follman che, nonostante l’amputazione della gamba, ha ripreso ad allenarsi per partecipare alle gare di nuoto delle Paralimpiadi del 2020.
A Superga, invece, non ci furono superstiti. È una storia il cui ricordo è ancora vivido a distanza di settanta anni. Era il 4 maggio 1949, quando l’aereo che stava riportando a casa da Lisbona il Grande Torino si schiantò contro il muraglione del terrapieno posteriore della Basilica di Superga. Morì un’intera squadra che, da cinque anni, dominava il campionato di Serie A. Morì buona parte della formazione titolare della nazionale italiana. Un paese che stava uscendo dalla Seconda Guerra Mondiale vide il dramma entrare in uno spazio che sarebbe dovuto essere sterile da privazioni e angoscia.
Forse è proprio a Superga che si consacrò il mito della “favola maledetta”. Quel mito secondo il quale alcune storie calcistiche non terminano con il cuore che va oltre l’ostacolo, ma con il destino che si porta via l’impresa firmata con la passione e il sudore sulla fronte. Torino, Chapechoense e – da sabato – Leicester hanno conosciuto la gioia di vincere sul campo e il dolore della morte che arriva crudele e inaspettata a distruggere tutto.