Un corpo apparentemente in forze che si accascia senza che ci sia stato un qualsivoglia preavviso, le urla, i volti attoniti, le lacrime, il silenzio di tifosi che cercavano la leggerezza e che stavano trovando la tragedia. Il lieto fine, perché in un biennio funestato di un numero di morti che vorremmo non saper calcolare, prendersi anche la vita di un ragazzo di 29 anni in mondovisione era davvero troppo per chiunque.

È quasi impossibile elaborare una riflessione sugli attimi di terrore durante i quali abbiamo seriamente temuto per Christian Eriksen, centrocampista dell’Inter regolarmente in campo durante Danimarca-Finlandia, partita inaugurale nel girone B degli Europei 2020/2021. In fondo, noi giornalisti sportivi sappiamo che siamo privilegiati se l’unica “tragedia” che ci tocca raccontare è che la nostra squadra preferita ha perso la Champions League o l’atleta che più ci emoziona ha perso la finale di uno Slam da uno svantaggio di due set a zero. Proprio per questo, se l’imponderabile distrugge con violenza la nostra “bolla”, ci crolla il terreno sotto i piedi. Perché il dolore – quello vero – è riuscito a sfondare il muro che con fatica ci costruiamo per ricordarci che la vita continua? Che succede se la vita non continua?

Per fortuna non abbiamo avuto bisogno di rispondere a questa domanda. E il merito va ascritto a tre persone: 1) Simon Kjaer, capitano della Nazionale danese, difensore del Milan e soprattutto migliore amico di Christian, che ha avuto la lucidità di evitare che soffocasse con la sua stessa lingua, che ha protetto Eriksen da telecamere francamente troppo indiscrete – nessuna giustificazione per chi ha trasmesso immagini che non andavano trasmesse e ha schiaffato foto che non andavano pubblicate in prima pagina – e che ha consolato la moglie Sabrina nel momento in cui sembrava che non ci fossero più speranze. Nel momento in cui la partita è ripresa, voleva anche continuare a guidare i compagni, ma si è arreso psicologicamente: era sotto shock; 2) I sanitari a bordocampo, intervenuti con tempestività e, soprattutto, con un defibrillatore che, se usato, forse avrebbe salvato la vita a Piermario Morosini quasi dieci anni fa; 3) Chi, da lassù, ci ha ripensato e ha deciso che si poteva usare un miracolo per ovattare ancora per un po’ una realtà che ultimamente non ci piace.

Negli occhi proprio le immagini di Morosini, nella mente l’inspiegabile morte di Davide Astori: siamo stati fortunati, perché Christian sta bene. Saranno scrupolosissimi controlli medici a provare a spiegare perché il cuore di un padre di famiglia di 29 anni abbia rischiato di fermarsi per sempre dal nulla. Lo stress, la fatica, un problema congenito, una aritmia: bisognerebbe anche ricordarsi che neanche i calciatori sono supereroi. Anzi, sono fragili come – e forse più – di noi.

Michela Curcio

Articolo pubblicato su “Parola di Vita” in data 17/6/2021