Redenzione: impossibile non usare questa parola per descrivere l’Europeo vinto, con merito, cuore e personalità da un’Italia bella come raramente è successo nella storia di questo Paese. Il trionfo ai rigori contro l’Inghilterra di Southgate, un altro che aveva una crudele storia sportiva irrisolta dal 1996, proietta nell’Olimpo del calcio una generazione che, fallita la qualificazione al Mondiale di Russia nel 2018, quasi si credeva persa. Belotti, Immobile, Bernardeschi, Insigne e Verratti avevano tra i 23 e i 27 anni nel malaugurato 2017 in cui la Nazionale piangeva sui prati di San Siro al cospetto di una Svezia ordinata, ma tutt’altro che irresistibile.
Oggi, invece, si celebra un gruppo in cui ci sono stati 26 titolari – il vero segreto di una squadra che non ha mai avuto la presunzione di sentirsi favorita. Mentre gli azzurri inanellavano successi e chiudevano il Girone A senza gol subiti dopo i 3-0 rifilati alla Turchia (primo tempo legnoso, secondo tempo brillante) e alla Svizzera e dopo l’1-0 di routine contro il Galles, e mentre poi soffrivano, ma si scoprivano blocco solido nel 2-1 contro l’Austria negli ottavi di finale, le big (tali o presunte) iniziavano a crollare: fuori la Germania, sconfitta per 2-0 dall’Inghilterra, fuori la Francia, punita dalla propria arroganza ai rigori contro una Svizzera in grado di rimontare uno svantaggio di 1-3 a quindici minuti dalla fine – emblematico che l’errore dal dischetto sia arrivato da Mbappè. E poi, ancora: fuori il Belgio prima e la Spagna poi, ridimensionati rispettivamente nei quarti di finale e in semifinale dagli uomini di Mancini, belli e sofferenti insieme, aggrappati alla verve di Barella contro i Diavoli rossi e alla freddezza di Jorginho nel penalty decisivo contro le Furie rosse, mentre Morata – che anche aveva agguantato il pareggio nei tempi regolamentari – veniva schiacciato dalla pressione contro un Donnarumma che lo conosce. Già, Donnarumma, l’uomo accusato di aver preferito il denaro offerto dal Paris St. Germain alla fedeltà verso quel Milan che gli ha permesso di crescere in libertà e serenità: Gigio, dal nome così simile a quel Gigi Buffon che tre anni fa piangeva a Stoccolma, è stato decisivo per il trionfo tanto atteso. Su tutti, spicca l’uno contro uno dal dischetto contro il coetaneo Saka, 19 anni di inesperienza, lasciato colpevolmente solo da una squadra che forse avrebbe dovuto dare una responsabilità così grande per esempio a un Kane che aveva già vissuto serate così importanti. Ma l’apoteosi passa anche dal dinamismo di Chiesa, dalla corsa instancabile dello sfortunato Spinazzola e dall’estro di Domenico Berardi, orgoglio di Calabria. La rinascita dopo un anno e mezzo di coronavirus non poteva che passare dallo sport.
Michela Curcio
Articolo pubblicato su “Parola di Vita” in data 15/7/2021
