“Pennivendoli”, provocatori, sobillatori, ossessionati dal profitto, disposti a mettere in giro fake news per vendere qualche copia in più: altro che privilegiati, noi giornalisti siamo tra le categorie professionali più discriminate e bistrattate. Sfatiamo il mito che ci vede sfilare in prima fila tra i buffet degli eventi ed entrare per primi – e gratis – nei musei: sono vantaggi miseri se paragonati a tutte le volte che siamo il parafulmine delle frustrazioni altrui. Parafulmine che siamo specialmente se, in precedenza, ci siamo macchiati di una colpa imperdonabile: dire la verità. Forse a volte siamo sarcastici, sfidiamo il limite della satira, non sappiamo fermarci alle soglie della vita privata degli altri (ma solo i meno umani di noi). Eppure in pochi, di fronte alle domande scomode di un cronista o un intervistatore, si mettono in discussione e aprono un dialogo fondato sull’onestà intellettuale. Davanti a un giornalista è molto più facile – e oggi fa anche più nazional-popolare – rifiutare il confronto e negarsi al microfono, dimenticandosi che chi ha telecamera e taccuino in mano sta svolgendo il suo dignitoso mestiere. Sia ben chiaro: c’è massima comprensione per chi, nervoso dopo una giornata stancante, non ha voglia di spendersi in chiacchiere. Ed è altrettanto possibile che, a volte, ci sia un fraintendimento con l’intervistato, magari indisposto da una parola detta con un tono sbagliato. Ma chi ci guarda da sempre con il pregiudizio, riservando la gentilezza a chiunque tranne a noi – che per parlargli ci siamo messi in fila e abbiamo pensato per ore alle domande giuste – forse dovrebbe ricordarsi dell’articolo 1 della Costituzione: «L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro». Anche – e soprattutto – quello del giornalista.

Articolo pubblicato su “Parola di Vita” in data 23/7/2020
Michela Curcio